La vita in trincea nel racconto di un soldato italiano

Intanto che si aspettava il rancio, mi decisi di scrivere a casa. Tutto era quieto. Appena finito, sto per mettere la firma che un sibilo e uno scoppio proprio sopra la testa, poi un altro mi mise un fuoco al bombardamento. Subito cercammo un ricovero come potemmo. Io presi un sasso ma era un riparo da niente. Allora, con un lavoro disperato, con le unghie potei procurarmi un buco; ma lo scoppio delle granate, che scoppiavano proprio sopra, non mi riparava niente. Dovetti stare fino alle due in questa pena. Alle due cessa un po’ […] dieci minuti ricomincia più di prima […] E lì una granata, poi un’altra quando mi battono davanti le schegge. […] Il fumo cominciava a serrarmi la gola che mi faceva temere a qualche gas asfissiante. Qui non mi vergogno a dirlo: invocavo le preghiere di mia madre e mi ricordavo di tutti i morti e tutti i santi. Comincia ad imbrunirsi l’aria e questo inferno non cessa. Non potevo più respirare. Quando sentiamo gridare l’adunata e ci dà l’ordine di prendere tutte le cartucce nel tascapane perché dobbiamo portarci in trincea. […] Allora mi avviai verso le trincee; ma, fatti appena quattro passi, mi prende in pieno il suo riflettore e subito mi bersaglia con le sue artiglierie. […] Andiamo avanti fin là dove troviamo i nostri compagni pronti a qualunque attacco. Lì c’era una piccola trincea e lì passammo
la notte senza nessun attacco. Alla mattina, allo spuntar dell’alba, avemmo l’ordine di ritirarci e subito saltammo fuori. Non appena fatto quattro salti che si grida: - Fermi, fermi che siamo attaccati. Allora l’artiglieria e la fucileria era proprio un inferno. […]
Continuammo fino alle dieci, con fuoco accelerato quando sentimmo un gridare aiuto di fianco. Era un ferito. Il mio compagno mi disse: Prendiamo questo e portiamolo alla medicazione. […] Allora ho potuto vedere lo spettacolo della guerra. Lì alla medicazione c’erano otto o dieci feriti che perdevano sangue da tutte le parti. La strada era piena di feriti, muli morti, feriti e un odore di sangue e di morte.
rid. da La mia vita militare (1915-1918). Memoriale dell’alpino Giovanelli Ettore


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