Se cade il Piave, non c’è più niente da fare
Le
mappe mostrano le frecce austriache puntate verso Venezia, verso
Padova, verso il cuore della pianura. A Parigi il comando francese
decide di mandare sei divisioni in Italia, ma non le schiera sul
Piave, dove gli italiani stanno cercando di fermare l'avanzata, le
schiera sul Mincio, 100 km più indietro.
Questo
è il dettaglio che dice tutto. I francesi non credono che la linea
del Piave possa reggere. Si preparano già al prossimo crollo. A
Vienna l'imperatore Carlo riceve i telegrammi con un sorriso. 250.000
prigionieri italiani, colonne infinite che marciano verso i campi di
prigionia, un esercito in dissoluzione,
l'imperatore brinda. Venezia è a portata di cannone.
Se
il Piave cade, non c'è più niente tra le armate austriache e il
cuore dell'Italia del Nord, Padova, Vicenza, forse Milano. Carlo non
ha dubbi. Il colpo finale è questione di settimane. I soldati
austriaci, nelle trincee avanzate cantano una canzone beffarda.
Andate a Bassano a bere il caffè. gridano verso le linee italiane,
bassano del grappa a pochi chilometri dal fronte, sembra ormai a
portata di mano.
La
guerra italiana è finita, pensano. È solo questione di tempo. A
Rapallo, tra il 5 e il 7 novembre, si riuniscono i leader alleati per
decidere cosa fare dell'Italia. Attorno al tavolo siedono il primo
ministro britannico Lloyd George, il maresciallo FC, il generale
Robertson, il presidente del Consiglio italiano Orlando.
L'atmosfera
è glaciale. I francesi e gli inglesi non nascondono il disprezzo.
Pretendono la testa di Cadorna come condizione per qualsiasi aiuto.
L'esercito italiano ha perso in tre settimane quello che aveva
conquistato in 2 anni. Perché dovrebbero fidarsi di un paese che
crolla al primo colpo serio? E poi c'è il problema più grande.
L'Italia non ha più uomini.
I
veterani sono decimati, esausti, traumatizzati. Le riserve sono
finite. Le classi più anziane già al fronte. I feriti riempiono gli
ospedali da Udine a Roma. I depositi di addestramento sono vuoti, non
c'è più nessuno da mandare al fronte. E allora Roma prende una
decisione disperata, senza precedenti. Abbassa l'età minima di leva
e chiama alle armi la classe 1899. 265.000
ragazzi. diciottenni. Alcuni non hanno ancora compiuto 18 anni. Figli
di contadini e artigiani, studenti e apprendisti che fino a pochi
mesi prima sedevano sui banchi di scuola o lavoravano nei campi dei
padri. Non hanno mai visto una trincea, non hanno mai sentito il
sibilo di un proiettile, non hanno mai dormito nel fango.
Quello
che nessuno in Europa può prevedere in questo novembre del 1917 è
che esattamente un anno dopo, giorno per giorno, 24 ottobre 1918,
quello stesso esercito distrutto attraverserà il Piave in direzione
opposta e annichilirà le armate austro-ungariche nella più grande
vittoria italiana della storia. 650 anni di dominio asburgico
cancellati in 10 giorni.
E
lo faranno quei ragazzi, quei bambini di cui il nemico ride stanotte.
Ma chi sono? Da dove vengono? E come è possibile che 265.000
diciottenni cambino il destino di una guerra e di un impero? 1899,
l'ultimo anno del vecchio secolo, nascono in un'Italia che non esiste
ancora come Nazione unita, nemmeno da 40 anni.
I
loro padri sono contadini del Veneto e della Puglia. Artigiani del
Piemonte, falegnami della Sicilia, pescatori della Sardegna. Le loro
madri non sanno leggere. Le loro case hanno pavimenti di terra
battuta. La scuola, per la maggior parte di loro, finisce a 11 anni,
12 se sono fortunati. Poi i campi, la bottega, il mare sono 264.500 o
62.
Non
è una stima, è il numero esatto dei coscritti della classe 1899
arruolati nell'esercito italiano. 265.000 ragazzi in numeri tondi e
ognuno ha una madre che lo accompagna alla stazione ferroviaria del
paese. Ognuno ha un fagotto con il pane e il formaggio. Ognuno ha 17
o 18 anni e un mondo che sta per finire. I primi 80.000 li chiamano
nei primi mesi del 1917.
li
addestrano in fretta, perché la fretta è l'unica costante di questa
guerra. 180 giorni di istruzione compressi in poche settimane.
Sparare, marciare, obbedire. Non li mandano subito al fronte, li
tengono nelle retrovie, nei depositi, in attesa. Poi a maggio ne
chiamano altri 180.000, poi altri ancora in luglio in numeri più
piccoli.
Li
vestono condivise usate e strausate, troppo larghe per corpi che non
hanno ancora finito di crescere. li armano con fucili più vecchi di
loro e li tengono in riserva fino a Caporetto. Dopo il 24 ottobre
1917 non c'è più tempo per niente. I depositi di addestramento si
svuotano. Due giorni di preparazione finale e via sul treno verso il
Piave.
Alcuni
non hanno mai sparato un colpo con munizioni vere. Alcuni portano
ancora le scarpe di casa perché gli scarponi militari non sono
arrivati. Arrivano sulla linea del Piave in novembre. li scaricano
dai treni a Padova, a Treviso, a Castelfranco e da lì marciano verso
il fiume a piedi per strade intasate di profughi che vanno nella
direzione opposta.
