Case Bertini, Ciginj, Slovenia il 10 aprile 1916
Il
10 aprile l'attività delle artiglierie nemiche riprese con un
crescendo pauroso. Il giorno seguente aumentò di intensità.
Sull'imbrunire fu diramato lo stato d'allarme. Durante la cena il
sottotenente Rossi, addetto al comando di reggimento, conferì
convulsamente col comandante del 3° battaglione.
Gli
ufficiali ci avviammo di di corsa ai nostri reparti, per radunare i
soldati e raggiungere al più presto le trincee di prima linea. A me
fu ordinato di accodarmi al battaglione, col compito di impedire
eventuali evasioni.
Non
eravamo ancora a metà costa di monte Jeza, quando De Vicino, il
soldato più lavativo della 10a compagnia, accusò forti strette al
cuore e una stanchezza spasimante. Usai le maniere buone e sia pure
riluttante, riprese il cammino fino alla cresta del monte, che era
molto battuta dal nemico.
Si
accasciò di nuovo al suolo, spergiurando che non era assolutamente
in grado di fare un passo. Non essendo riuscito a convincerlo né con
le buone né con le minacce, l'accompagnai a suon di calci. Per un
buon quarto d'ora seguì i compagni, poi si buttò a terra, deciso ad
ogni evento
-
Mi fucili, gridava, ma non mi muoverò da qui.
Gli
assestai sulle spalle un colpo di moschetto, che lo destò dal
torpore. Quasi di trotto camminò fino all'accantonamento degli
zappatori, che era il settore assegnato alla mia compagnia. Più
tardi confessò ai suoi compagni che aveva mentito per sottrarsi al
combattimento.
La
notte era buia e il freddo gelido. Le granate e gli shrapnells
fendevano rabbiosamente l'aria, esplodevano tra boati assordanti.
Alcuni ufficiali della 10a compagnia, in attesa di nuovi ordini, se
ne stavano dietro un muretto di sacchetti a terra. Io e alcuni
soldati ci rifugiammo dentro uno sgabuzzino sgangherato, dove
trovammo due bottiglie di strega che bevemmo per riscaldarci. Il
cattivo odore che emanava da ogni parte, ci costrinse ad uscire dallo
sgabuzzino. Vi si ripararono alcuni soldati. Non erano trascorsi
pochi istanti quando una granata spazzò come per incanto lo
sgabuzzino. Tre soldati furono maciullati, due ebbero gravi ferite.
Dopo
la mezzanotte le granate si susseguirono con una furia infernale. Le
nostre artiglierie controbattevano quelle nemiche senza peraltro
metterle a tacere. Cercai rifugio sotto tre lamiere appoggiate alla
roccia. Dovetti subito fuggire per l'insopportabile fetore. Dalla
trincea coperta di seconda linea osservavo attraverso le feritoie i
bagliori sinistri degli shrapnells. Improvvisamente si accese nella
valle un vivacissimo fuoco di fucileria, che serpeggiava a seconda
dello snodarsi della trincea. I nemici attaccavano.
Gli
ufficiali del mio battaglione gridavano a squarciagola per mettere un
po' di ordine tra i soldati e trascinarli a Cigini. Il mio comandante
di compagnia era irreperibile. Radunai i soldati, senza peraltro
prendere alcuna iniziativa. Dopo qualche tempo, in mezzo alle grida
assordanti, distinsi la voce di Caputo, il quale mi comunicò le
ultime disposizioni del comandante di battaglione. Egli in testa e io
in coda, ci avviammo per la mulattiera, che il nemico batteva con
accanimento per ostacolare l'accorrere di rincalzi. Qua e là
incespicavo sui cadaveri.
In
quell'avvicendarsi di emozioni e di pericoli mi trovai davanti il
soldato De Vicino, che ancora una volta cercava di svignarsela.
Irritatissimo lo afferrai e lo scaraventai giù per un burrone. Il
giorno seguente appresi che era stato salvato miracolosamente dal
tronco di un faggio.
Raggiungemmo
la prima linea dopo le tre,. La mia compagnia fu fortemente decimata,
ma i ripetuti attacchi dei nemici non riuscirono a spezzare la
nostra resistenza. L'alba frattanto spazzava gradatamente le tenebre
e il cielo si colorava di bianco.
Non
dimenticherò mai una strana impressione di quel mattino. Mentre
tornavamo a casa Bertini. Gli uccelli, indifferenti alla nostre
sofferenze, salutavano il nuovo giorno con i loro garruli trilli e si
rincorrevano festanti tra i faggi, che ripullulavano di foglioline
verdi.
Emanuele
Di Stefano, militare sottotenente

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