Cave di Selz, Ronchi dei Legionari (GO) il 30 marzo 1916

Uscimmo dalla trincea coperta; una vampata di sole caldo c’investì abbarbagliandoci la vista. Nel cielo purissimo brillava il più vivido sole che io abbia mai visto e quel sole cocente ci scaldava il sangue che a tuffi saliva alla testa.
È morto il capitano” mi dissero.
Un moto di dolore passò sul volto dei soldati; “ma non è vero, è ferito” dissi io. “Avanti!”. Avanti di corsa e ci slanciammo verso il punto da cui si doveva irrompere sulla trincea nemica. Sorpassammo gli altri plotoni, fummo in testa, ma bisognava attendere ancora che giungessero altri soldati perché l’addensamento fosse compiuto. “Alle feritoie! Fuoco! Fuoco!”.
Ormai la trincea rigurgitava di soldati; ad ogni feritoia ce n’erano tre o quattro ed altri dietro non trovando posto attendevano in ginocchio il turno per sparare, ed altri ne giungevano ancora.
Fuoco senza tregua!”. I fucili scottavano, bruciavano le mani…
Il nemico che sotto l’infuriare del cannoneggiamento si era rintanato nelle caverne scavate lungo la trincea, aveva ripreso animo e cercava di contrastare l’avanzata con un vivo fuoco di fucileria, di mitragliatrici e con getto di bombe a mano. Piovevano i proiettili non solo dalle posizioni frontali ma anche e più da quelle laterali.
Il nemico che sotto l’infuriare del cannoneggiamento si era rintanato nelle caverne scavate lungo la trincea, aveva ripreso animo e cercava di contrastare l’avanzata con un vivo fuoco di fucileria, di mitragliatrici e con getto di bombe a mano. Piovevano i proiettili non solo dalle posizioni frontali ma anche e più da quelle laterali.
Cadevano numerosi i feriti, senza un lamento, senza un gemito: erano subito portati via ed erano subito rimpiazzati.
Nel frastuono assordante dei colpi un ordine si udì: “Cessate il fuoco!”.
Era il momento dell’irruzione; si cessava il fuoco per impedire che fossero colpiti quelli che uscivano dalla trincea. “Avanti! Soldati d’Italia, avanti Savoia!”. Echeggiava il grido terribile che agghiaccia il cuore del nemico. Con uno sbalzo felino fummo fuori della trincea, sui reticolati infranti dalla nostra artiglieria. Infranti ma non distrutti, dovemmo lavorare un po’ per sgombrare la strada: cadevano numerosi i soldati, ma a ondate ne giungevano altri. La marea umana saliva, saliva fino a inondare la trincea avversaria.
L’irruzione violenta sgomentò il nemico, due mitragliatrici falciavano le nostre file; addosso, meravigliato, sorpreso, il nemico smette per un istante il fuoco.
Bastò quell’istante: in un baleno ci fummo sopra e ci impadronimmo delle armi facendo prigionieri tre ufficiali.Dalle nostre trincee era un precipitarsi incalzante di nuovi soldati.
Uscii dalla trincea per vedere tutti i miei soldati e per spronarli sempre di più ma nella schiena intesi una percossa come una forte bastonata, girai su me stesso e caddi al suolo. Ero ferito!
Arturo Cesari militare, 17 reggimento fanteria, brigata Acqui, sottotenente

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