La guerra sul Carso
Per
conquistare pochi metri di terreno bisognava, innanzi tutto, inviare
uomini: i tagliafili, a tagliare i reticolati o a farli saltare in
aria con “tubi di gelatina”; poi vi era il bombardamento delle
linee avversarie, sempre insufficiente, tanto che l’artigliere si
doveva mordere le dita per non poter aiutare la fanteria, e infine
l’assalto alla baionetta…………..Quando la prima ondata degli
Italiani era ormai annientata, subito, una dietro l’altra, si
seguivano altre ondate……Era uno spreco, uno sperpero di vite
umane inaudito…………Interi reggimenti venivano annientati; i
cadaveri dei nostri soldati e di quelli nemici, affratellati nella
morte, servivano di parapetto alla nostra trincea e all’arrivo
delle cannonate austriache venivano sminuzzati in brandelli, quasi
uccisi una seconda volta……………La trincea era qualche cosa di
esasperante. Bisognava, tutto il giorno, per ore eterne, rimanere
immobili a contatto dei cadaveri in putrefazione, nel fango,
nell’acqua, sollevando i fucili perché non si interrassero. Appena
qualcuno osava muoversi, la fucilata infallibile del Cecchino, che
era sempre alla porta, lo stendeva immobile e rigido nel fango. Si
soffriva la fame; si soffriva la sete; si soffrivano le bufere di
neve che congelavano mani e piedi che cascavano da soli, il vento
furioso; gli abiti ci si appiccicavano addosso fradici e se, per
ipotesi, vi fosse stato un momento di calma, gl’insetti, di cui
eravamo pieni, cominciavano l’opera loro, così tormentosa e
fastidiosa da fare impazzire alcuni. Poi, di notte, assalti nemici,
falsi allarmi, razzi che brillavano nel cielo, cannonate, urla e
gemiti di feriti. Parecchi, straziati dalle mitragliatrici e dalle
schegge, giacevano per ore ed ore tra le due attigue trincee,
riempiendo la notte di grida………che cosa il nemico non aveva
predisposto contro di noi? Se riuscivamo ad occupare una trincea,
poco dopo, questa, perché era minata, saltava in aria con tutti i
difensori. Eravamo alla base di una collina……..e giù una valanga
di centinaia e centinaia di macigni che stritolavano gambe e teste;
frantumavano le nostre deboli difese…….Talvolta erano i
lanciafiamme che ci arrostivano e calcinavano; talora come avvenne a
Santa Maria, mentre infuriava nella notte cupa e tempestosa una
bufera di neve, gli Austriaci si vestivano con abiti bianchi, da
fantasmi omicidi, quindi, approfittando del terrore momentaneo e
della sorpresa dei nostri, li inchiodavano con le baionette a terra e
riprendevano la trincea…………sul monte San Michele, il monte
dalle quattro cime ferocemente contese fin dal 1915 sul quale tanto
si distinse la Brigata Ferrara, che ha su di esso un semplice ma
eloquente monumento al suo valore , il 29 giugno 1916, gli Austriaci
eseguirono un attacco con gas asfissianti. Gli Austriaci, protetti da
maschere, poterono penetrare nelle posizioni italiane ed uccidere con
mazze ferrate i difensori storditi dai gas venefici. In pochi minuti
l’assalto costò a noi 200 ufficiali e 6500 uomini di truppa, la
metà dei quali per l’azione dei gas. Un immediato attacco dei
superstiti di quelle stesse truppe investite dai gas riprese ai
barbari, facendo 280 prigionieri, le posizioni da noi perdute. Questa
era la cruda realtà. La nostra guerra sul Carso e per ventinove mesi
quotidianamente i bollettini di Cadorna elencarono località che per
la lotta cruenta che su di essa si svolgeva, per il sangue generoso
che costava la loro conquista divenivano a poco a poco famose e che,
anche oggi, non si possono ricordare e visitare senza fremere di
orgoglio e di commozione : San Pietro, Vertoiba, San Martino,
Doberdò, Rupa, Marcottini, Devetaki, Selz, San Michele, Peteano, San
Daniele, Boschini, Bosco Cappuccio, Oppacchiasella, Redipuglia,
Sant’Elia, Selo, Brestovica, Raccogliano, Castagnevizza, Oslavia,
Podgora, San Marco, Grafemberg, le “Trincee delle Frasche e dei
Razzi”…………questa guerra fatta di attesa e logorio, che,
anche nei momenti di calma, li decimava inesorabilmente con uno
stillicidio impressionante. Nelle trincee, quando, tutte le notti,
uragani, acqua a rovesci, e vento li faceva sguazzare, immersi fino
al busto nella poltiglia fetida………con le gambe nel pantano fino
ai ginocchi, con i piedi gonfi e lividi, sapevano bravamente
resistere e vincere………..A mezza strada, si incontrarono con
altri soldati, smunti, con gli occhi da folli, laceri e stracciati,
con gli abiti incrostati di terra rossa del Carso e, forse di
sangue….scendevano da Santa Maria e cantavano….:
A
destra dell’Isonzo ci sta Santa Maria.
Se
sei stanco di vivere t’insegnerò la via
…dalle
tombe degli eroi si elevò……alto, solenne, magnifico il coro di
tutti i morti per la Patria:
“ Vento
del Piave, canta il nostro nome
Sul
fiume di vermiglie onde cosperso.
Noi
precursori, l’energie non dome
Nell’urto
sovrumano di due genti,
vento
di giugno, rapisci sull’ali
tricolori,
al cospetto dei redenti!
Ricorda
ai vittoriosi il sangue sparso,
lo
spasimare chiuso di silenti
anime
infrante: ai campi trionfali,
ricanta
ancora noi, morti del Carso”.
Ettore
Franci

Commenti
Posta un commento