Famiglie
intere con i carri, i bambini, le bestie scappano dal fronte. I
ragazzi marciano verso il fronte, si incrociano in silenzio. Quello
che vedono quando arrivano in linea li segna per sempre. I veterani
della seconda e della terza armata sono fantasmi, uomini che hanno
combattuto 11 battaglie dell'isonzo, che hanno visto morire i
compagni sotto il fuoco austriaco per 2 anni, che hanno sopravvissuto
a Caporetto solo per ritrovarsi su un altro fiume, un'altra trincea,
un'altra linea da tenere.
Hanno
gli occhi vuoti, le mani tremano, molti non parlano, la parola che
circola tra i reparti è una sola. Basta. E in mezzo a questi uomini
distrutti arrivano i ragazzi e cantano. I veterani li guardano come
si guarda un miraggio. Questi ragazzini, con le divise larghe e le
facce pulite camminano verso le posizioni avanzate cantando le
canzoni che hanno imparato al paese.
Qualcuno
dei vecchi ride amaro, qualcuno si gira dall'altra parte, qualcuno
piange, ma qualcosa cambia. L'entusiasmo innocente dei diciottenti si
insinua nelle ossa stanche dei veterani, come il calore di un fuoco
dopo una marcia nel gelo. Non è tattica, non è strategia, è
qualcosa di più elementare, più antico.
È
la speranza che torna dove era morta. Il giovanile entusiasmo dei
ragazzi del 1899, unito all'esperienza dei compagni più anziani,
genera quella che le cronache chiameranno un'amalgama prodigiosa. Ma
non sono solo i ragazzi a cambiare l'esercito, è anche l'uomo che li
comanda. Armando Diaz è tutto quello che Cadorna non era.
Cadorna
governava con il terrore. Decimazioni, fucilazioni sommarie,
punizioni collettive. I soldati non combattevano per l'Italia,
combattevano per non essere fucilati dai propri ufficiali. Diz
capovolge questo sistema in poche settimane, ordina più cibo per le
truppe, istituisce turni di riposo regolari, concede licenze,
migliora le condizioni negli ospedali da campo, scrive ai comandanti
divisione: "I soldati devono sapere perché combattono. Non
basta la paura, serve la convinzione e poi cambia la dottrina".
Cadorna credeva nell'attacco frontale a qualsiasi costo. Diaz
organizza la difesa in profondità, non una linea, ma tre. Non un
muro rigido che si spezza al primo colpo, ma un sistema elastico che
assorbe l'urto e contrattacca. Posiziona l'artiglieria nelle retrovie
con campi di tiro calcolati al metro, crea
riserve mobili pronte a intervenire dove il fronte cede. Per la prima
volta nella guerra italiana c'è un piano che non prevede il
sacrificio inutile di migliaia di uomini. Quello che il nemico non
capisce è che non sta più combattendo contro l'esercito di Cadorna,
sta combattendo contro qualcosa di nuovo, un esercito che ha una
ragione per resistere, un esercito che ha al suo centro 265.000
ragazzi che non sanno cos'è la sconfitta perché non l'hanno mai
vissuta. Il 9 novembre 1917 il ponte di Nervesa salta in aria. I
genieri italiani lo fanno saltare per impedire agli austriaci di
attraversare. La sponda occidentale del Piave diventa l'ultimo
confine. Di là il nemico, di qua l'Italia. Non c'è un metro di
terra da cedere e qui i ragazzi del '99 ricevono il battesimo del
fuoco.
Il
16 novembre alcuni battaglioni austriaci tentano di attraversare il
Piave. I ragazzi sono in prima linea. Il loro primo combattimento,
granate, fucileria, il fischio dei proiettili che nessun
addestramento può preparare. Ma non cedono, contrattaccano. I
battaglioni austriaci che hanno osato varcare il fiume vengono
annientati.
1200
prigionieri catturati, cannoni nemici riconquistati. Due giorni dopo,
il 18 novembre, Diaz firma un ordine del giorno che entrerà nella
storia. I giovani soldati della classe 1899 hanno avuto il battesimo
del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico. Il Piave tiene,
l'avanzata nemica si ferma. Per la prima volta dopo Caporetto
l'Italia respira.
Ma
la vera prova deve ancora venire. L'Austria non ha rinunciato a
finire l'Italia. L'imperatore Carlo vuole il colpo decisivo e quando
arriverà, nel giugno del 1918 manderà 100.000 uomini attraverso
quel fiume contro i ragazzi. L'Austria-Ungheria non ha rinunciato a
distruggere l'Italia. Per 7 mesi, dall'inverno alla primavera del
1918, Vienna prepara quella che deve essere l'offensiva finale.
L'imperatore
Carlo vuole chiudere la guerra sul fronte italiano prima che
l'America cambi gli equilibri. Ma il suo stato maggiore è diviso.
Due generali, due piani, due ego che non possono coesistere. Il feld
maresciallo Conrad von Hutendorf, l'uomo che ha spinto l'Austria in
guerra nel 1914, vuole attaccare dal Trentino, dall'altopiano di
Asiago e puntare verso Vicenza per tagliare le linee italiane dal
nord.
Il
generale Svetozar Boroevic, il difensore del Piave, vuole sfondare
direttamente attraverso il fiume e marciare verso Venezia e Padova. I
due si detestano, non riescono a mettersi d'accordo su niente.
L'imperatore Carlo e il suo capo di stato maggiore Artz von
Straussenburg commettono l'errore che deciderà la guerra. Non
scelgono. Dividono le forze in parti uguali tra i due generali.
58
divisioni, metà a Conrad, metà a Boroevic. Nessuna riserva
strategica. Lo stesso errore che Cadorna ha fatto per anni sull' Isonzo, attaccare su un fronte troppo largo con forze troppo
disperse, Boroević lo sa, lo dice, lo mette per iscritto, nessuno lo
ascolta e c'è un problema che Vienna non vuole ammettere. L'esercito
austro-ungarico sta morendo di fame.
