Forte Luserna
Siamo all'inizio del Novecento.
L'Impero Austro-Ungarico e il Regno d'Italia sono formalmente
alleati, ma nessuno si fida dell'altro. Il capo di stato maggiore
austriaco, Franz Conrad von Hötzendorf, ordina di blindare il
confine trentino. Nasce così una catena di fortezze d'alta quota.
Tra queste, tra il 1908 e il
1912, sorge lui: il Forte Luserna.
È un mastodonte di calcestruzzo
armato e putrelle d'acciaio, scavato in parte nella roccia viva. Ha
cupole corazzate spesse decine di centimetri da cui spuntano obici da
104 mm, trincee, nidi di mitragliatrici, chilometri di gallerie
sotterranee. Ha persino l'energia elettrica, l'acqua corrente e il
telefono. Era considerato un capolavoro di ingegneria militare, tanto
da guadagnarsi un soprannome imponente: "Il Padre dei Forti".
La guarnigione, composta da circa
300 uomini, viveva lì dentro, convinta di essere al sicuro, nel
ventre di un gigante inespugnabile.
Il Risveglio del Mostro (Maggio
1915)
Il 24 maggio 1915 l'Italia entra
in guerra. E l'illusione di invulnerabilità del Forte Luserna dura
appena quattro giorni.
A pochi chilometri di distanza,
sull'altro lato del fronte, gli italiani hanno costruito il loro
"Dominatore": il Forte Verena. È armato con cannoni
giganteschi da 280 mm, posizionati più in alto rispetto alle
fortezze austriache.
Il 25 maggio inizia il
bombardamento. È un'apocalisse.
I proiettili italiani da quasi
300 chili piovono sul tetto del Forte Luserna. Il calcestruzzo, che
doveva resistere a tutto, comincia a creparsi. Le cupole d'acciaio
vengono centrate. Dentro il forte, il rumore è indescrivibile: non è
solo il boato delle esplosioni, ma il rimbombo sordo nel cemento che
fa sanguinare i timpani, la polvere che soffoca i polmoni, il buio
improvviso quando salta la corrente elettrica, le urla dei feriti.
Il Dramma della Bandiera Bianca
(28 maggio 1915)
Al comando del Forte Luserna c'è
il tenente boemo Emanuel Nebesar. È un ufficiale tecnico, un
ingegnere, non un uomo di prima linea abituato al sangue.
Dopo tre giorni e tre notti di
bombardamento ininterrotto, senza poter dormire, con i gas tossici
delle esplosioni che ristagnano nei corridoi, Nebesar crolla
psicologicamente.
Vede le mura sgretolarsi, conta i
morti e i feriti, sente che il forte è perduto e che i suoi uomini
verranno sepolti vivi. Così, il pomeriggio del 28 maggio, prende una
decisione drastica, una decisione che gli costerà un processo per
alto tradimento: ordina di issare la bandiera bianca.
Vuole arrendersi per salvare i
suoi soldati.
Due uomini escono allo scoperto e
legano dei lenzuoli bianchi sulle rovine del forte. Gli italiani sul
Verena vedono il segnale e cessano il fuoco, pronti a mandare le
fanterie a occupare la fortezza.
Ma la guerra, specialmente su
quelle montagne, ha regole spietate.
Dalle postazioni austriache
vicine, come il Forte Belvedere e il Forte Sommo, gli ufficiali
asburgici vedono la bandiera bianca sventolare sul "Padreterno".
Sanno che se l'Italia prende Luserna, l'intera linea difensiva
crollerà.
L'ordine del comando supremo è
agghiacciante: sparate sul nostro stesso forte.
Le batterie austriache aprono il
fuoco contro il Forte Luserna per impedire agli italiani di
avvicinarsi e per costringere la guarnigione a togliere la resa.
Luserna si trova ora bombardato da est (dagli italiani) e da ovest
(dai suoi stessi alleati).
È in questo caos totale che
emerge un'altra figura. Un giovane volontario austriaco, l'alfiere
Otto Jöchler, insieme ad un paio di commilitoni (le fonti divergono
sui nomi esatti dei compagni, ma Jöchler è il protagonista), decide
di ammutinarsi contro il comandante ammutinato.
Con la pistola in pugno, Jöchler
e i suoi neutralizzano Nebesar, lo arrestano, escono sotto il fuoco
incrociato e strappano la bandiera bianca.
Gli italiani, vedendo sparire la
bandiera, ricominciano a sparare. L'inferno ricomincia. Ma il forte,
miracolosamente, non cade. La fanteria italiana, giunta a poche
decine di metri dalle trincee, viene respinta dai rinforzi austriaci
giunti in soccorso.
Il Forte Luserna sopravvisse a
quei giorni terribili. Nebesar fu processato dalla corte marziale
austriaca, ma alla fine fu graziato: i medici riconobbero che aveva
agito sotto un grave shock traumatico (quello che oggi chiameremmo
PTSD, disturbo da stress post-traumatico).
Nel maggio del 1916, il fronte si
spostò con la Strafexpedition (l'Offensiva di Primavera) e il forte
si ritrovò improvvisamente nelle retrovie. Smise di combattere e
divenne un magazzino.
Se lo visiti oggi, non vedrai più
il mastodonte d'acciaio. Negli anni '30, durante il Fascismo, i
"recuperanti" fecero brillare tonnellate di esplosivo per
recuperare tutto il ferro e l'acciaio del forte, per alimentare
l'industria bellica in vista della Seconda Guerra Mondiale. Lo
ridussero a uno scheletro di sassi e cemento rotto.
Eppure, in quel groviglio di
rovine oggi restaurato, c'è una magia strana. Se ti infili in una di
quelle gallerie fredde, lontano dal sole, e chiudi gli occhi, sembra
quasi di poter sentire ancora l'eco di quegli obici lontani. È il
"Padre dei Forti", ferito, smembrato, ma ancora lì a
guardia della valle, come un monito muto che ci ricorda quanto possa
essere fragile e disperata l'anima umana.
Università
Popolare di Mestre - Sintesi
della Prima guerra mondiale:
le vicende del periodo compreso tra il 1914 e il 1918 e le
conseguenze del conflitto

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