La medicina in trincea
Fin
dall’antichità, gli eserciti hanno dovuto far fronte ad un bisogno
urgente e impellente: il soccorso e la cura ai propri feriti. E di
pari passo alle innovazioni tecnologiche introdotte proprio grazie
alle guerre e alle battaglia, la medicina stessa compirà passi da
gigante, soprattutto per quanto riguarderà la trattazione di
fratture, ferite traumatiche, amputazioni, ustioni. Le grandi guerre
dell’Ottocento e poi quelle del Novecento non furono da meno: la
Prima Guerra Mondiale vedrà, tra le altre cose, un primo, ampio,
utilizzo della nuova tecnica della radiografia per “scoprire” i
traumi nascosti, traguardo raggiunto grazie ad una delle menti più
brillanti, due volte Premio Nobel: Maria Sklodowska Curie.
Guido Caironi, autore de Grande
Guerra. La medicina in trincea,
nel suo libro parla proprio di questo: di come un’intera Nazione
riuscì a mobilitare un vero e proprio esercito di medici, chirurghi,
infermieri e crocerossine, spesso impiegati a ridosso della prima
linea del fronte. Come ricorda l’autore stesso, “interessante
è scoprire come si poté far fronte alle nuove sfide offerte dalla
Grande Guerra e dalle nuove e terrificanti armi che questa si trovò
ad introdurre in un conflitto. Nessuno si trovava preparato ad
affrontare tali armamenti e soprattutto non vi era la piena coscienza
della necessità di dover lenire il dolore (seppur con
importantissime eccezioni) dei tanti feriti che tali armamenti
procuravano”.
Molti di loro rimasero uccisi, nelle trincee e nelle retrovie, sotto
i bombardamenti dell’artiglieria, falciati dalle raffiche delle
mitragliatrici, intossicati dai gas tossici e, infine, dal temibile
morbo che, sul finire della Grande Guerra, colpì il mondo intero: la
pandemia di Spagnola.
La
Sanità Militare riuscì a farsi trovare preparata di fronte alla
catastrofe della guerra mondiale? Come fece fronte alle nuove
tecniche e armi di guerra (mitragliatrici, bombarde, gas asfissianti)
per soccorrere i soldati feriti?
I
vari organi militari italiani consideravano però le spese per il
potenziamento del sistema sanitario come fondi sottratti alle reali
necessità dell’esercito, ed è quindi per questo motivo che
soprattutto nei primi mesi di guerra l’intervento del corpo
sanitario italiano fu decisamente fiacco. Nei mesi successivi,
nonostante il forte potenziamento degli organici in ambito sanitario
(i medici in Italia, impegnati in guerra, furono in tutto 17.700
circa) e con l’indiscusso contributo della Croce Rossa Italiana, si
cercò di porre un correttivo alle carenze dapprima riscontrate,
senza mai però del tutto riuscire a coprire l’ingentissimo
fabbisogno di risorse mediche ed infermieristiche che il gran numero
di feriti avrebbe quotidianamente richiesto. Basti pensare al fatto
che tutta l’Italia divenne una vera e propria “nazione
ospedalizzata”, in quanto una gran parte delle strutture pubbliche
(e a volte anche private) lontane dal fronte vennero adibite a più o
meno attrezzati ospedali. Il numero dei medici, in origine soltanto
rappresentato da 10.000 unità, crebbe costantemente durante il
conflitto, grazie anche alla presenza sul campo di studenti del primo
biennio universitario, reclutati e spediti al fronte dopo un rapido
corso abilitante, tenuto presso San Giorgio di Nogaro, ove era attiva
una cosiddetta Università Castrense. Molto interessanti, a questo
scopo, le novità introdotte in ambito medico: chirurgia toracica con
capacità di detensione di pneumotorace (secondario a ferite
penetranti polmonari), ricostruzione di gravi lesioni del volto e
addirittura chirurgia cerebrale, così come avvenne presso l’ospedale
di Schio (che tra il 15 e il 30 giugno 1916 accolse ben 1.566 feriti
al cranio, con una mortalità del 30%, soprattutto a causa delle
complicanze post-operatorie). E poi sorprende l’introduzione delle
tecniche emostatiche di compressione locale e peri-lesionale, davvero
innovative (che in questo spazio purtroppo non possiamo
approfondire), anticipatorie di metodi contemporanei di emostasi che
impiegano tourniquet, bendaggi israeliani e composti chimici
emostatici. Furono introdotte anche le tecniche, davvero
avveniristiche, della trasfusione di sangue, purtroppo non sempre
efficaci a causa dei misconosciuti meccanismi specifici che dovevano
sottostare ad una corretta pratica trasfusionale; e si approfondì lo
studio delle ferite da ustione, causate dai lanciafiamme,
introducendo quella che anche al giorno d’oggi viene definita la
“regola del nove” (che definisce l’estensione corporea delle
lesioni) anche se non si era al contempo in grado di trattarle in
maniera adeguata. Un’altra novità molto importante fu
l’introduzione di una, seppur spesso abbozzata, forma di analgesia
e analgo-sedazione, sicuramente molto più sviluppata, poi, nel
successivo conflitto mondiale. Purtroppo, nessuno seppe affrontare
con decisione, se non con sistemi difensivi di prevenzione (l’impiego
di più o meno efficiente maschere antigas), gli esiti
dell’esposizione ai numerosi tipi di gas venefici che vennero
impiegati durante le numerose battaglie della Grande Guerra. Ma una
novità per la medicina ci fu comunque, proprio grazie ad un chimico
e medico tedesco della Grande Guerra (Gerhard Domagk): il gas iprite,
chimicamente ricompreso in quelle che successivamente vennero
definite “mostarde azotate”, servì come base per lo sviluppo
successivo di alcuni chemioterapici, in un connubio, assurdo ma nello
stesso tempo foriero di speranza, tra armi di distruzione di massa e
nascita di terapie salvavita.
