Il Vate e il Fante. Due abruzzesi sul Carso
Nel
cuore della Grande Guerra, tra le pietre bianche e taglienti del
Carso, avviene un episodio che non appartiene solo alla storia
militare d’Italia, ma alla sua parte più umana e più vera.
Gabriele
D’Annunzio non fu un uomo di apparati, né un semplice interprete
del potere.
Non
fu mai completamente assoggettato a partiti o ideologie, e proprio
per questo la sua figura resta difficile, controversa, ma
profondamente libera. Quando entra in guerra, non lo fa perché
spinto da un sistema: lo fa per scelta e quella scelta lo obbliga a
una cosa sola.... "dimostrare" .
Dentro
l’ambiente militare il nome non basta. La fama non protegge. Il
poeta deve diventare uomo d’azione. Deve guadagnarsi il posto tra
soldati che non leggono libri ma guardano chi rischia davvero. E
D’Annunzio lo sa. Per questo si espone, partecipa, insiste. Prima
nell’aviazione, tra missioni ardite e azioni simboliche, poi, dopo
un evento che avrebbe potuto fermarlo per sempre.
Il
16 gennaio 1916 viene gravemente ferito all’occhio destro durante
un incidente aereo. È un colpo durissimo. Ma non si ritira. Non si
sottrae. Torna.
E
quando torna, non sceglie una posizione comoda. Chiede di stare tra
gli uomini.
Nell’autunno
del 1916 è sul Carso, ufficiale di collegamento della 45ª
Divisione, accanto ai fanti della Terza Armata.
Combatte
sul Monte Veliki e sul Monte Faiti, nei giorni più duri degli
assalti. Qui non ci sono parole, non ci sono pose. Qui si vive e si
muore.
Ed
è proprio in questo contesto che accade qualcosa di inatteso.
Nel
pieno dell’azione, tra una moltitudine indistinta di uomini, accade
un fatto minuscolo e immenso insieme. Non un gesto eroico. Non un
comando. Un suono.
Lo
racconta lui stesso in maniera emozionante e quasi epica:
“Odo
un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale. Il linguaggio
natale mi riaffluisce alla gola, alle labbra. Chiamo, grido,
interrogo. M’è risposto. M’è dato il rude e fiero ‘TU’
paesano.”
In
mezzo a migliaia di soldati, in una massa dove tutto si confonde,
D’Annunzio riconosce una sola cosa: la sua terra. Non cerca un
volto, non cerca un grado. Cerca quella voce.
Si
volta è trova un fante.
Uno
qualsiasi ma ora non più uno dei tanti.
E
allora parlano, senza distanza, senza formalità.
Non
il poeta e il soldato. Ma due abruzzesi.
“Ma
si abbruzzés tu?”
(Ma
sei abruzzese tu?)
“Scì.
E tu chi sì?”
(Sì.
E tu chi sei?)
“So’
Gabriele D’Annunzie.”
(Sono
Gabriele D’Annunzio.)
“Tu
si d’Annunzie? Gabriele!... E che stì a ffà ècch?”
(Tu
sei D’Annunzio? Gabriele!... E che ci fai qui?)
“Quell’
che stì a ffà tu.”
(Quello
che stai facendo tu.)
“Statte
accorte… ca ècch se mòre.”
(Stai
attento… perché qui si muore.)
“Statte
accorte pure tu.”
(Stai
attento anche tu.)
“Eh…
ma se mòre ji n’ succéde nniénte. Ma se te more tu, chi
t’arrefà?”
(Eh…
ma se muoio io non succede niente. Ma se muori tu, chi ti rifà?)
In
quelle parole c’è tutto.
C’è
la guerra vista da chi non conta.
C’è
la verità nuda del fronte.
E
c’è il riconoscimento.
Perché
D’Annunzio, lì, non è più il Vate. Non è più il simbolo. È un
uomo che ha scelto di stare in mezzo agli altri, senza protezioni,
senza privilegi e quel fante lo capisce.
Per
questo gli parla così. Per questo gli dice di andare via. Non per
paura, ma perché riconosce in lui qualcosa che va oltre la singola
vita.
E
forse è proprio questo il punto più alto di tutta la scena.
Non
il poeta.
Non
l’eroe.
Ma
un uomo libero che, nel punto più duro della storia italiana, ha
voluto esserci davvero. E un altro uomo, anonimo, che lo guarda e gli
restituisce il senso di quella scelta.
Sul
Carso, tra pietra e morte, non si incontrano solo due uomini.
Si
riconoscono due figli d'Abruzzo
Tratto da conferenza Grande Guerra, Gabriele D'Annunzio nella Grande Guerra - biblioteca comunale Spinea

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