I
rifornimenti non arrivano, le truppe sono malnutrite, demoralizzate.
Dall'inizio dell'anno 200.000 soldati ungheresi hanno disertato. I
tedeschi hanno ritirato le loro divisioni per l'offensiva in Francia.
L'Austria è sola, ma il piano va avanti. L'attacco è fissato per le
3 del mattino del 15 giugno 1918.
Quello
che l'imperatore Carlo non sa è che gli italiani conoscono tutto,
ogni dettaglio, l'ora dell'attacco, i settori di sfondamento, la
disposizione delle batterie. Prigionieri e disertori austriaci hanno
rivelato il piano nei giorni precedenti. Diaz sa esattamente cosa sta
per accadere e ha avuto il tempo di preparare la risposta.
15
giugno, le 2:30 del mattino, 30 minuti prima dell'ora prevista per
l'attacco austriaco. L'artiglieria italiana apre il fuoco. Migliaia
di cannoni lungo tutto il fronte sparano simultaneamente sulle
posizioni di assembramento austriache. Le truppe nemiche si stanno
ancora disponendo per l'attacco.
Sono
ammassate nelle trincee di partenza, nei camminamenti, dietro i
depositi. I proiettili italiani arrivano nel mucchio. L'effetto è
devastante. battaglioni interi decimati prima ancora di muovere un
passo. Gli ufficiali austriaci non capiscono. L'attacco doveva essere
una sorpresa. Non era una sorpresa.
Alle
3:00 con 30 minuti di ritardo sulla tabella originale, l'artiglieria
austro-ungarica risponde: "Gas e granate si rovesciano sulle
linee italiane, la stessa tattica di Caporetto, lo stesso tipo di
bombardamento. Ma questa volta la difesa è diversa. [musica] Diaz ha
organizzato tre linee, non una. Le truppe nella prima linea assorbono
l'urto, le riserve nella seconda e nella terza aspettano.
Sul
settore di Asiago Conrad attacca. Le sue truppe sfondano le posizioni
britanniche e francesi. Conquistano i tre monti, penetrano le linee
italiane sul grappa. Per qualche ora sembra funzionare, poi i
contrattacchi li ricacciano indietro, posizione per posizione,
collina per collina. Conrad perderà 40.000
uomini in una settimana senza guadagnare un metro permanente e le sue
batterie, più di un terzo di tutta l'artiglieria asburgica in
Italia, resteranno impegnate lì, incapaci di aiutare Boroević sul
Piave. Il risultato è esattamente quello che Boroević aveva
previsto. Le forze sono disperse, nessuno dei due attacchi ha la
massa critica per sfondare.
Sul
Piave è peggio. Boroević lancia tutto quello che ha e qui succede
qualcosa che nessuno si aspettava. Nonostante il fuoco italiano,
nonostante le perdite nelle trincee di partenza, 100.000 soldati
austro-ungarici riescono ad attraversare il fiume. Pontoni, barche,
passerelle improvvisate arrivano sulla sponda occidentale,
stabiliscono teste di ponte, prendono Nervesa, avanzano sul Montello.
Per
un momento terrificante sembra che Caporetto si stia ripetendo, ma
non si ripete. I ragazzi del 99 sono lì, sul Montello, nelle trincee
lungo il fiume, nelle posizioni avanzate attorno a Nervesa,
diciottenni contro veterani dell'esercito imperiale. Nella zona di
Villa Berti la Brigata Piacenza tiene la posizione, non arretra.
Gli
ordini sono semplici, nessun metro indietro. I ragazzi obbediscono,
le distanze si accorciano. 10 m, 5. La fucileria diventa inutile.
Baionette, bombe a mano, pugni. Le grida si mescolano in tre lingue:
tedesco, ungherese, italiano. Il terreno cambia di mano tre volte in
un'ora. Una posizione viene presa dagli austriaci alle 11 del
mattino, ripresa dagli italiani a mezzogiorno, persa di nuovo alle
2:00 del pomeriggio, riconquistata alle 4:00, ogni metro costa corpi.
A
Nervesa il combattimento è casa per casa, stanza per stanza. I muri
crollano sotto le granate, le macerie diventano trincee, gli arditi
si lanciano nei contrattacchi con i pugnali e le bombe a mano. Non
hanno paura della distanza ravvicinata. Sono addestrati per questo.
La linea si piega ma non si spezza.
Poi
il cielo interviene. Il 16 giugno le nuvole sopra le Alpi si aprono.
Pioggia violenta, incessante. L'acqua delle montagne si riversa nel
Piave. Il fiume si gonfia in poche ore. Quello che era un corso
d'acqua attraversabile diventa un mostro di fango e corrente. I ponti
di barche che gli austriaci hanno costruito con tanta fatica
cominciano a cedere.
Sei
volte li ricostruiscono, sei volte il fiume li distrugge. I pontoni
del ponte superiore vengono trascinati dalla corrente e si schiantano
contro il ponte inferiore spazzandolo via. 100.000 soldati austriaci
sulla sponda occidentale rimangono tagliati fuori. Niente rinforzi,
niente munizioni, niente cibo, niente artiglieria pesante. Combattono
con le spalle scoperte, senza via di ritirata, contro un nemico che
si rafforza ogni ora.
La
pioggia continua a cadere e con la pioggia cadono anche le speranze
dell'imperatore Carlo. Gli italiani lo capiscono, Diaz lo capisce. Il
momento è adesso. Dall'alto l'aviazione italiana entra in azione. I
bombardieri caproni colpiscono le posizioni austriache e i resti dei
ponti. I caccia dominano i cieli sopra il Montello.