La
Prima Guerra Mondiale è stata il primo conflitto che ha visto una
grandissima mobilitazione di infermiere della Croce Rossa che spesso
operarono in prossimità del fronte. Quanto fu prezioso il loro
contributo?
La
Croce Rossa Italiana militarizzò il suo personale con l’entrata in
guerra dell’Italia, fregiandosi di 9500 infermiere e 1200 medici,
con 209 apparati logistici propri tra Ospedali Territoriali,
Attendamenti, Autoambulanze e Treni Ospedale. Fu proprio agli inizi
del Novecento che le donne della Croce Rossa poterono ritagliarsi uno
spazio autonomo, di tipo non soltanto umanitario, ma anche
assistenziale, cioè diretto non soltanto alla raccolta di fondi o
generi di conforto, ma anche mirato all’assistenza diretta del
paziente ferito. C’è da dire che una certa confusione tra
assistenza e assistenzialismo rimase presente per ancora molti anni a
venire, permettendo soltanto più in là, con l’evoluzione del
concetto di “infermieristica”, una chiara distinzione tra il to
cure (di
ambito medico) e il to
care (di
ambito prettamente infermieristico); ma anche una chiara differenza
tra ciò che è l’assistenza del paziente e l’assistenzialismo
inteso in termini globali, ma perlopiù generici (fornire sostegno,
scrivere lettere, offrire incoraggiamento, ascoltare i “bisognosi”).
Soltanto le teoriche dell’assistenza infermieristica, nei decenni
successivi, seppero ben delineare la figura infermieristica,
selezionando quanto di meglio rappresentassero, in contenuti, i due
concetti di “assistenza” e “assistenzialismo”. Allo scoppio
del conflitto la Croce Rossa Italiana ebbe le sue difficoltà a
mobilitare il proprio personale, soprattutto femminile, ritrovando la
malcelata opposizione dell’Ispettorato di Sanità Militare diretto
dal Generale Medico Luigi Ferrero di Cavallerleone. Ma nel 1915 Elena
d’Aosta fu nominata Ispettrice Nazionale del Corpo delle Infermiere
Volontarie, con il grado di Generale; convinta interventista riuscì
a fondare nuovi ospedali e a incrementare notevolmente la
partecipazione dell’Associazione della Croce Rossa, nonché a
promuovere nuove scuole per infermiere e a migliorare l’attività
formativa di quelle già esistenti. Pur non potendo ancora ritrovarsi
direttamente in prima linea, le Crocerossine vennero dislocate negli
stabilimenti della Croce Rossa e in quelli delle Armate (Ospedaletti
da Campo, i più vicini alle prime linee, Ospedali di Tappa, Ospedali
e ambulanze chirurgiche specializzate). La prime due Infermiere
inviate in zona di guerra furono Lydia Tesio e Alberta Marazzani
Visconti, che entrarono in servizio presso l’Ospedale di Palmanova
il 27 maggio 1915.
Quali
progressi fece la medicina, soprattutto sul fronte traumatologico e
psichiatrico, a causa del conflitto?
