28 Aprile 1945 – La morte di Mussolini
Secondo la versione ufficiale la morte di Benito Mussolini avvenne il 28 aprile 1945 a Giulino, frazione del comune di Tremezzina , in provincia di Como, alle ore 16.20, all’ingresso esterno di villa Belmonte, insieme alla sua amante Claretta Petacci, a seguito di una serie di colpi d’arma da fuoco sparati dal partigiano “colonnello Valerio”, identificato per Walter Audisio (che raccontò tutta l’inquietante vicenda nel suo libro postumo del 1975 “In nome del popolo italiano”, pur lasciando il dubbio che a sparare fosse stato anche Michele Moretti, altro partigiano presente sul luogo in questione).
A
MILANO, IL 25 APRILE. Finito
e braccato, temeva di essere sempre sotto controllo e in pericolo, e
all'inizio del 1945 decise di cercare una soluzione politica. Alla
fine decise di andare a Milano, dove il cardinale e arcivescovo
Idelfonso Schuster era pronto a mediare con gli alti gradi
partigiani. L'incontro fu fissato proprio per il 25 aprile, giorno
dell'insurrezione di Milano.
Il
duce arrivò per primo quel pomeriggio, nella sede
dell'arcivescovado. Per quanto preoccupato e teso, sperava forse in
una soluzione politica dignitosa per sé. Ma le cose non andarono
come si era immaginato.
Quando
arrivarono i delegati del Comitato di liberazione nazionale Alta
Italia uno di loro, Achille Marazza, chiese senza mezzi termini a
Mussolini la resa incondizionata. Poco dopo arrivò anche la notizia
che i tedeschi in Svizzera stavano trattando una resa separata
(Hitler era già rinchiuso da mesi nel suo bunker di Berlino, molti
metri sottoterra). Mussolini capì di essere solo, si avviò alla
porta, ormai deciso ad abbandonare.
IL
PIANO DEL DUCE. Ma
che cosa aveva davvero in mente, a quel punto? L'ipotesi più
probabile è che più che espatriare in Svizzera (che tra l'altro
si era già dichiarata contraria a dare asilo al duce e alla sua
famiglia) volesse raggiungere il cosiddetto Ridotto
alpino repubblicano,
dove pensava (sbagliandosi) che camicie nere e milizia repubblichina
fossero in grado di controllare il territorio. Da qui avrebbe
probabilmente contattato gli Alleati per accordarsi con loro,
portando con sé alcuni documenti che mostravano i rapporti
intercorsi tra lui e il governo britannico. Si trattava con ogni
probabilità del misterioso carteggio Mussolini-Churchill, di cui
non si conosce il contenuto e mai desecretato dal governo britannico.
IL
PANICO TRA I GERARCHI. Nonostante
il parere contrario dei gerarchi, alle 20 Mussolini, in divisa
grigioverde della milizia di Salò, si mise in marcia, destinazione
Como. Il 26 aprile, a Menaggio, lo raggiunse Claretta con il fratello
Marcello, la moglie di lui e i loro 2 figli piccoli.
I
gerarchi non erano affatto contenti della presenza della Petacci. La
ritenevano infatti la causa di molti errori politici del duce. La
situazione era tesissima e regnava l'incertezza: le riunioni andavano
avanti ore, fino a notte fonda. Inoltre, il panico cominciava a
spargersi soprattutto tra i gerarchi e le loro famiglie. Per quanto
difficile, una decisione andava presa.
Mussolini
non era solo. Lo accompagnava una colonna di automezzi che formava un
serpentone di circa 1 chilometro: 28 automezzi che trasportavano
quasi 200 militari tedeschi e 174 italiani. Non proprio l'ideale per
non dare nell'occhio. Partiti di buonora, i mezzi, che si fermavano e
ripartivano caoticamente e senza un ordine preciso fermandosi spesso
per i guasti, impiegarono almeno un'ora per fare appena 12
chilometri.
CAMERATA
UBRIACO.
