L’ultimo giorno – Monte Lozze, 26 giugno 1917

Era l’ultimo giorno. Così lo chiamavano. Tutti avevano capito che non ci sarebbe stato un altro giorno, tutto si decideva li, in quelle ore. Il battaglione Sette Comuni, ridotto a un’ombra, sedeva sparo tra rocce e pietre, occhi spenti, mani arrossate dal freddo e dal sangue. Verso le undici, alcuni ufficiali giunsero da sud, con delle mappe sotto il braccio e lo sguardo nel vuoto. Dicevano che quota 2105 era tornata italiana, che gli austriaci erano finiti, che si sarebbe chiuso tutto con un ultimo attacco alle 20. Ma le uniche cose che sembravano stanche erano gli italiani.
Poi in una confusione generale, l’ordine arrivò comunque: “Tutti i battaglioni alpini di riserva si ammassino sotto i reticolati. Pronti all’assalto”. Alle 17.30, cominciò il movimento, le compagnie si mossero nel fango, lente, pesanti, con le bombe a mano legate alla cintura e la morte nell’anima. Poco dopo le 18, la valanga di fuoco austroungarica piombò su di loro. Colpi da Cima 10, da quota 2105, dal Campigoletti. Proiettili da 149, spezzoni, e granate a gas che lasciavano nell’aria una nebbia gialle dolciastra. L’artiglieria italiana rispose a fatica.
Alle 19.30, il fischio: “In linea. Pronti a scattare” ordinò l’ufficiale. Davanti ai reticolati, i corpi degli attacchi precedenti. Uno aveva ancora una lettera tra le dita. “Forse ha fatto in tempo a leggerla”. Il fischio definitivo tagliò l’aria. Gli uomini si alzarono come fantasmi stanchi, ma non fecero in tempo. Le mitragliatrici imperiali aprirono il fuoco in croce. Esplosioni. Schegge. Urla. Un’esplosione sollevò due alpini, uno ricadde senza più volto. Il colonello della Brigata Regina fu colpito mentre gridava ordini. Cadeva, e il suo sangue macchiava la mappa del fronte.
Alle 20.15 il Sette Comuni tentò l’impossibile. Avanzarono. Fnago, corpi, urla. Ogni passo era un colpo alla tempia. Poi alle loro spalle una voce: “Ripiegate!. Dovete tornare a Lozze! Temono un contrattacco austriaco!” Così si salvarono. Quando giunsero nei pressi della trincea di Lozze, trovarono un ufficiale della Brigata Regina che sedeva su una cassa di munizioni, la testa tra le mani. A terra aveva il binocolo, rotto. Altri arrivarono a piccoli gruppi. Da lontano, si vedevano ancora le creste dell’Ortigara, ormai deserte. Il gelo calò sul gruppo. Poi qualcuno cominciò a scavare con una vanga. Non per costruire una trincea. Ma per coprire i resti di un compagno. Alle due di notte arrivò il dispaccio.
L’ordine definitivo. “Tutte le truppe cessino l’attacco. Ritirarsi dove possibile. Solo presidio minimo in prima linea. All’alba gruppi di Kaiserjager, senza artiglieria, discesero, coperti da un fitto lancio di bombe a mano. Le Compagnie lasciate avanti erano esauste. Combattereno male. Alcuni si arresero. Altri vennero massacrati. Tutti i capisaldi italiani avanzati vennero abbandonati. Le truppe superstiti tornarono a Monte Lozze, Campanaro, Caldiera. La montagna, dopo 17 giorni, era di nuovo austriaca. L’Ortigara era là, nera di fumo, rossa di sangue, grigia di ossa.
Ma nulla sembrava davvero concluso. Le grida degli scomparsi restavano attaccate al cielo come il fumo degli ultimi colpi. Ogni operazione italiana sull’Ortigara era terminata,si, ma non era una fine. Era un vuoto. Una voragine lasciata aperta nel cuore di migliaia di famiglie. “La più grande carneficina mai avvenuta tra le montagne”, avevano detto alcuni ufficiali con la voce piatta, mentre spulciavano rapporti scritti con mani pulite. Carneficina. Furono mandati alla morte migliaia di giovani e quel sangue calpestato i fanti sopravvissuti lo portavano ancora appiccicato nei vestiti.
Fonte: La Guerra di Giovanni – Ortigara 1917

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