Il
19 giugno Francesco Baracca, il più grande asso dell'aviazione
italiana con 34 vittorie, decolla per una missione di mitragliamento
sulle truppe austriache. Non tornerà mai, lo troveranno a 4 m dal
relitto del suo spad abbattuto sul Montello. L'Italia perde il suo
eroe dell'aria, ma la superiorità aerea tiene e sotto quella
copertura le riserve italiane si preparano a contrattaccare.
Il
nemico è intrappolato tra un fiume in piena e un esercito che non
cede. Sul terreno gli eroi si contano uno per uno. C'è una casetta
semidistrutta lungo il Piave, davanti alla stazione ferroviaria di
Fagarè, in provincia di Treviso. I muri portano i segni delle
granate. Il tetto non esiste più.
Le
finestre sono buchi neri aperti sul niente, ma su uno di quei muri
qualcuno ha scritto qualcosa con la vernice. Le lettere sono grandi,
irregolari, tracciate in fretta da una mano che trema. Non per paura,
per rabbia. Tutti eroi o il Piave o tutti accoppati. Non è un ordine
del giorno firmato da un generale. Non è un proclama del comando
supremo.
È
la voce dei soldati, la promessa che si fanno tra loro prima
dell'alba. O vinciamo o moriamo tutti, non c'è via di mezzo, non c'è
ritirata. Su un altro pezzo di muro la stessa mano scrive un'altra
frase: "Meglio vivere un giorno da leone che 100 giorni da
pecora". La tradizione attribuirà queste parole al generale
Ignazio Pisciotta, un ufficiale ferito che, nonostante un braccio
immobilizzato, lega un barattolo di vernice all'arto bloccato,
impugna un pennello con l'altra mano e scrive sulla pietra le parole
che diventeranno il simbolo
della resistenza italiana sul Piave. Quei frammenti di muro
sopravvivono alla guerra. Vengono trasportati al sacrario militare di
Fagaré della Battaglia, inaugurato nel 1920. Sono ancora lì oggi o
il Piave o tutti accoppati. Lo dicono i soldati nelle trincee. Lo
gridano durante i contrattacchi, lo scrivono sui muri e lo fanno.
100.000
austriaci hanno attraversato il Piave. Adesso bisogna ricacciarli
indietro. Il 17 giugno le riserve italiane entrano in azione. I
ragazzi del 99 e gli arditi vengono lanciati contro le teste di ponte
austriache tra Giavera e Spresiano. Gli Arditi attaccano a Fossalta
di Piave. Obiettivo: tagliare le teste di ponte prima che si
colleghino.
Il
18 giugno alle 4:00 del pomeriggio i reparti d'assalto partono
all'attacco. Pugnali, bombe a mano Teevenot, Villarperosa sotto il
braccio. Si muovono a gruppi di cinque, di 10, sfruttando ogni buca,
ogni muro, ogni albero spezzato. La distanza tra le linee si riduce a
niente. Un ardito salta in una trincea austriaca, colpo di pugnale.
Un
altro lo segue. Granata. 2 m più avanti. Un altro. Il combattimento
è primitivo, animale, non c'è spazio per la strategia a questa
distanza. C'è solo chi colpisce per primo. Non conquistano tutti gli
obiettivi. I battaglioni non riescono a coordinarsi su un fronte così
caotico, ma l'avanzata austriaca si ferma non un metro in più.
Il
cuneo nemico tra il Montello e San Donà non si allarga. Sul Montello
i ragazzi del 99 combattono giorno e notte. Non dormono, non
mangiano. L'acqua viene portata a mano dalle retrovie quando arriva.
Quando non arriva bevono quella del Piave marrone di fango. Le
munizioni vengono razionate. 10 colpi a testa, poi cinque, poi la
baionetta.
Hanno
18 anni e combattono con i veterani che ne hanno 30, 35, uomini che hanno
fatto la guerra sui carpazzi in Serbia, in Galizia. Soldati
professionisti che conoscono ogni trucco della trincea, ogni modo di
uccidere a distanza ravvicinata. Ma i ragazzi non cedono. Hanno dalla
loro parte qualcosa che nessun veterano possiede più.
Non
conoscono la sconfitta, non hanno combattuto sul l' Isonzo, non hanno
vissuto Caporetto come soldati. Per loro questa è la prima e unica
guerra e non esiste altra opzione che vincerla. Ogni posizione difesa
è un punto di onore. Ogni trincea persa viene contrattaccata. Ogni
metro è pagato con il sangue. Di notte i ragazzi sentono gli
austriaci che parlano dall'altra parte del filo spinato 5
m di distanza. Respirano la stessa aria. All'alba ricominceranno a
uccidersi. Il 19 giugno i contrattacchi si intensificano tra Giavera
e Nervesa. La pressione italiana cresce. Gli austriaci sulla sponda
occidentale stanno esaurendo tutto. Le munizioni si contano a
proiettili. I feriti non possono essere evacuati. Il morale crolla.
Il
20 giugno l'imperatore Carlo prende una decisione che gli costa
l'impero. Prende il comando personale delle operazioni e ordina la
ritirata sulla riva orientale. Il generale Goiginger protesta.
Abbiamo preso 12.000 prigionieri e 84 cannoni, come possiamo
ritirarci? Ma la realtà è più forte dell'orgoglio.
Le
truppe sulla sponda occidentale sono condannate se rimangono. Il
fiume in piena impedisce qualsiasi rifornimento. Restare significa
morire. L'ordine viene eseguito, ma la ritirata attraverso un fiume
in piena è più pericolosa della battaglia stessa. Tra il 20 e il 23
giugno gli austriaci attraversano il Piave in direzione opposta verso
est sotto il fuoco costante dell'artiglieria italiana.
