Vivere con gli occhi del Budda – la compassione
In
genere quando s'inizia a praticare il Buddismo, la prima volta che si
sente parlare di compassione istintivamente la si ricollega a un
concetto di pietà che, per cultura ed esperienza personale, ci è
già familiare. Comprendere appieno il significato che riveste la
compassione nel Buddismo di Nichiren Daishonin arricchisce la nostra
idea di partenza che, un po' alla volta, inizia a cambiare e ad
assumere confini impensati.
Nutrimento
per la vita
Si
viene a sapere, per esempio, che la compassione è la nemica numero
uno del mondo di Collera caratterizzato da un rapporto distorto col
proprio Io, che deve sempre prevalere in un modo o nell'altro.
Purtroppo uno dei desideri più radicati dell'essere umano è il
desiderio di potere sugli altri, di manipolarli, di sottometterli
alla propria volontà. In questa ottica, l'Io, portato a considerare
le persone semplicemente come un mezzo per soddisfare i propri
obiettivi egoistici, trova la sua espressione più distruttiva. La
compassione invece emerge da un senso di uguaglianza e di
interconnessione con le altre persone; si nutre del rispetto per la
dignità della vita, la nostra e quella degli altri, e del desiderio
di vedere l'affermazione di questa dignità. L'intento della
compassione è quello di alleviare la sofferenza e dare gioia,
mirando ad aiutare l'altra persona a vincere nella vita. Non conosce
tornaconti personali. «La parola giapponese per compassione è jihi.
Ji significa amore, significa guidare le persone come se fossero i
propri figli e hi significa dispiacersi delle loro sofferenze e
condividerne il dolore come se fosse il nostro» (Il mondo del Gosho,
2, 115). Lo stesso concetto si trova anche nei testi buddisti
sanscriti, dove la compassione veniva descritta con le parole maitri
e anukampa. Maitri indica un senso di comunione con gli altri mentre
anukampa descrive una profonda empatia che nasce dall'incontro con la
sofferenza e che spinge ad agire per alleviarla. La compassione
buddista è quindi il tratto distintivo per eccellenza dei Budda e
dei bohisattva. È stato Nichiren a diffondere lo spirito
compassionevole durante l'Ultimo giorno della Legge, un'epoca,
secondo il Buddismo, in cui le persone sono insensibili alle
sofferenze altrui e tendono facilmente a creare conflitti di vario
tipo. Il Daishonin però nei Gosho che ci ha lasciato, dice anche
come fare a sviluppare concretamente questa qualità così importante
per trasformare il malessere profondo di cui soffre la società in
cui viviamo: fare shakubuku e recitare di Nam-myoho-renge-kyo.
Shakubuku vuol dire diffondere il Buddismo prendendosi cura poi delle
persone a cui ne abbiamo parlato finché non iniziano a prendere in
mano la loro vita e a vederla cambiare. Per questo motivo è l'azione
più umanistica che ciascuno di noi possa compiere perché esprime la
convinzione che la Buddità esiste indistintamente in tutti gli
esseri umani. Inoltre, parlare di Buddismo è fondamentale per
trasformare radicalmente la nostra epoca. Afferma il presidente
Ikeda: «L'ultimo giorno della Legge è un'epoca di conflitto. Come
mossi da una forza inarrestabile, intere nazioni e singoli individui
sono sospinti da un conflitto all'altro. La forza per rimanere saldi
in mezzo a questa furiosa corrente dei tempi risiede in una fede
incrollabile nella natura di Budda, nostra e degli altri, unita ad
azioni per mettere concretamente in pratica questa convinzione e
dimostrare rispetto per la vita di tutte le persone. Questo perché
l'impulso irresistibile che conduce al conflitto sorge
dall'"ignoranza". Nel Buddismo ignoranza significa mancanza
di consapevolezza o di fede nel fatto che le persone posseggono la
natura di Budda. È anche l'impulso oscuro che conduce a mancare di
rispetto alla vita umana e a violarne la dignità innata»
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