Vera causa vero effetto
Noi soli siamo gli autori della nostra vita così com’è e siamo anche i costruttori delle nostre vite future. Ciascuno, ciascuna di noi, quando rinasce, ricomincia il proprio cammino da dove l’ha interrotto. Ciascuno, ciascuna di noi è arrivato a essere ciò che è con le azioni, i pensieri e le parole delle vite passate e tornerà a essere ciò che sarà attraverso le azioni, i pensieri e le parole di questa vita. Ogni difficoltà, ciascun problema, tutti i momenti difficili nascondono un segreto: la possibilità di diventare le cose più belle. La difficoltà è solo la faccia più in vista della felicità. Il lato della medaglia che ci scordiamo di girare. «Chi cade in terra si rialza appoggiandosi al suolo» (Miao-lo, nell’Hokke mongu-ki). Che potremmo anche ridire così: «Sèrviti della terra su cui cadi per rialzarti». A conti fatti il Buddismo ci insegna la fiducia. Dal momento che sappiamo che la fede non è una grazia divina che colpisce qualcuno e qualcun altro no, ma che è il risultato dei cambiamenti profondi che avvengono nella nostra vita, è impossibile non educarci all’ottimismo. Solo che si tratta di un ottimismo speciale. Un ottimismo intelligente. Che si nutre da sé. «Molti vengono a conoscenza di questo sutra – scrive il Daishonin nella Difficoltà di mantenere la fede (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 153) – e lo accettano, ma pochi perseverano nella loro fede di fronte a grandi ostacoli. Accettare è facile, continuare è difficile. Ma la Buddità si trova nel mantenere la fede. Coloro che abbracciano questo sutra dovrebbero esser pronti a incontrare difficoltà». E questo non per spirito d’eroi ma per aver compreso profondamente che “trasformare” significa crescere. Per il Buddismo ciò che ci accade non è mai né positivo né negativo: è un fatto. Siamo noi a decidere: lasciarlo esistere e leggerlo secondo il senso comune oppure farlo diventare ogni volta l’occasione per cambiare. Perché sì, è vero: sono importanti solo le cose di cui riusciamo a servirci. Anche la felicità può diventare noiosa e avvilente se ci inchioda irrimediabilmente a quello che siamo. Se ci ferma la corsa. Se ci acceca. Servirci delle difficoltà per crescere significa allargare lo sguardo. Sapere che possiamo sostituire a quel monotono, ripetitivo guardare le cose da un’unica prospettiva, uno strumento nuovo. Come fosse una cinepresa che, quando lo desideriamo, allarga la focale. E si sposta per moltiplicare i piani. Per consentirci di rintracciare il senso proprio quando sembra non ci sia. Ci permette i raccordi, ci spiega i nessi, compone la scena della nostra vita spiegandoci i colori, mostrandoci i perché. Certo questo è un radicale cambiamento di prospettiva. Si apre, improvvisa, una nuova strada. Quella che ci consente finalmente di uscire dalla logica binaria, su cui si è fondato tanto del nostro patrimonio culturale; quella dell’aut/aut; dell’o/o. Vita o morte. Bene o male. Vero o falso. «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» dice la schiava greca Cilla a Cassandra nel romanzo di Christa Wolf. È proprio così: tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà c’è una terza via: l’ottimismo della ragione.
Gianna Mazzini BS n.93 luglio/agosto 2002

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