Non
è una ritirata ordinata, è una fuga disperata. Uomini che si
aggrappano ai resti dei pontoni, che nuotano nella corrente gelida
che annegano trascinati dal peso dell'equipaggiamento. I cadaveri si
accumulano sulle rive, il Piave si prende i vivi e restituisce i
morti. Il 23 giugno 1918 l'ultimo soldato austriaco lascia la sponda
occidentale del Piave.
La
battaglia del solstizio è finita. L'Italia ha vinto. Gabriele
D'Annunzio la chiamerà così, la battaglia del solstizio, perché
cade nel giorno più lungo dell'anno e perché dopo il solstizio le
giornate si accorciano, come si accorcerà la vita dell'impero
austro-ungarico. I numeri sono i numeri, perdite austria 118.000 tra
morti, feriti, malati, prigionieri e dispersi 40.000
solo nel settore di Conrad che non ha guadagnato niente. Il
resto sul Piave dove 100.000 uomini hanno attraversato un fiume per
scoprire che dall'altra parte li aspettava un muro. Perdite italiane:
85.000, 10.000 morti, 35.000 feriti, 40.000 prigionieri. In 9 giorni
di combattimento l'equivalente della popolazione di una città media
è stato cancellato da entrambe le parti.
Una
vittoria pagata cara, carissima. Ma una vittoria, la prima vera
vittoria difensiva italiana dopo 2 anni e mezzo di massacri sul
Lisonzo e questa volta non la contesta nessuno, non gli alleati, non
i giornali di Londra, non i generali di Parigi. L'ultima offensiva
austro-ungarica della storia è fallita. L'impero non attaccherà mai
più, non ne ha la forza, non ne ha la volontà, non ne ha più gli
uomini.
L'esercito
che doveva finire l'Italia è tornato indietro con 118.000 uomini in
meno e il morale a pezzi. Le minoranze nazionali dell'impero, i
ciechi, gli slovacchi, gli ungheresi, i croati vedono la crepa nel
muro. Cominciano a pensare che forse l'impero non è invincibile,
forse l'impero è già morto e non lo sa ancora. I parlamentari a
Vienna e Budapest condanneranno l'imperatore per la follia di
un'offensiva preparata male e lanciata peggio.
Il
prestigio di Carlo non si riprenderà mai. Ma dietro i numeri, dietro
le strategie, dietro i proclami dei generali c'è una domanda che
nessuna statistica può rispondere. Chi erano veramente quei ragazzi
che andavano in prima linea cantando, che scrivevano sui muri o Il
Piave o Tutti accoppati? che a 18 anni tenevano una linea che
veterani tre volte la loro età non erano riusciti a tenere a
Caporetto.
I
numeri li conosciamo. 100.000 soldati imperiali attraversano il
Piave. Dall'altra parte trovano dei ragazzini e quei ragazzini li
rimandano indietro. Ma non è solo la vittoria che conta, è chi ha
vinto. Non soldati professionisti, non veterani temprati da anni di
guerra, contadini che fino a 6 mesi prima guidavano la ratro nei
campi del padre, studenti che non avevano finito di leggere le neide,
apprendisti che conoscevano il legno e il ferro, non il piombo e
l'acciaio.
Avevano
17 anni, 18 e portavano divise troppo larghe e fucili più pesanti di
loro. Questo è il fatto che nessun numero può cancellare e nessuna
analisi strategica può ridurre. Ma non è solo la vittoria militare
che rende questa storia diversa da qualsiasi altra. È il modo in cui
quei ragazzi hanno combattuto. È quello che erano.
È
quello che non erano ancora diventati e che non diventeranno mai
perché la guerra se li è presi prima. Gabriele D'Annunzio trova le
parole che nessun bollettino militare potrebbe trovare. Parla di loro
in un discorso all'Augusteo di Roma il 5 maggio 1919, pochi mesi dopo
la fine della guerra e dice: "La madre vi ravvivava i capelli,
accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei
vostri riposi.
Eravate
ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi. La madre che ravviva
i capelli, la lampada dello studio, il lenzuolo rimboccato prima di
dormire. Non sono immagini di guerra, sono immagini di infanzia e
D'Annunzio le mette accanto alla trincea, al fango, alla morte,
perché il contrasto è talmente violento che non servono aggettivi.
Basta il confronto.
Ieri
fanciulli, oggi così grandi. Ieri il lenzuolo rimboccato dalla
madre, oggi il fango del Piave come ultimo letto. E poi c'è il
canto. Il generale Diaz, l'uomo che ha ricostruito l'esercito dopo
Caporetto, l'uomo che ha vinto la guerra, sceglie di ricordare i
ragazzi del 99 non con numeri o strategie, li ricorda con una sola
immagine.
Li
ho visti i ragazzi del 99. Andavano in prima linea cantando, li ho
visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora. Andavano cantando,
tornavano cantando. Ma quanti tornavano? in esigua schiera, un pugno
di sopravvissuti dove prima c'era una compagnia e cantavano ancora.
Cos'è questo? Non è coraggio nel senso militare della parola, è
qualcosa di più profondo.
È
l'innocenza che non conosce la paura perché non conosce la
sconfitta. Questi ragazzi non avevano mai perso niente, non avevano
combattuto le 11 battaglie dell'isonzo, non avevano vissuto le
decimazioni di Cadorna, non portavano sulle spalle il peso di 2 anni
di massacri senza risultato. Per loro il Piave era la prima e unica
linea e la tennero.
Le
canzoni nascono al fronte tra una granata e l'altra. Del 1899, son
classe che va a sparar. Canzoni semplici, con melodie da osteria,
parole che qualsiasi contadino capisce. Non sono inni retorici
composti da poeti nei salotti di Roma. Sono versi scritti nel fango
da ragazzi che domani forse non ci saranno più.
