Ultimo assalto

“Hurrà?!Hurrà!”
Risuonava da ogni cresta, da ogni vallone, un fragore di voci baritonali, di scarponi che calpestavano rocce e neve sporca. E insieme all’urlo, nell’aria vibrava un fetore nauseante, quasi dolciastro: alcool forte, grappa o rum, versato nei corpi degli assaltatori per spegnere la paura e accendere la furia. L’assalto era cominciato. E l’Ortigara stava per sanguinare di nuovo. Le mitragliatrici italiane cantavano la loro canzone di morte, un rullo di ferro che falciava uomini come spighe mature, ma il fragore non riusciva a soffocare del tutto il lamento dei feriti e il sibilo rabbioso delle pallottole che fischiavano ovunque. Le Sturmtruppen, le squadre d’assalto austriache, avanzavano ovunque, balzando oltre i parapetti, rotolando dentro le trincee italiane con furia ceca.
La trincea era diventata un vortice di follia. Uomini si abbattevano l’uno sull’altro con baionette, pale da trincea, coltelli, persino a pugni, come bestie intrappolate. Si sentivano ossa spezzarsi, urla laceranti, fiotti di sangue che schizzavano sulle preti di terra. Il terreno era zuppo, scuro e viscido, impregnato dal sangue dei caduti. Qua e là, il liquido si raccoglieva in piccole pozze rosse tra i sacchi squarciati e le pietre. Poi, come una marea che si ritira, gi austriaci cominciarono a cedere, costretti a indietreggiare metro dopo metro. Vennero respinti, lasciandosi dietro una scia di morti. I corpi degli italiani e quelli degli austriaci si mescolavano in una massa informe. Le urla dei feriti salivano da ogni lato, che si confondeva col rombo lontano dell’artiglieria.
Gli austriaci in fuga venivano inseguiti dal lancio furioso di bombe a mano che esplodevano in boati sordi, mentre le mitragliatrici italiane martellavano senza pietà, falciando chiunque fosse rimasto esposto. Il contrattacco era stato respinto. Poi ripreso i colpi dell’artiglieria, alcuni caddero più vicini. I fanti si gettavano nei ricoveri improvvisi, raschiando la terra con le mani nude, come topi impazziti, le unghie spezzate, gli occhi gonfi di lacrime e polvere. Qualcuno piangeva, altri imprecavano o si mettevano a pregare a voce alta. Sopra di loro, un muro di fuoco sembrava divorare il cielo. Da monte Campigoletti a da Cima 10 arrivavano raffiche incrociate, precise, spietate. Gli austriaci, stavolta, sembravano sapere esattamente dove colpire. Il nemico sembrava ovunque. Un colpo da 305 mm esplose contro il bordo della trincea. Rocce grandi come teste d’uomo furono scagliate tutt’intorno, schegge incandescenti passarono a un soffio dai volti dei fanti. Quando il fumo si diradò, il cielo era ancora di un azzurro feroce. Ma a terra, tutto era diventato marrone, rosso, nero. Corpi, brandelli di carne, reticolati ridotti a mucchi contorti.
Le trincee erano colme di uomini riversi, alcuni morti senta volto, altri rantolati con gli occhi spalancati, incapaci di credere di essere ancora vivi. Quto 2105 si era trasformata di nuovo in un inferno più profondo di qualunque inferno. La linea era perduta. I colpi dell’artiglieria austriaca piovevano senza tregua, le esplosioni si rincorrevano una dopo l’altra, sollevando colonne di fumo denso e polvere bianca. Pezzi di roccia schizzavano via dalle creste, e in mezzo a quelle schegge, cadevano brandelli di esseri umani. Pezzi di carne, tessuti, brandelli di uniformi, si mescolavano alle pietre spezzate, piovendo giù come una pioggia sporca. Poi, tutti si mossero in un sol colpo, come automi. Alpini e fanti si tuffarono fuori dai loro ripari, dalle trincee dove erano protetti, addosso agli austriaci. Si rovsciarono sopra il nemico in un assalto rabbioso. Gli italiani avanzarono all’inseguimento, continuando a gettare bombe a mano dentro le postazioni, dentro i rifugi, nei cunicoli.
Poi, all’improvviso, le mitragliatrici austriache iniziarono a tossire. E gli italiani, tagliati a pezzi, caddero come burattini a cui avevano tagliato i fili.
“La Regina è quasi distrutta...il battaglione Bassano non ha più uomini. Non possiamo reggere...se non arrivano rinforzi, ci faranno a pezzi”
“Ma il comando vuole la cima...vogliono la cima ad ogni costo…”
A un tratto, dalla linea davanti, arrivò un’ondata di uomini in fuga. Erano alpini, fanti, mischiati, senza più ordini né gradi. Alcuni senza fucile, altri con gli occhi sgranati e i volti bianchi come cera.
“Scappano! Scappano tutti!”
Dietro di loro un urlo austriaco: “Hurra! Hurra!”
Era la rotta. L’attacco si era frantumato. L’artiglieria italiana quasi taceva. Nessuno sapeva quali posizioni fossero state raggiunte, e i comandi temevano di colpire i propri uomini.
“E’ inutile”. “Questa vetta non si prende”.
Liberamente adattato e tratto dal libro La Guerra di Giovanni di Tiziano Berto


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