Verso Campo Mulo
[…]
Lungo la strada, la milizia civile scavava trincee provvisorie. Più
avanti, sulla salita, scorsero dei tetti rossi quasi sommersi sotto
una coltre bianca, era un piccolo paese, qualcuno disse che poteva
essere Gallio. A ogni buca, gli uomini sbattevano le teste sul telone
teso sopra. Giovanni si strinse sul pastrano, gli occhi gonfi di
sonno. Ma non riusciva a dormire. Il pensiero correva sempre a Maria,
e ai monti là davanti.
Dopo
un tempo interminabile passato a sobbalzare tra curve, sassi e buche
l’autocarro si fermò con uno strappo in un piazzale fangoso sotto
Camporovere. La marmitta tossì un’ultima volta, poi solo il
ticchettio metallico del motore in raffreddamento. Attorno, una
leggera nebbia avvolgeva tutto, i camion fumavano, immobili come
bestie stanche.
I
parafanghi erano incrostati di fango, le gomme ridotte a un impasto
di terra e ghiaia, le casse legate con le corde sbatacchiavano ancora
sotto i teloni. Un ufficiale dal volto stanco, con la barba di giorni
e l’uniforme sporca di unto, si avvicinò ai soldati, arrotolando
la sciarpa attorno al collo con movimenti lenti, quasi rituali.
“Fino
qui vi portano le ruote”, disse, indicando la stradina che
s’infilava tra i boschi. “Da qui si sale a piedi. Un po' di
movimento vi gioverà, dopo il viaggio che avete fatto”. Qualcuno
sbuffò. Iniziarono a calarsi giù dal cassone con gesti meccanici,
come se il corpo si muovesse per abitudine, non per volontà.
Scaricarono gli zaini, rotoli di filo spinato, i caricatori per le
Fiat 14, le gavette legate insieme con sognali metallici. Le
munizioni, imballate in casse di legno marcate “Regio Esercito”,
vennero passate di mano in mano come bare di fortuna, con dita già
screpolate e nere di grasso.
L’aria
era densa di benzina, olio bruciato e sudore vecchio. A ogni
movimento, le giunture scricchiolavano sotto i pesi. I fucili
sbattevano contro i fianchi. I muli nitrivano più in alto,
invisibili tra i larici, pronti a caricarsi la guerra sul dorso. I
motori degli autocarri tossivano ancora, vibrando come ferri roventi.
Non avevano perso neanche un mezzo lungo la strada, ma almeno due
avevano avuto un principio di incendio. Gli autisti si passavano
borraccia d’acqua sulle mani ustionate, imprecando contro le salite
dell’altopiano.
Giovanni
sentì il terreno molle sotto gli scarponi. La fanghiglia mista a
neve risucchiava i passi come una lingua sporca. Guardò la stradina
che si apriva tra gli alberi: sembrava stretta, incerta, e saliva
senza fretta. Ma saliva. “Sopra c’è Malga Pozza>” disse
qualcuno. “E poi Monte Forno”.
“E
sopra l’Ortigara c’è l’inferno” aggiunse Bruno, senza
ironia. I pensieri che seguirono non furono di paura, ma di
previsione. Ognuno caricò sulle spalle il peso assegnato, stringendo
le cinghie contro le scapole, abituandosi all’idea che ogni passo
da quel punto in poi sarebbe stato più duro. [...]
Liberamente
tratto dal libro “La guerra di Giovanni” di Tiziano Berto

Commenti
Posta un commento