Il girone dantesco dell’XI Battaglia dell’Isonzo
"Oltre Redipuglia, Polazzo Vermigliano, la caligine si addensa
non facendo più vedere l’Hermada, la quota 208, Il Faitii,
lo Stol, monte Santo. In mezzo a quella foschia si sente il rimbombo
continuo, incessante del bombardamento.
Alle spalle dalle parti di Renda un cielo plumbeo, come di
addensamento di vapori in maggio, nell’approssimarsi imminente di
pioggia fine e insistente. Un’aria viziata si respira. Un senso di
caustico opprime la gola. Se non si muore con le schegge di granate,
con shrapnel o con le pallottole di fucile, di mitragliatrici o di
commozione o di shock o di gas asfissianti si creperà avvelenati
lentamente dal respirare di tutti questi gas che sono un miscuglio di
gas asfissianti o velenosi con i gas della combustione di tutti
questi alti e bassi esplosivi.
Nell’aria si vede comparire qualche bioccolo di fumo nero di
batterie antiaeree. Non più quella parte che formavano nei giorni
scorsi da sembrare un diaframma per non fare passare i nostri
velivoli, ma dei rari bioccoli denotanti gli ultimi aneliti di cane
ringhioso dibattentesi negli spasimi dell’agonia. Passa veloce il
camion, a trotto il destriero; vanno vengono. Gli operai col loro
fagotto di cenci si avviano verso Villesse. Forse torneranno alle
loro case.
I drachen si innalzano nel cielo per regolare i tiri e vedere. Ma con
quella foschia non sarà possibile vedere quanto di orrendamente
tragico avviene. I mille e mille crateri di esplosione, le membra
dilaniate dei combattenti, l’angoscia, lo spasimo disegnato nella
faccia pallida e contratta dei viventi; rincantucciati nelle doline e
nelle caverne col pensiero rivolto alla famiglia e la preghiera ai
santi protettori sulle labbra.
Spunta il sole dietro e di mezzo a quella foschia grande, immensa,
rossa. Si guarda ad occhio nudo e la vista non si offende e vi si
posa lungamente lo sguardo. Quest’astro vivificatore della vita
degli esseri viventi di questo pianeta, oggi non emana luce né
calore. Pare si sia velato a lutto per non volgere lo sguardo su
questa immensa tragedia, mai vista, mai pensata.
Il ronzio dei velivoli si sente nell’aria. Sono le nostre
squadriglie che seguono i primi che già varcarono la linea del
fuoco.
Non si vede più né si sente più l’accoglimento ringhioso come di
cane da guardia di come erano accolti nei giorni precedenti.
Pare siano molte le batterie antiaeree.
Continua e s’intensifica il passaggio; vanno e vengono come a
festa. Solcano veloci il cielo. Corrono, han fretta di andare a
caricarsi di bombe per lasciarle cadere dal cielo, nei punti ove non
arriva il cannone.
Il rumore del bombardamento si acuisce. E’ un tuono continuo,
rimbombante come di temporale che si avvicina. Almeno questo si
sarebbe disciolto in acqua, un veicolo linfatico dei vegetali e
animali e quindi nell’essenza della vita. Mentre quello quando
cesserà con l’uscita delle fanterie si dissolverà in un mare di
sangue di dolore e lutti nazionali.
Madri, mogli, bimbi che aprendo stamattina l’occhio alla prima luce
del giorno volate col pensiero al babbo, al marito, al figlio e
cercate di proteggerlo con la vostra preghiera. Che possa il vostro
desiderio essere esaudito, che possa ritornarsi l’amato, ebbro di
affetti circonfuso di gloria.
Oggi o domani dovrebbe piovere. Si sente come una frescura d’acqua,
sebbene l’aria non è nuvolosa. Ad ogni forte bombardamento avviene
sempre per lo spostamento dell’aria e la formazione di correnti un
addensamento di vapore acqueo, che col predominio delle correnti
fredde precipita in pioggia.
Ore 13. Dalle otto non si sente che il rumore delle artiglierie. Alle
nostre rispondono le avversarie.
Un rumore come di onde cozzanti, incalzantisi, accavallanti e
infrangentesi sugli scogli di mare in furiosa commozione.
L’anno scorso a Porto Empedocle più volte nelle mattinate, quando
tutto dormiva, appena mi svegliavo sentivo quel rumore di mare in
tempesta. Solo a quello posso paragonare quanto colpisce il mio
orecchio. Commozione del mostro marino quello; commozione del mostro
umano questo.
Alle otto, mentre ero sul posto di medicazione per l’aria si
sentiva un rombo di motori come di treni passanti su ponti di
ferro.
Andavano, venivano; erano dieci, erano venti, centinaia. Non è stato
possibile contarli. Non si vedevano. La caligine li nascondeva alla
vista. Chissà quante tonnellate di esplosivo andavano a scaricare
sull’avversario.
I nostri stamattina presero Castagnevizza e Selo. La nostra divisione
ha fatto 950 prigionieri circa.
Dicono che pigliammo Duino con 5000 prigionieri. Di altro non si sa.
Si sente un tremendo bombardamento. La bruma non fa vedere niente.
Oltre Redipuglia non va più oltre il nostro occhio. Tutto è avvolto
in una caligine di gas. I primi prigionieri raccontavano che noi
facciamo largo uso di gas asfissianti. Rendiamo la pari al nemico
dopo un anno a quella del 29 giugno del Bosco Cappuccio che ci
avvelenarono 12.000 soldati. Il detto “ciò che fai ti sarà reso”
è una grande verità.
Il plotone di cavalleria qui a S. Pietro a disposizione è stato
chiamato al Vallone. Sapremo in appresso che uso ne farà il
comando.
Ore 23 e un quarto. Il fuoco è andato diminuendo d’intensità.
All’ora in cui io scrivo sono i piccoli calibri che abbaiano. Alle
24 i nostri cesseranno il fuoco per ripigliarlo domattina alle 6.
La novità: la presa del Faiti e del S. Marco. Il 13° corpo d’armata
trova duro. E’ schierato contro l’Hermada. E’ un compito arduo
che deve assolvere.
Ieri notte fu il massimo di intensità del fuoco. Stanotte
illanguidito e cesserà . Anche i cannoni han bisogno di riposo.
I feriti scendono numerosi. Sono di morale elevato. La brigata Lazio
ha fatto prodigi.
20 agosto
Stamattina il martellamento, lo sbattimento delle ondate si è
intensificato. Una foschia non fa vedere oltre Vermigliano,
Redipuglia, Monfalcone. Drachen come al solito librano nell’aria la
propria grande mole. Sono quattro. Fra non guari saranno nove come
nei giorni passati e staranno fin dopo l’Ave Maria, scintillanti
sotto le carezze dei raggi del sole. Dalla navicella gli osservatori
dirigono il tiro di distensione delle artiglierie.
Sono le 8 meno un quarto. Il bombardamento è all’acme. I nemici
fanno un tiro di sbarramento con tutti i calibri. Ciò all’Hermada.
I nostri attaccano forse. Non si può spiegare altrimenti questo tiro
indiavolato.
I nostri velivoli al solito vanno a rovesciare sulle retrovie
tonnellate di altro esplosivo.
L’inferno di Dante a paragone di questo perde ogni tinta di dolori
e d’angoscia.
È possibile durerà questo stato di cose ? E quanto?"
Giuseppe Carruba Toscano, Redipuglia (GO), 20 agosto 1917.

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