A Musso la colonna fu bloccata una prima volta, il 27 aprile, da un
gruppo di partigiani guidati dal comandante "Pedro". Qui
iniziò una lunga trattativa fra tedeschi e partigiani, alla fine
della quale solo i tedeschi della colonna ebbero il permesso di
ripartire. Poco più avanti, a Dongo, il convoglio venne di nuovo
fermato dalla 52a Brigata Garibaldi. Nel frattempo, si era diffusa la
voce che nella colonna ci fosse Mussolini. Alcuni militari tedeschi,
non si sa se per denunciare o proteggere il duce, segnalarono la
presenza di un camerata ubriaco in uno dei camion. Qui partigiani
trovarono il duce con un cappotto militare tedesco, armato e con la
preziosa borsa dei documenti stretta tra le braccia.
L'ARRESTO
E L'INTERROGATORIO. Riconosciuto
e arrestato, fu portato nel municipio di Dongo. Qui avvenne un
sommario interrogatorio. Dopodiché il duce viene tenuto, per
precauzione, a Germasino, nella casermetta della Guardia di Finanza.
Ripartito nel cuore della notte, viene riunito alla Petacci (su
insistente richiesta di lei). Passarono l'ultima loro notte a
Bonzanigo, in una semplice abitazione di contadini, quella dei De
Maria, che i partigiani avevano scelto per loro.
Mussolini
portava una benda sulla testa che nascondeva l'inconfondibile cranio
e parte del viso e i due furono presentati ai proprietari come una
coppia di tedeschi feriti. Qui il duce si sbendò. Con i De Maria,
Mussolini scambiò poche parole, non accettò bevande (per il
timore forse di essere avvelenato) e la mattina del 28 aprile
consumò il suo ultimo pasto, senza quasi toccare cibo: un po' di
salame e un po' di pane.
IL
28 APRILE 1945. Alle
16:10 di quel 28 aprile 1945, Benito Mussolini e Claretta Petacci
furono fucilati davanti al cancello di Villa Belmonte, a Giulino di
Mezzegra, sul lago di Como.
A
sparare, secondo la versione ufficiale, fu il colonnello partigiano
"Valerio", Walter Audisio.
A
volerlo morto era il Clnai, contro il volere degli Alleati, ai quali
fu comunicato telegraficamente dal comando partigiano: "Spiacenti
non potervi consegnare Mussolini che processato Tribunale popolare è
stato fucilato [...]".
Erano le 3 del mattino del 28 aprile, e il duce era ancora vivo. Ma
gli Alleati, che tempestavano di cablogrammi i comandi partigiani
perché consegnassero il duce, dovevano essere depistati. Mussolini
era affare degli italiani.
LE
ALTRE VERSIONI. Sono
trascorsi più di settantaotto anni dalla morte di Mussolini, eppure
gli storici discutono ancora oggi attorno alle modalità di
quell'esecuzione. La "versione ufficiale", esposta già nel
corso del 1945 sul quotidiano comunista l'Unità, e riassunta qui
sopra afferma che il duce e la sua amante Claretta Petacci vennero
fucilati alle 16:10 del 28 aprile 1945, davanti al cancello di Villa
Belmonte, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Esecutore della
condanna a morte, che fu decisa dal Clnai (Comitato di liberazione
Alta Italia), sarebbe stato il colonnello "Valerio", alias
Walter Audisio, comunista, emissario dei vertici della Resistenza.
"Valerio"
fu affiancato, nella sua missione, da altri due personaggi: Aldo
Lampredi detto "Guido", uomo di fiducia del leader del Pci
Luigi Longo, e un partigiano locale, Michele Moretti, "Pietro".
Gli stessi protagonisti si sono contraddetti tra loro, aggiungendo
particolari su quei drammatici istanti. Lampredi e Moretti, in
separate testimonianze rese verso la fine dei loro giorni, hanno
voluto chiarire che, in contrasto con il racconto di Audisio,
tendente a rappresentare un Benito Mussolini tremebondo, il dittatore
avrebbe affrontato la morte chiedendo ai suoi fucilatori di mirare al
cuore e gridando "Viva l'Italia!".

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