Le
nuove armi della Grande Guerra, prima tra tutte l’artiglieria, con
il suo potere dirompente, i boati, gli scuotimenti fragorosi e la
roulette russa generata dallo scoppio degli shrapnel, con
l’interrogativo agghiacciante di chi mai avrebbero potuto colpire
le sue micidiali pallette; lo spargimento dei gas chimici, ma anche
lo stress generato dalle frequenti sortite, dalla presenza dei
tiratori scelti e non da ultimo di freddo, stenti, umidità e
sporcizia, misero a dura prova la psiche degli uomini, dando lo
spazio per lo sviluppo di tutta una serie di patologie mentali che
oggigiorno trovano il loro riscontro nella shell shock syndrome e
nella sindrome da stress post traumatico. La maggior parte delle
nevrosi non seguivano mai un danno d’organo severo, a riprova della
malcelata volontà dei soldati di accentuare i sintomi psichici. La
nevrosi traumatica non era considerata quindi la conseguenza
dell’esposizione alle condizioni di vita militare, alla paura
dell’imminente morte, alle esplosioni e alle sofferenze patite
durante il conflitto. Solo in un secondo momento ci si soffermò
maggiormente sulla patologia in sé e per sé, considerandola per
quella che era e soprattutto riconoscendone le cause: una
sovra-stimolazione e una iper-attenzione prolungata, definendo
finalmente il nome di questa patologia in shock da granata o nevrosi
traumatica. Peraltro, resta da dire che, per il grande pubblico, i
soldati affetti da malattia mentale restavano per sempre i cosiddetti
e tanto vituperati “scemi di guerra”. In ambito ortopedico, e
quindi successivamente riabilitativo, ancora una volta invece la
guerra seppe offrire ampio sviluppo alle tecniche di cura, così come
nel campo della chirurgia maxillo-facciale e della neurochirurgia.
Soprattutto in un’era in cui il terrore più grande per un soldato
ferito era rappresentato dalla cura, spesso anticonservativa del
medico (cioè l’amputazione), trovò molto spazio e sicuramente un
grande beneficio per i feriti, l’impiego delle sostanze analgesiche
(in primis la morfina) e l’uso dell’anestesia pre-procedurale. Di
contro ai conflitti e alle battaglie di epoche precedenti, durante la
Prima Guerra Mondiale si pose molta attenzione anche agli aspetti
infettivologici del trattamento delle ferite-fratture. La maggior
parte dei decessi e delle amputazioni si verificavano proprio a
seguito dell’infezione successiva (soprattutto se la
ferita-frattura interessava gli arti inferiori, generalmente coperti
da pantaloni a dir poco saturi di materiale infetto). Quindi la
detersione e la disinfezione della ferita, con l’asportazione di
tutti i corpi estranei (frammenti di osso, di proiettile e di
vestiario) divenne un intervento mandatorio per il chirurgo
dell’epoca.
Oggi
stiamo affrontando una pandemia mondiale, quella del Sars-CoV2. Nel
1918, come venne affrontata, invece, la pandemia della Spagnola?
È
molto difficile porre a confronto le due pandemie, non tanto per i
presupposti biologici, che mostrano una natura tutto sommato simile,
seppur differente (il virus della Spagnola era infatti una variante
della “comune” influenza H1N1), quanto per il contesto e
soprattutto per le modalità di trattamento. La Spagnola uccise
decine e decine di milioni di persone in tutto il mondo, estendendosi
anche in aree decisamente remote. Questo aspetto, se confrontato con
la difficoltà dei trasporti tipica dell’epoca, mostra un
significativo interrogativo per la comunità scientifica, anche se
già in quegli anni i viaggi, soprattutto con una guerra all’attivo,
iniziarono a divenire, per così dire, “abitudine quotidiana”.
Ben differente, in sostanza, con le possibilità offerte alla
diffusione del virus Sars-CoV2 attuale, in un’epoca nella quale
risulta decisamente imbattibile la possibilità di scambio di merci e
persone, attraverso il mondo intero. Sicuramente la Spagnola colpì e
si diffuse in un periodo storico decisamente sfavorevole e forse
proprio grazie a questo. Milioni di soldati affollavano trincee in
condizioni igieniche assolutamente deficitarie. Anche la popolazione,
a seguito degli stenti provocati dalla guerra, si ritrovò
assolutamente indebolita e debilitata. E i medici e gli infermieri,
nella stragrande maggioranza dei casi, non potevano assumersi l’onere
di curare civili, essendo troppo impegnati sul fronte del grande
conflitto mondiale. L’insieme di questi e forse molteplici altri
fattori, resero la Spagnola l’epidemia più grave della storia del
mondo umano. Un aspetto decisamente poco chiaro era rappresentato da
quelle che al giorno d’oggi potrebbero venir definite “linee
guida” per il trattamento della patologia, ma che al tempo non
potevano in alcun modo essere equiparate alle moderne modalità di
trasmissione e diffusione del sapere medico e scientifico. Basti
pensare a quanto accaduto con il Covid-19. Dall’inizio della
pandemia ad oggi si sono succedute miriadi di pubblicazioni e
altrettante indicazioni e raccomandazioni terapeutiche, le une spesso
in contrasto con le altre; a dimostrazione di quanto fosse difficile
(e immaginiamoci quindi ai primi del Novecento) ritrovare una linea
comune di condotta per una patologia che non si conosceva, così come
non si conosce ancora in forma completa il virus, il meccanismo
d’azione e le modalità di trasmissione (almeno in maniera
totalitaria e completa) del Coronavirus
Disease.
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