Sono
il modo in cui un diciottenne dice a sé stesso che è ancora vivo e
il modo in cui dice ai compagni non siete soli. E il contrasto con
Caporetto è totale. 7 mesi prima, sullo stesso tipo di terreno
contro lo stesso nemico, l'esercito di Cadorna si era sfaldato. Non
per vigliaccheria come Cadorna aveva accusato, per stanchezza, per
fame, per la brutalità di un comando che vedeva i soldati come carne
da macello.
Cadorna
aveva costruito un esercito che combatteva per paura. Diaz costruisce
un esercito che combatte per convinzione e al centro di
quell'esercito mette 265.000 ragazzi che non portano il peso del
passato, che portano solo l'urgenza del presente. 81.260 di loro non
torneranno a casa mai. Nessuna lettera, nessun treno, nessun passo
sulla soglia, solo un telegramma del Ministero della Guerra e una
madre che non si riprenderà mai. 78.384
torneranno. Sì. ma feriti, mutilati, invalidi, ragazzi di 19 anni
con un braccio in meno, con un occhio in meno, con i polmoni bruciati
dal gas. Su 265.000 ragazzi partiti, più di 160.000 saranno morti o
feriti alla fine della guerra. più del 60%, più di uno su due. Ogni
secondo ragazzo che la madre ha accompagnato alla stazione non è
tornato intero.
Molti
non sono tornati affatto e lo sapevano. Non erano stupidi, non erano
inconsapevoli. Vedevano i compagni cadere, vedevano le barelle
passare, contavano i posti vuoti al rancio della sera, ma andavano
avanti lo stesso cantando. O il Piave o tutti accoppati. Non era
retorica, era la descrizione esatta di quello che stava succedendo,
il Piave o la morte.
E
scelsero il Piave e molti morirono comunque. Ma il Piave tenne.
Questa è la superiorità morale dei ragazzi del 99. Non è fatta di
proclami o di medaglie. Non è fatta di generali che scrivono
rapporti in una stanza sicura a chilometri dal fronte. È fatta di
diciottenni che cantano andando a morire, di
ragazzini che tengono una linea che veterani con il triplo della loro
esperienza non avevano tenuto, di figli strappati alle madri che si
comportano come uomini nel momento in cui il loro paese ha bisogno di
uomini. È la superiorità di chi non ha niente tranne il coraggio e
scopre che il coraggio basta e il nemico? Il nemico che aveva riso
quando li aveva visti arrivare, il nemico che aveva detto "L'Italia
manda i bambini".
Il
nemico tace e quando finalmente parla quello che dice cambia tutto.
Il Piave non è solo una vittoria italiana, è una sentenza di morte
per un impero. Eric Ludendorf è l'uomo più potente dell'esercito
tedesco. il cervello dietro ogni offensiva, ogni calcolo, ogni
decisione strategica che la Germania ha preso dal 1914, quando nel
giugno del 1918 gli arriva la notizia che l'offensiva austriaca sul
Piave è fallita, Ludendorf scrive una frase che vale più di
qualsiasi analisi militare, una frase che un uomo del suo
calibro
non avrebbe mai voluto scrivere. Ebbi per la prima volta la
sensazione della sconfitta. Per la prima volta in 4 anni di guerra
mondiale, attraverso centinaia di battaglie su ogni fronte, dalla
Marna a Verdun, dal fronte orientale alle Fiandre, Ludendorf non
aveva mai provato quella sensazione. Non quando i russi avanzavano in
Prussia orientale nel 1914, non quando la somme costò mezzo milione
di uomini, non quando l'America entrò in guerra.
La
prima volta che Eric Ludendorf sente che la guerra è persa è quando
l'Italia ferma l'Austria sul Piave, quando quei bambini, come li
aveva chiamati il nemico, rimandano indietro 100.000 soldati
imperiali. Se il capo militare tedesco sente la sconfitta, la
sconfitta è reale e non è la sconfitta di una sola battaglia. È la
sensazione che l'intero edificio della guerra stia cedendo, che il
castello di carte che i generali tedeschi e austriaci avevano
costruito in 4 anni stia per crollare e il colpo che lo fa tremare
non viene dal fronte
occidentale,
non viene dai carri armati britannici o dalle divisioni americane,
viene dal Piave, viene dall'Italia, viene da quei ragazzi di 18 anni.
Ma Ludendorf non ha ancora finito di parlare dell'Italia. 4 mesi dopo
il Piave arriva Vittorio Veneto, 24 ottobre 1918, lo stesso giorno
esatto di Caporetto, un anno dopo.
La
stessa data che nella prima fase di questa storia era sinonimo di
disastro. Lo stesso esercito che un anno prima arretrava di 150 km
adesso avanza. L'offensiva italiana parte dal Piave e travolge le
linee austro-ungariche. Non è una battaglia, è un crollo.
L'esercito austro-ungarico, già dissanguato al Piave, già
demoralizzato dalla fame e dalle diserzioni, si sfalda divisione dopo
divisione.
I
ragazzi del 99 combattono la loro terza e ultima battaglia. Tre
battaglie in un anno. La prima per fermare il nemico in novembre, la
seconda per respingerlo in giugno, la terza per distruggerlo in
ottobre. Tre battaglie, tre vittorie. La classe di ferro non conosce
la sconfitta. In 10 giorni l'esercito italiano cattura 400.000
prigionieri, 5.000
pezzi di artiglieria, depositi di munizioni, magazzini, treni, ponti.
