Combattere, morire, fuggire nella nebbia. Grnca, Nova Gorica 17 maggio 1917
Fui
dopo comandato ad otturare una falla nello schieramento.
Infiltrazioni nemiche aveano aperto un piccolo varco e di là
minacciavano l'aggiramento delle posizioni.
Ebbi
a collaborare il mio amico sergente.
Arrivammo
in posizione alle prime luci dell'alba.
Collocammo
i due pezzi al riparo di un muretto a secco che segnava probabilmente
la divisione di qualche piccola proprietà.
Una
nebbia fitta e pesante si era levata quel mattino a favorire il
nemico, che approfittando della mancanza di visibilità avanzava
subdolo, carponi, per sorprenderci.
Una
salva dei due pezzi, centrava una baracchetta che si intuiva piena di
nemici e li metteva nel più caotico scompiglio.
Ma
probabilmente altri reparti erano in linea ed in mezzo a questa
atmosfera fumogena, le pallottole di fucile fischiavano copiose ai
nostro orecchi.
Il
rumore degli spari, ingrandito dalla nebbia umida sempre più fitta
non si percepiva se non come un ticchettare gigantesco continuato. Le
fiammate brevi degli spari sprizzavano sinistre senza menomamente
rischiarare gli assalitori. Delle nostre fanterie nemmeno l'ombra.
Probabilmente
si erano ritirate prima del nostro intervento.
Ebbi
l'impressione che qualcuno dei nostri serventi disertasse alla
chetichella.
Chiamai
il sergente e gli ordinai di metter mano al ruolino di marcia in suo
possesso: “Facciamo l'appello!”
Il
sergente bestemmiava fra i denti.
Borbottava:
“Vigliacchi!” Eppure eran tutti soldati intrepidi che fino allora
avevano visto ben altro!.
Ma
un combattimento cieco, nella nebbia era una cosa deprimente.
Tanto
più che si sentiva un vociare confuso, misto ad ordini autoritari,
che dinotava un robusto reparto..
La
mancanza inesplicabile di fanterie nostre aumentava le apprensioni
dei nostri soldati.
Il
sergente tirò fuori da una busta a tracolla il ruolino ed incominciò
la chiama.
Era
tutto sudato. Si levò l'elmetto e lo posò sul muricciuolo.
Fu
in quel momento che una pallottola di fucile gli trapassò il cranio
lasciandolo stecchito.
I
serventi a tal vista si sbandarono istintivamente concordi. Mi trovai
in un attimo col morto tra le braccia ed i due feriti che si
lamentavano invocando soccorso.
Per
fortuna i fuggiaschi furono fermati da un ufficiale di nuova nomina,
che saliva la mulattiera per raggiungere le nostre stesse posizioni.
La
posizione nostra attuale, era servita da un unico stretto sentiero
dove appena poteva passare una capra.
Sicché
i fuggiaschi, sotto la minaccia del coraggioso ufficiale che aveva
estratto in tempo la rivoltella essi dovettero ritornare ai loro
posti riparandosi alla meglio sotto il muretto protettore. Ben
presto, insieme al collega sopraggiunto fu ristabilito l'ordine e ci
accingemmo a respingere il nemico sparando a zero contro la
baracchetta.
La
nebbia intanto si era leggermente schiarita e potemmo occupare la
baracca ormai sgombrata dal nemico. Vi sistemammo il nostro caro
caduto ed i due feriti. C'erano tracce di sangue. Segno che anche il
nemico non era uscito indenne dal combattimento.
Povero
amico sergente! tanto bravo, tanto efficace collaboratore, specie nei
momenti difficili! Ma fin da Gorizia presentiva la sua prossima fine:
“una volta o l'altra!;;.…” Dopo un'ora circa, arrivò un
reparto di nostra fanteria ed il comandante, un tenente alle nostre
ansiose domande ed alle nostre richieste di spiegazioni alzò le
spalle seccato: “Io ho avuto l'ordine adesso!” La falla era
chiusa.
Paolo
Bielloni Militare, 3° reggimento artiglieria da montagna, tenente
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