Monte Cimone e Monte Caviojo
Durante
la Prima Guerra Mondiale, il Cimone, come tutte le montagne
limitrofe, rappresentò l'ultimo baluardo contro l'irruzione
austriaca nella Strafexpedition (la cosiddetta spedizione punitiva)
della primavera del 1916.
Durante
l'offensiva, il Monte Cimone e il vicino Monte Caviojo furono
conquistati dalle truppe Austriache: la vetta fu riconquistata da un
manipolo di Alpini e Finanzieri il 22 Luglio 1916 dopo numerosi e
sanguinosi tentativi, e fu poi mantenuta per tutto il resto della
guerra.
Il
successivo 23 Settembre 1916 gli Austriaci fecero saltare la vetta
con lo scoppio di una mina di 14.200 kg di esplosivo: la cima del
Monte Cimone scomparve e con essa trovò la morte un’intera brigata
di fanteria.
L'effetto
dell'esplosione si può oggi toccare con mano, guardando l'ampia
conca nei pressi del Sacello Ossario, costruito sopra i corpi dei
soldati sepolti nelle viscere della montagna distrutta.
L'Ossario
fu inaugurato il 22 Settembre del 1929, alla presenza del Principe
Umberto di Savoia.
Testo
di Paolo Antolini tratto dal sito storiaememoriadibologna. it
"Provenendo
dalla pianura veneta, con direzione altipiano di Folgaria, la prima
montagna che si incontra è il monte Cimone di Tonezza; al contrario
per l'esercito italiano incalzato nel maggio 1916 dagli austriaci -
Strafexpedition - quello era l'ultimo gradino cui aggrapparsi. Gli
austriaci, sfondato il giorno 15 la prima linea italiana di fronte a
passo Coe, avevano conquistato il monte Maronia, poi il monte Maggio,
e, dopo la distruzione del forte di Campomolon operata dagli italiani
in ritirata, si erano divisi in due colonne: una aveva attaccato la
nostra difesa del passo della Borcola con l'intento di risalire verso
il Pasubio e congiungersi con la colonna proveniente dalla Zugna,
l'altra si era diretta verso il monte Cimone, presidiato dai soldati
della 35° divisione italiana.
Il
24 maggio 1916 i reggimenti del 14° e 59° Gruppo Rainer, truppe
Alpine di prim'ordine, attaccarono sorretti da forte concentramento
di fuoco d'artiglieria e per gli italiani non ci fu nulla da fare:
scacciati dalla cima essi si ritirarono sul Novegno e Pria Forà.
Verso metà di giungo la controffensiva italiana era riuscita a
recuperare gran parte del terreno perduto. La nostra linea andava
grosso modo dai Coni di Zugna al monte Corno, tagliava il Pasubio
quasi a mezzo, si posizionava a metà costa del monte Cimone,
risaliva verso il riconquistato monte Cengio, per proseguire poi
verso Asiago, il Mosciagh, l'Ortigara.
Gli
Austriaci resistevano invece ad oltranza sul monte Cimone di Tonezza.
Le truppe italiane attuarono una prudente tattica di avvicinamento,
già sperimentata con successo sul Col di Lana: dalla linea più
vicina al nemico la sera nostre pattuglie uscivano con sacchi di
sabbia e sassi che lasciavano davanti alle trincee nemiche, durante
la notte questi ripari erano accresciuti al punto da formare un
pericoloso avamposto dal quale portare una minaccia alla prima linea
nemica. Grazie anche a questo metodo d'approccio ed al martellamento
della nostra artiglieria, il 24 luglio l'attacco finale era riuscito
ed il Cimone tornava italiano; l'attacco oltre che dal punto di vista
militare costituì anche una impresa alpinistica ed il Val Leogra e
il 154° fanteria furono giustamente insigniti della medaglia
d'Argento al Valor Militare per l'impresa conclusa.
Al
Comando della 11° Armata Austriaca risultò subito chiaro che non
era possibile lasciare quest'importante posizione al nemico perché
esso poteva progredire verso altre conquiste: il tenente Mlaker ed il
gruppo pionieri di Linz furono allora incaricati della costruzione di
una galleria di mina per far saltare il presidio italiano.
L'ufficiale decise che la galleria dovesse iniziare dal vecchio corpo
di guardia, distante soli 25 metri dalla posizione italiana, ma fu
necessario prima collegarla con camminamenti alla zone di ricovero e
magazzini del genio. Dopo dieci giorni gli austriaci, completati i
lavori preliminari, aggredirono la roccia verso il presidio italiano
con due gallerie, una vera ed una di disturbo per una eventuale
contromina nemica. Data la relativa vicinanza dell'obiettivo, i
genieri austriaci si limitarono a costruire una galleria di cm.
80x110, ed il giorno 18 settembre tutto era pronto per il caricamento
della camera di scoppio. La carica, composta da 4500 kg. di dinamite,
8700 kg. di dinamon e 1000 kg. di polvere da sparo, venne fatta
esplodere alle ore 5,45 del giorno 23 settembre: enormi blocchi di
roccia volarono in alto per poi ricadere e frantumarsi al suolo.
Quando
la nuvola di polvere e fumo scomparve, ci si accorse che il profilo
del monte Cimone era completamente mutato: al posto dell'unica cima
ora ve n'erano due separate da un cratere di 50 metri di larghezza e
22 di profondità. Nelle caverne e trincee distrutte rimasero
seppelliti i fanti del presidio composto da 10 ufficiali e 1118
soldati della Brigata Sele, della 136° Compagnia Zappatori del 63°
Battaglione del Genio. Non tutti gli italiani perirono nella
deflagrazione. Le pattuglie del 59° Rainer furono accolte dal tiro
di fucili e mitragliatrici dei sopravvissuti e la lotta si protrasse
per ore; dal Cengio le batterie operarono un bombardamento durissimo
che procurò sensibili perdite agli austriaci e che si protrasse per
diversi giorni. Nel frattempo, nelle caverne sconvolte i feriti ed i
sepolti gridavano aiuto, ma nessuno sotto quel fuoco d'artiglieria
osava avventurarsi in loro soccorso. Il giorno 25 settembre gli
austriaci inviarono un parlamentare al Comando Italiano per
concordare una tregua per il recupero di morti e feriti, ma fu
respinta perché si temeva che in realtà servisse a far pervenire
rifornimenti. Le ultime grida dei sepolti cessarono ai primi di
ottobre.
Il
monte Cimone venne fortificato con diverse serie di trincee e caverne
lungo i suoi fianchi e rimase sino alla fine della guerra una
posizione Austriaca."
Università
Popolare di Mestre - Sintesi
della Prima guerra mondiale:
le vicende del periodo compreso tra il 1914 e il 1918 e le
conseguenze del conflitto

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