Usare la vita
Quante
volte abbiamo sentito il peso del nostro presente: faticoso,
opprimente, doloroso, inadeguato a noi. E abbiamo sopportato tale
peso con l’unico obiettivo di trovarci finalmente altrove per poter
stare meglio, lontano da questo presente che ci è capitato come
un’ingiustizia, una sfortuna, una strettoia che dobbiamo
attraversare il più in fretta possibile.
Dal
punto di vista del Buddismo, fare così vuol dire buttare via la
nostra occasione e continuare a perdere tempo.
Perché
è pura illusione, per il Buddismo, considerare i problemi un
ingombrante e doloroso accidente da aggirare o neutralizzare per poi
finalmente stare tranquilli. I nostri problemi, tutte le sfide o le
difficoltà di cui volentieri faremmo a meno, sono il nostro tesoro.
Il nostro unico e inevitabile terreno per sperimentare la Legge di
causa ed effetto. La nostra unica occasione di trasformazione e
risveglio, per noi e per chi ci sta accanto. Il karma che noi stessi
abbiamo scelto per poter manifestare la Buddità. La nostra missione.
Missione.
In giapponese il termine usato è shimei, che significa letteralmente
"usare la propria vita". Un invito a utilizzare ciò che
sta vicino e a non cercare lontano. A mettere in campo i dolori e le
speranze che abbiamo a nostra disposizione, proprio quelli che ci
inseguono e sembra ci perseguitino, e farne il nostro punto di
partenza. La materia prima per andare di fronte al Gohonzon e
recitare con tutto il cuore per raggiungere lo stato vitale che
desideriamo e che ci dà gioia. Sperimentando ancora una volta
l’insegnamento più profondo e sottile del Buddismo rivelato dal
Daishonin: cioè che la soluzione – alla sofferenza, all’ignoranza,
alla finitezza – è qui, vicinissima, anche se non è facile da
vedere. Perché l’unica differenza tra un Budda e un comune mortale
è che il secondo non sa di esserlo ma va alla ricerca di qualcosa al
di fuori che appaghi e dia risposte. Questa è la verità più
profonda e sottile racchiusa nel meraviglioso insegnamento del Sutra
del Loto predicato da Shakyamuni e ripreso da Nichiren Daishonin.
Nichiren
insegna che riconoscere che noi siamo Budda e che lo sono pure tutti
gli altri, e agire di conseguenza, è la causa positiva fondamentale
da cui scaturiscono tutti gli effetti benefici. Mentre non credere in
questa realtà è la causa negativa fondamentale, l’offesa alla
Legge, che ha come effetto la sofferenza. «Offendere la Legge
significa non credere, dubitare dell’esistenza della natura di
Budda in noi e negli altri. Questo dubbio è la causa fondamentale
che impedisce alla Buddità di emergere e che genera vari tipi di
karma negativo. Sradicare questo dubbio e far emergere il mondo di
Budda è la legge causale più importante che ci rende possibile
cambiare il karma» (MDG, 2, 49).
Questo
passaggio è essenziale. Perché sgombra il campo da ogni sorta di
elucubrazione o congettura su quale causa positiva si debba mettere
per ottenere quel particolare effetto positivo o superare quel
particolare effetto negativo. A questo punto è chiaro: il semplice
atto di cercare con il Daimoku la nostra Buddità per affrontare una
sfida è la causa positiva fondamentale che ha come conseguenza di
illuminare tutti gli effetti dannosi delle cause negative poste in
innumerevoli vite precedenti, destituendoli di ogni potere di farci
soffrire, rendendoli occasione per creare valore, comprensione,
realizzazione, e dunque sostanzialmente modificandoli di segno.
Guardando
dritto in faccia il nostro karma e cogliendone il vero significato,
ogni avversità può aiutarci a condurre una vita più ricca e
feconda, dice il presidente Ikeda. Inoltre, le azioni che compiamo
per combattere il nostro karma diventano un esempio e una fonte di
ispirazione per altri.
Senza
soluzione di continuità: affronto il mio karma, e di questa impresa
faccio la mia missione, che abbraccia anche gli altri.
Perché
usando la mia vita, "cogliendo il vero significato" di un
mio problema, di un mio dolore, di una mia frustrazione attraverso il
Daimoku, scopro qualcosa che non riguarda solo me ma riguarda il
funzionamento profondo della vita che appartiene a ogni individuo,
scopro in me l’eternità della Legge mistica di causa ed effetto,
la capacità concreta che abbiamo di vivere uniti come esseri umani
attraverso le uniche e irripetibili qualità di ciascuno e di
ciascuna di noi.
Usare
la vita, trasformare il karma in missione, vuol dire dunque prendere
la vita molto sul serio, perché quello che facciamo e che non
facciamo, quello che comprendiamo e cosa diventiamo riguarda
profondamente anche la vita degli altri. E non solo: nel momento
stesso in cui decidiamo di considerare il nostro karma come la nostra
missione diventiamo persone che "hanno volontariamente assunto
il karma appropriato" allo scopo di diffondere la Legge mistica.
Proprio come quei grandi bodhisattva descritti nel decimo capitolo
del Sutra del Loto che scelsero di rinascere in questo mondo malvagio
per propagare la Legge, animati dal desiderio di salvare coloro che
stavano soffrendo.
Marina
Marrazzi

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