La battaglia dei 3 Monti
[…]
La linea del fronte si stava avvicinando alla pianura. I paesi
cominciavano a essere abbandonati, le famiglie in fuga.
L’11
novembre arrivò l’attacco. All’alba, tra le nebbie basse, il
fuoco austriaco riprese a martellare le postazioni italiane. Mortai,
shrapnel, raffiche precise dirette sulle mitragliatrici. L’aria
vibrava di sibili e scoppi, e tra le schegge cadevano anche i
proiettili caricati a lacrimogeni, che bruciavano occhi e gola come
acido. Poi si avvertì prima un sentore, poi un’ondata: l’odore
dell’alcol. Forte, dolciastro, pungente come disinfettante versato
su carne viva. Lo stesso odore che impregnava l’aria sull’Ortigara,
mesi prima, poco prima che tutto crollasse. Vapore di etanolo
sprigionato da uomini caricati a forza, infusi di coraggio chimico.
Era così intenso che sembrava colare giù dalle rocce, mescolato
alla nebbia e al fumo, invadendo le narici fino a dare il
voltastomaco.
E
poi arrivarono. Ondate di fanti, determinati, ben armati, le maschere
antigas che scintillavano nella luce grigia, le bombe a mano pronte.
I primi reparti italiani vacillarono. Alcuni scapparono, presi dalla
vertigine e dal terrore. Un alpino si piazzò con la sua Fiat Mod.14
dietro una piazzola ancora sporca di calce e cominciò a sparare
raffiche nervose, rapide, ossessive. Continuò fino a che la canna
non cominciò a fumare e l’aria, già satolla di alcol e cordite,
si fece irrespirabile.
Il
terreno tremava. Un alpino uscì dalla trincea, con tre bombe
S.I.P.E. legate alla cintura. Vide un gruppo di austriaci che
avanzava lungo un crinale. Ne colpì due, forse tre. Poi rotolò in
una buca. Una scheggia gli tagliò la guancia. Senti il sangue sulla
pelle gelida. Resistettero. Per ore. Poi il nemico si ritirò. Quella
notte, nel gelo, gli alpini, sentivano le ossa tremare non solo per
il freddo. Piccole formiche abbarbicate a una montagna che poteva
franare da un momento all’altro. Il mattino li svegliò con un
suono nuovo. No era il tuono sordo dei mortai. Non il sibilo delle
granate. Era qualcosa di più profondo, un respiro lungo e velenoso,
che saliva dalle valli come una nebbia malata.
Era
il 3 dicembre. Quando la prima nube passò tra i reticolati, nessuno
capì subito. Alcuni soldati si sollevarono per guardare. I primi a
cadere furono i muli: si piegarono come se le gambe gli si
spezzassero dentro. Poi toccò ai fanti, agli artiglieri. Tossivano,
si contorcevano, gli occhi urlavano più delle bocche. “Maschere!
Maschere!” L’iprite, il gas mostarda, avanzava lenta, densa,
gialla. Bruciava la pelle, la gola, gli alveoli dei polmoni.
L’iprite, tra le creste venete, sputata dai tubi degli austriaci
con metodo scientifico, tedesco. Non bastava più premere il
grilletto. Bisognava sopravvivere all’aria.
Fu
la fine della linea. Le Melette erano perse. “Formate squadre di
retroguardia!” “Rallentiamoli finché possiamo!” E così
fecero. Strada dopo strada, crinale dopo crinale, spararono dai
fossi, lanciarono bombe a mano dai ricoveri abbandonati, costruirono
trappole esplosive, fecero crollare baracche sulle mulattiere per
ostacolare i rincalzi nemici. Ogni metro era rubato col sangue. Ogni
notte dormivano un’ora, poi si spostavano ancora. Copi topi
braccati dal fuoco. L’azione di retroguardia, sfiancò il nemico e
dette modo al grosso dei battaglioni di ritirarsi con ordine. Il 7
dicembre, finalmente, si attestavano su una nuova linea difensiva:
Colle Eckar, a cavallo tra i monti e il ciglio della Val Frenzela,
poco prima del salto su Asiago. Li si fermarono. Nelle trincee
scavate a mezza costa del Col del Rosso ricominciò il bombardamento
austriaco improvviso, brutale, senza interruzioni. Mortai e shrapnel
tagliarono la cresta come falce su campo maturo. Una esplosione mandò
in aria una porzione intera della trincea secondaria.
Poi
arrivarono.
Fanti
austro-ungarici lanciati all’assalto, col passo deciso, inebriati
dall’alcol che puzzava a metri di distanza. Il fetore li precedeva
, più forte della polvere da sparo, più nauseante del sangue. Nel
pomeriggio, la compagnia fu respinta su una linea di riserva. La
quota Valbella era persa.
All’alba
del 29 gennaio, il 7 Comuni era in linea sotto Valbella. Le scariche
di artiglieria si alternavano alle raffiche delle mitragliatrici. Fu
nella notte che arrivò il grosso. I rincalzi italiani calarono dalle
retrovie, bersaglieri, alpini, fanteria e un reparto di arditi della
6^ armata. Alle tre del mattino, le granate italiane pestarono il
crinale del Sisemol come martelli su un’incudine. I lampi
illuminavano i cadaveri mezzi sepolti e i resti di uomini arsi vivi
dalle bombe a fosforo.
“Andiamo”
Un sibilo nell’aria. Boom!
Quando
il sole si alzò oltre le cime, il Col del Rosso era di nuovo
italiano. Ma il prezzo era sempre troppo caro. Corpi sparsi ovunque,
amici e nemici, stretti nella stessa gelida trincea. Il 30 gennaio
Col del Rosso fu completamente ripreso. Le trincee erano italiane, ma
coperte di morti. Valbella fumava. C’erano carcasse di muli,
cadaveri, mitragliatrici rovesciate. Da quel giorno il fronte rimase
stabile per un po' di tempo. Il Col del Rosso era caduto, ma non
c’era tempo di respirare. “Avanti, adesso tocca al Col d’Echele!”
La montagna era lì davanti, un bastione di neve, difeso da trincee
profonde e mitragliatrici ben piazzate. Gli uomini erano sfiniti, ma
nessuno si fermò. Ogni raffica che scendeva dalle posizioni nemiche
falciava uomini come grano maturo.
Arrivarono
alle prime postazioni austriache lanciando bombe a mano nelle
feritoie. Esplosioni secche, grida, schegge di legno a terra che
volavano in aria. Poi fu il corpo a corpo: baionette, calci di
fucile, coltelli. Il Col d’Echele si trasformò in un macello. Gli
alpini avanzarono nonostante il fumo delle granate che rendeva
difficile respirare e che bruciava gli occhi.
A
metà pomeriggio il Col d’Echele era stato strappato al nemico. Le
bandieri tricolori vennero piantate sulle rocce, tra mucchi di corpi
e rovine.
Liberamente
tratto e adattato dal libro La Guerra di Giovanni Ortigara 1917 di
Tiziano Berto.

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