L'avanzata è così rapida che le retrovie non riescono a tenere il
passo. Le colonne di prigionieri sono talmente lunghe che bloccano le
strade. Ludendorf osserva la catastrofe austriaca e scrive il suo
verdetto definitivo. È una frase che ogni italiano dovrebbe
conoscere.
A
Vittorio Veneto l'Austria non perse una battaglia, ma perse la guerra
e sé stessa, trascinando nella sua caduta anche la Germania.
trascinando nella sua caduta anche la Germania. Non è un generale
italiano a dirlo, non è propaganda di Roma. È il capo militare
tedesco che ammette nero su bianco che la vittoria italiana a
Vittorio Veneto non ha solo sconfitto l'Austria, ha trascinato la
Germania nella caduta.
L'Italia
non ha vinto una battaglia, ha vinto la guerra. E l'impero? L'impero
che aveva brindato a Caporetto, l'impero che aveva mandato 100.000
uomini attraverso il Piave sicuro di finire l'Italia, si dissolve
come neve al sole. L'imperatore Carlo, lo stesso che aveva preso il
comando personale sul Piave a giugno, lo stesso che aveva brindato a
Caporetto, assiste impotente alla disintegrazione del suo mondo.
L'offensiva
fallita gli è costata ogni briciola di credibilità. I parlamentari
a Vienna e Budapest lo hanno denunciato. I generali non lo rispettano
più. Le nazionalità dell'impero sentono l'odore della fine. Il 28
ottobre 1918 la Cecoslovacchia dichiara l'indipendenza. Praga si
stacca da Vienna.
Il
29 ottobre sono gli slavi del Sud. Zagabria, Lubiana, Sarajievo
proclamano la nascita di un nuovo stato. Il 31 ottobre il Parlamento
di Budapest vota il ritiro dell'Ungheria dall'Unione. L'impero si
smembra in tempo reale. Ogni giorno un pezzo in meno. Ogni giorno una
nazione in più che dice basta. Il 3 novembre 1918 alle 3:20 del
pomeriggio nella Villa Giusti fuori Padova, l'Austria-Ungheria firma
l'armistizio.
Le
ostilità cessano 24 ore dopo, alle 3 del pomeriggio del 4 novembre.
650 anni di storia asburgica finiscono in una villa veneta davanti a
ufficiali italiani e alle 12 di quello stesso 4 novembre il generale
Armando Diaz prende una penna e firma il documento più famoso della
storia militare italiana. Ogni italiano conosce le parole che
seguono.
Il
bollettino della vittoria, la guerra contro l'Austria-Ungheria che,
sotto l'alta guida di Sua maestà, il re, l'esercito italiano,
inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con
fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima
per 41 mesi. È vinta. È vinta. Due parole. 41 mesi di guerra
compressi in due parole.
Ma
è la frase successiva che entra nella storia, la frase che ogni
italiano impara a memoria, che viene letta ogni 4 novembre nelle
piazze d'Italia, che è scolpita nei monumenti e incisa nel bronzo. I
resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo
risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso
con orgogliosa sicurezza.
Ogni
parola è un rovesciamento. Quello che fu uno dei più potenti non lo
è più. risalgono in disordine, dove prima marciavano in formazione,
senza speranza, dove prima c'era orgogliosa sicurezza, l'intero arco
della guerra condensato in una frase: "L'orgoglio di chi
scendeva alle valli nel 1915 diventa la disperazione di chi le risale
nel 1918".
Ricordate
la prima fase di questa storia? A Londra i giornali scrivevano che
l'Italia era finita. I francesi schieravano le truppe sul mincio
perché non credevano che il Piave potesse tenere. L'imperatore Carlo
brindava alla vittoria. Gli austriaci cantavano Andate a Bassano a
bere il caffè. Adesso Londra celebra la vittoria italiana.
I
francesi e gli inglesi che avevano mandato truppe in Italia dopo
Caporetto vedono quegli stessi italiani distruggere un impero in 10
giorni. L'imperatore Carlo non ha più un impero, non ha più un
trono, non ha più un paese. Morirà in esilio a Madeira nel 1922 a
34 anni di polmonite, dimenticato dal mondo.
E
gli austriaci che cantavano, i 100.000 che avevano attraversato il
Piave sicuri della vittoria, 400.000 di loro sono prigionieri. Il
resto è morto, disperso o in fuga verso un paese che non esiste più.
Nel 1923, con Reggio Decreto del 9 luglio, l'encomio dell'esercito ai
ragazzi del 99 viene convertito in croce al valor militare, un'intera
classe di coscritti decorata collettivamente, caso unico nella storia
militare italiana.
Non
una medaglia a un eroe, una medaglia a una generazione. 11 di loro
ricevono la medaglia d'oro al valor militare, la più alta
decorazione militare del paese. 265.000 ragazzi chiamati alle armi
quando il loro paese stava per morire. 81.000 non sono tornati,
78.000 sono tornati a pezzi.
Ma
quelli che sono tornati e quelli che non sono tornati hanno fatto
qualcosa che nessuna potenza al mondo potrà mai cancellare. Hanno
distrutto un impero, hanno vinto una guerra e hanno costretto il
nemico più potente del mondo ad ammettere, con le proprie parole che
l'Italia li aveva sconfitti. Non propaganda, non retorica, non
autocompiacimento.
Le
parole di Ludendorf, il bollettino di Diaz, l'armistizio di Villa
Giusti, il crollo dell'Austria-Ungheria, i fatti inconfutabili. Ma
cosa resta oggi di quei ragazzi? Cosa resta di quella generazione
rubata alle madri e data alla storia? La guerra è finita, l'impero è
caduto e i ragazzi del 99 che sono sopravvissuti tornano a casa.
