Ritorno in linea – Assalto all’Ortigara

Alle 19 del 18 giugno, il battaglione si doveva schierare in posizione dietro la linea avanzata. La pioggia non accennava a cessare e la mulattiera, un tempo dura e sassosa, era ormai diventata un fiume di fango che inghiottiva piedi, ruote e zoccoli. Ad ogni passo il fango risucchiava gli scarponi fino alle caviglie, emettendo un risucchio molle, come il rantolo di un ferito. La notte tra il 18 e il 19 fu una notte senza tempo. Nessuno dormì. Il vento soffiava tra le tele delle tende. Le coperte, zuppe d’acqua e fanghiglia, pesavano addosso come macigni. C’era chi tossiva, chi pregava sottovoce, chi si limitava a limare la baionetta contro un pezzo di cuoio, quasi fosse un rito scaramantico.
Alle 02:30 cominciò la distribuzione del cognac. I portaordini si aggiravano tra i gruppi, passando fiaschette da mano a mano come sacre reliquie. Alcuni uomini ne bevvero troppo. Ogni alpino ricevette anche una razione doppia di munizioni. Ogni squadra aveva il suo compito: bombe a mano, taglio reticolati, Villar Perosa, portaferiti, fucilieri. Ciascuno sapeva cosa fare, o almeno così si diceva. Poi fu chiamato il silenzio. I proiettili tracciavano archi infuocati nel buio, illuminando a giorno l’Ortigara. Ogni colpo faceva sollevare colonne di terra, schegge, radici, e a volte parti di corpi rimasti sepolti. Pini secolari si spezzavano come stuzzicadenti. Rocce intere rotolavano giù dai versanti come valanghe.
Gli austriaci avevano scavato trincee più profonde, dentro la roccia viva. Avevano rinforzato le posizioni con sacchi di sabbia, travi di legno, feritoie strette da cui spuntavano bocche nere di mitragliatrici invisibili, pronte a rispondere. Gli austriaci erano sempre lì solidi dietro pareti di roccia e reticolati d’acciaio. Le loro mitragliatrici continuavano a far fuoco, e ogni metro conquistato costava centinaia di vite. Le creste dell’Ortigara restavano imprendibili.
Si parte”, disse il tenente. “A piedi. Leggeri. Solo pistole e pugnali. Niente rumore. Niente colpi d’arma. Obiettivo: il nido di mitragliatrice austriaco davanti al canalone. Li prendiamo nel sonno”. Il terreno sotto i gomiti era fango gelato, misto a sassi e brandelli di uomini. Avanzarono a carponi, uno dietro l’altro, con le gambe tese come corde. La postazione austriaca era lì. Tra due rocce scure. Una protezione di assi incodiate e sacchi a terra, una feritoia da cui spuntava il cono metallico di una mitragliatrice Schwarzlose.
Adesso”.
L’assalto durò meno di un minuto. Sessanta secondi lunghissimi, eterni. Non ci fu uno sparo. Solo i colpi sordi delle lame che affondavano nella carne, rantoli mozzati, un singhiozzo di sangue. La postazione era nostra. Dentro trovarono mappe, una cassa di nastri per mitragliatrice, due casse di gallette e perfino una scatola di sigari austriaci. Il tenente disse solo: “Torniamo. Veloci. Prima che il mondo si svegli” E si ritirarono, ripercorrendo all’indietro il vallone della morte.
C’erano corpi sparsi ovunque, seminascosti nel fango e nelle rocce. Alcuni avevano ancora le braccia alzate verso il cielo, rigide come rami secchi, come se avessero cercato un ultimo appiglio alla vita. Altri giacevano riversi, il volto affondato nella terra, con i capelli impastati di sangue e polvere. Pozze di sangue dove galleggiavano pezzi di divisa, brandelli di carne, cocci di elmetti spaccati. Sembrava un mare rosso. Ad ogni passo qualcosa scricchiolava sotto i piedi. Ossa, schegge di legno, bossoli vuoti. Il fetore era insopportabile: sangue rappreso, carne bruciata, escrementi. I bengala continuavano a salire e cadere, facendo alternare luce e buio come colpi di frusta. Ad ogni lampo, le pareti del vallone si riempivano di ombre gigantesche: reticolati contorti, corpi accatastati, rocce sporgenti come denti aguzzi.
Quando finalmente arrivarono in prossimità delle linee italiane, il buio si fece più fitto, come se la montagna volesse inghiottirli per sempre. Si avvicinarono alla trincea a passo lento, trascinandosi sui sassi umidi, le orecchie tese a ogni fruscio. “Alt! La parola d’ordine!” Uno degli alpini si fece avanti, sollevò la mano in segno di pace, e sussurrò la parola d’ordine, “Monte Corno”. Ci fu un lungo istante di tensione, poi la voce dalla trincea rispose: “Avanti, fratelli. Svelti. Qui stanotte...gli austriaci sono ovunque. Scavalcarono il parapetto uno dopo l’altro, ricadendo nel buio umido della trincea.
Dopo la breve tregua, ricominciarono i preparativi per l’attacco. Controllarono i fucili, sistemarono le bombe a mano nelle sacche, provarono le baionette. Ne l frattempo, qualcuno portò nella trincea alcune armi catturate agli austriaci. Erano mazze corte, alcune con teste di ferro chiodate. Sembravano uscite dal medioevo, strumenti nati solo per spaccare ossa e sfondare crani. Tutto era pronto.. I battaglioni erano schierati, uomini in fila come ombre scure contro la neve. I fucili serrati tra le mani, i cappotti rigidi dal gelo. Il vento fischiava tra i reticolati e i colpi d’artiglieria lontani, battevano come tamburi funebri. Dal cielo cadevano zolle di pietra e schegge incandescenti. Ogni esplosione apriva uno squarcio di luce sul terreno, mostrando per un istante uomini che crollavano, altri che si rintanavano nel fondo della trincea, e altri ancora che urlavano muti.
Liberamente tratto e adattato dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto


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