Il bombardamento di Dresda: il crimine di guerra degli alleati
La
storia è sufficientemente chiara: su richiesta di Stalin,
impegnato sul fronte orientale contro i tedeschi, e con la piena
partecipazione e appoggio del primo ministro britannico Winston
Churchill,
gli americani guidati da Roosevelt,
fino a quel momento restii ad utilizzare bombardamenti d’area,
accettano di impiegare il cosiddetto “bombardamento
strategico“.
Come teorizzato dall’italiano Douhet, il bombardamento strategico
mira alla distruzione delle industrie belliche nemiche, migliaia di
civili inclusi.
Quell’episodio
provocò già nei mesi immediatamente successivi un’ondata di
sdegno. Se consideriamo come evidentemente di parte la posizione del
ministro della propaganda nazista, Joseph
Goebbels,
che gridò all’ingiustificata distruzione di una “indifesa
città d’arte e di ospedali“,
lo stesso comportamento di Churchill, all’indomani del
bombardamento, conferma un suo parziale passo indietro.
Rimane
infatti nella storia il suo telegramma dove afferma che è “giunto
il momento di rivedere quello che abbiamo chiamato “bombardamento
d’area” delle città tedesche dal punto di vista dei nostri
interessi”,
un messaggio che in realtà costituisce una versione riveduta e
corretta di una prima dichiarazione, mai diramata ufficialmente, ma
ancora più chiara: “Mi
sembra giunto il momento di rivedere la questione del bombardamento
delle città tedesche al solo
scopo di seminare terrore,
sebbene con altri pretesti.”
Il
dibattito odierno non si è placato. Come sempre, l’opinione degli
storici e degli analisti tende a dividersi in due grandi correnti: la
prima che considera il bombardamento di Dresda come un effettivo
crimine di guerra,
un’azione del tutto inutile in una Germania già prossima alla
resa.
Fondamentalmente,
secondo questa interpretazione, nonostante la presenza di alcune
ferrovie e complessi di caserme, come ad Albertstadt o a Nickern,
Dresda non
aveva quella massa di armamenti o
quella capacità di produzione bellica tale da poterla considerare un
legittimo
obiettivo militare, tantomeno
così strategico da meritarsi un bombardamento a tappeto e
indiscriminato.
Inoltre,
nel febbraio del ’45 l’esercito tedesco si sarebbe potuto
considerare già in completa
ritirata,
se non in rotta, il che fa del bombardamento di Dresda una pura
azione terroristica, volta più che altro a fiaccare il morale dei
tedeschi e ad accelerare la pressione dell’opinione pubblica,
elemento determinante per la caduta
del regime di Hitler,
secondo la teoria di Clausewitz.
Questa
interpretazione, supportata da storici di fama e notevolmente
attendibili come Stanton,
Grass e Beevor,
costituisce dunque una sorta di “mea culpa” con cui gli alleati
sono costretti a fare i conti, soprattutto negli ultimi mesi del
conflitto. Non solo, il bombardamento di Dresda può essere
considerato come il punto di partenza di una profonda riflessione,
che si tradurrà, effettivamente, nella definizione di azioni di
aeronautica militare non giustificabili, se non in casi estremi.
Un
dibattito che si ripresenta, con rinnovato vigore, in occasione dello
sgancio delle bombe atomiche.
Per
amore di equilibrio, merita però una citazione anche la frangia che
tende, se non a difendere quantomeno a ridimensionare, l’azione di
britannici e americani.
Secondo
questa “parrocchia”, e come si legge nel rapporto americano
intitolato "Historical Analysis of the 14-14 february 1945 bombings of Dresden",
a cura della USAF
Historical Division,
Dresda, seppure non certo centro nevralgico della produzione bellica
tedesca, aveva impianti per la produzione di gas,
di armi di contraerea e di mitragliatori, in
misura sufficiente a considerarlo un obiettivo militare legittimo.
Vi
è anche la giustificazione in un possibile spostamento di massa
dell’esercito tedesco: 42 divisioni, quasi
mezzo milione di uomini, che
avrebbe a breve iniziato una marcia verso est, per raggiungere il
fronte orientale contro i russi, un pericolo micidiale che si sarebbe
scongiurato con la voluta creazione, seppur drammatico a dirlo, di un
gran numero di profughi, che sarebbero scappati in direzione opposta,
inceppando i movimenti tedeschi.
Inoltre,
poggiando i piedi sul concetto per cui non si può giudicare un fatto
storico con i parametri di oggi, diversi opinionisti fanno notare, e
anche gli americani si difesero così, come al tempo non
vi fossero trattati in
vigore che limitassero in qualche modo i bombardamenti sulle città
nemiche.
Quello
stesso iter, poi, venne seguito più volte per altre città, sia
nella stessa Germania sia, precedentemente e al contrario, da parte
della Luftwaffe nei confronti dei centri urbani britannici, come nel
caso Coventry.
Così,
vige ancora oggi un intenso dibattito, sempre venato di dubbi e di
pericoli, rispettivamente di simpatia o di nostalgia
per il nazifascismo qualora
si voglia sottolineare la violenza di Dresda, o di un patetico
americanismo per
chi cerca di comprendere o addirittura di approvare le decisioni del
“triumvirato” Stalin-Churchill-Roosevelt.
Una
cosa è certa: in quei giorni, e dopo quelle tonnellate di bombe, gli
alleati sembrarono perdere quella superiorità etica e morale che
avevano sempre rinfacciato al nemico. L’esercito dei liberatori si
rese conto che le macerie di Dresda avrebbero costituito uno
scheletro nell’armadio, o un terribile incidente di percorso, con
il quale, ancora oggi, si è costretti a fare i conti, nonostante la
vittoria.

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