Tornano
nei paesi da cui erano partiti un anno prima, ma non sono più quei
ragazzi. Hanno 19 anni e ne dimostrano 40. Hanno visto cose che i
loro padri non vedranno mai. Hanno fatto cose che le loro madri non
sapranno mai. Portano in valigia le poche cose che possedevano in
trincea e nel cuore un peso che non li lascerà per il resto della
vita.
Le
madri li aspettano sulle soglie, quelle che hanno qualcuno da
aspettare. Per 81.260 Da 260 famiglie la soglia resta vuota per
sempre. Un telegramma, un certificato, una medaglia in una scatola è
tutto quello che resta di un figlio. L'Italia celebra la vittoria. Il
4 novembre diventa festa nazionale, il giorno dell'unità nazionale e
giornata delle forze armate.
Ogni
anno in ogni piazza d'Italia, dalle Alpi alla Sicilia, viene letto il
bollettino della vittoria, i resti di quello che fu uno dei più
potenti eserciti del mondo. Le parole di Diaz diventano liturgia
nazionale, ripetute da generazioni che non hanno conosciuto la
trincea, ma ne portano la memoria nel sangue. E in quelle parole c'è
anche il sacrificio dei ragazzi del 99, anche se il loro nome non
appare nel testo.
Ma
chiunque conosca la storia sa che senza di loro quelle parole non
sarebbero mai state scritte. Ma l'Italia non dimentica, a Fagarè
della battaglia, in provincia di Treviso, i frammenti del muro su cui
era stato scritto: "Tutti eroi o il Piave o tutti accoppati"
vengono preservati e collocati nel giardino del sacrario militare
inaugurato nel 1920.
Sono
ancora lì oggi, protetti da una teca, consumati dal tempo, ma ancora
leggibili. I turisti passano e leggono. Alcuni non sanno cosa
significano quelle parole. Alcuni lo sanno e restano in silenzio. A
Bassano del Grappa, nel 1974, viene inaugurato un monumento dedicato
ai ragazzi del 99.
A
Fossalta di Piave, il 20 settembre 1981, con delibera del Consiglio
Comunale numero 68, il municipio conferisce la cittadinanza onoraria
a tutti i ragazzi del 99. Tutti vivi e morti con una motivazione che
dice tutto, grati e riconoscenti ai ragazzi del 99 che nel 1917 e nel
1918 sbarrarono al nemico le vie della patria.
Due
anni dopo, il 23 giugno 1983, viene inaugurato il monumento
Battistero sempre a Fossalta e nasce la giornata della pace, un
evento annuale che trasforma il luogo della guerra in un messaggio
per il futuro. Le canzoni sopravvivono. Del 1899 son io della classe
che va a sparar. Si cantano ancora oggi nelle riunioni degli alpini,
nelle commemorazioni, nei raduni.
Si
cantano con la voce che trema, perché chi le canta sa cosa
significano. Non sono canzoni allegre, sono il suono di 265.000
ragazzi che cantavano andando a morire. Il 4 novembre 1999, nel
centenario della nascita dei ragazzi del 99, le poste italiane
emettono un francobollo commemorativo, un pezzo di carta con
un'immagine, un gesto piccolo per una storia enorme, ma ha un gesto e
poi ci sono gli ultimi.
Nel
1981, 65 anni dopo la battaglia, i sopravvissuti si ritrovano a
Fossalta di Piave per un raduno nazionale. Sono ottantenni, ormai
camminano lentamente lungo gli argini del fiume dove da ragazzi
avevano combattuto. Il piave scorre tranquillo. Non è in piena come
nel giugno del 1918. Non ci sono granate, non ci sono grida, solo il
rumore dell'acqua e il silenzio di uomini che ricordano.
Qualcuno
piange, qualcuno guarda l'altra sponda e rivede i pontoni austriaci.
Alberto Agazzi nasce a Piacenza il 30 gennaio 1899. Combatte sul
Piave. Sopravvive alla guerra, vive per 108 anni, muore ad Alseno il
13 aprile 2007. Giovanni Antonio Carta della Brigata Sassari muore
nello stesso anno a 106 anni. Sono gli ultimi.
Dopo
di loro non resta più nessuno che abbia visto il Piave dall'interno
di una trincea a 18 anni, 2007. Non il Medioevo, non un passato
lontano e astratto che esiste solo nei libri di storia. 2007, l'anno
in cui è uscito il primo iPhone, l'anno in cui la Juventus giocava
in Serie B. Questi uomini hanno attraversato un intero secolo
portando dentro di sé il Piave.
Erano
i nostri nonni, i nostri bisnonni. Alcuni di noi li hanno conosciuti,
hanno stretto le mani che avevano impugnato i fucili sul Piave. Hanno
guardato negli occhi che avevano visto Caporetto e Vittorio Veneto.
Li chiamano la classe di ferro. Il nome non è casuale. I ragazzi del
99 non conobbero mai la sconfitta, non combatterono sull'isonzo, non
vissero caporetto come soldati, arrivarono nel momento più buio
della guerra italiana e portarono la luce.
Tre
battaglie, tre vittorie. La battaglia d'arresto nel novembre del
1917, quando fermarono l'avanzata nemica, la battaglia del solstizio
nel giugno del 1918, quando respinsero l'ultima offensiva austriaca.
La battaglia di Vittorio Veneto nell'ottobre del 1918, quando
distrussero un impero. Nessuna sconfitta, mai.
Per
questo sono di ferro. Gli austriaci risero quando li videro arrivare.
"L'Italia manda i bambini", dissero. Non avevano capito.
Quei bambini non erano venuti a morire, erano venuti a vincere. E sul
Piave, cantando vinsero. O il Piave o tutti accoppati. Scelsero il
Piave. Yeah.
Università
popolare di Mestre, La prima Guerra Mondiale sul Piave

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