Il ritorno dei morti
Finalmente, l’ordine arrivò.
Dopo giorni e notti di sangue, fango e carneficina, il Battaglione
Sette Comuni fu ritirato dalla prima linea. Un fonogramma scarno,
decretava la fine del loro calvario. Il reparto sarebbe stato posto a
riposo nei pressi di Malga Moline. La 94 compagnia, o meglio ciò che
restava, cominciò la discesa ancora una volta nel Vallone
dell’Agnelizza. Lo chiamavano così, ma per tutti era il Vallone
della Morte. Quella gola, alla luce chiara del mattino, appariva come
un’immensa fossa comune a cielo aperto. I corpi, tanti, troppi,
giacevano abbandonati tra le rocce, le membra contorte come burattini
rotti. Alcuni già gonfi, altri irrigiditi dal freddo della notte.
Alcuni sembravano dormire, altri sembravano ancora lì a combattere,
con la mano tesa verso un’arma, verso un compagno.
La marcia verso Malga Moline fu
lunga e faticosa. Il vento portava ancora i rumori della battaglia.
Ogni tanto qualcuno tossiva, altri si fermavano a vomitare. I più
continuavano a camminare con il passo stanco e lo sguardo fisso
davanti a sé, come se seguissero un filo invisibile che li tenesse
ancora in vita. A metà strada, incrociarono una colonna di truppe
fresche. Uniformi nuove, volti rasati, zaini pieni. Li guardarono
passare. Con pietà. Con rispetto. Con paura. “Com’era lassù…?”
“Lassù non c’è tempo. Non c’è cielo. Non c’è terra. Solo
pietre e morti”. Quando giunsero in vista di Malga Moline, erano
quasi le quattro del pomeriggio. Il capitano, ordinò il quadrato di
sicurezza intorno alla malga… Nessuno si fidava a rilassarsi del
tutto. Furono piazzate sentinelle armate e in allerta.
Gli uomini della compagnia di
sussistenza iniziarono a distribuire: pane duro, carne in scatola e
estratto di carne Liebig, caffè di cicoria, riso sfuso per cucinare
un brodo rapido. Un po' di grappa per “tirar su il morale”.
L’acqua scendeva fredda dalla fontana vicino alla malga, alimentata
da una sorgente. Ma era poca. Si dovette razionarla anche per
lavarsi. All’alba, il battaglione si radunò davanti alla malga. Il
Capitano passò tra i ranghi, annotando i nome dei presenti.
Mancavano molti uomini all’appello. Qualcuno gettava uno sguardo
verso i monti, come aspettandosi di veder comparire i compagni
rimasti lassù.
Il Comando Divisionale aveva
trasmesso un messaggio: “Preparare Compagnie di rincalzo. Possibile
nuovo movimento verso seconda linea Ortigara. Situazione 2105 non
stabile”. Le parole pesarono come piombo. La sera, quando il sole
affondò dietro le creste e il vento gelido riprese a graffiare le
tende logore, arrivò il cappellano del battaglione. Montò una cassa
rovesciata come altare improvvisato, accese due candele consumate e
cominciò la messa. Quando il cappellano, parlò di pace, più di uno
abbassò lo sguardo. A un certo punto una voce disse:
“Padre...ma Dio esiste
davvero?”.
Un altro soldato, con la giubba
macchiata di sangue rappreso, sussurrò:
“E se esiste...perchè permette
tutto questo?”.
Il cappellano disse piano, con un
filo di voce:
“Non è Dio che fa le
guerre...sono gli uomini”.
Quelle parole caddero come neve
bagnata, senza forza di scaldare nessuno. Qualcuno si segnò
lentamente, qualcun altro abbassò la testa tra le mani. All’alba
del 23 giugno si avvicinò ad un soldato un tenente del Genio. Si
fermò davanti a lui e gli disse:
“Ti hanno aggregato alla
brigata Regina. Servi da guida, per la tua conoscenza delle trincee e
dei ricoveri di quota 2.105”
“Mi scusi signor tenente…”
disse il soldato. “Ma io ho partecipato a tutte e due le battaglie.
Non potete mandarmi lassù di nuovo…”
La risposta arrivò secca come
uno sparo: “Soldato, gli ordini si eseguono. Non si discutono”.
Lo stavano aspettando al
Campanaro. Lasciarono alle spalle Malga Moline, salendo piano lungo
la mulattiera. Il cielo sopra l’Ortigara era grigio, velato di fumo
anche a chilometri di distanza. Ripercorse per l’ennesima volta la
strada che portava all’Ortigara. Ogni pietra, ogni svolta, gli
sembrava familiare come il cortile di casa. Il sentiero era inciso da
buche di granate, tronchi spezzati, reticolati sparsi come scheletri
di ferro arrugginito. Superarono le prime linee di riserva, dove la
Brigata Regina, stava riorganizzandosi. I fanti, coperti di fango
fino ai gomiti, montavano reticolati sotto la sorveglianza degli
ufficiali. Più aventi videro passare una squadra di artiglieri,
spingendo un cannone da montagna 65/17 trainato dai muli. Lungo il
sentiero, ogni tanto comparivano uomini con la fascia rossa della
Sanità Militare al braccio. Spingevano barelle su cui giacevano
corpi immobili. Lenzuoli macchiati di sangue lasciavano stillare
gocce rosse nelle polvere.
Il vento aumentava, sibilando tra
i larici come un lamento. A tratti, lontano, si udivano ancora i
colpi dell’artiglieria austriaci, sparati dai pezzi Skoda da 105 e
149 mm, appostati oltre confine. Parevano tuoni, ma ogni soldato
sapeva distinguerli. […]
“Alpino vini con me. Sei uno
che conosce ogni sasso lassù, vero?
“Ci serve gente pratica del
terreno. La Regina deve prendere posizione sotto la quota 2105. E
abbiamo bisogno di guide. Sei aggregato a loro finché dura”.
La Brigata Regina aveva montato
il campo a mezza costa, poco sotto il crinale. “Domani ci spostiamo
sotto la cresta. Devi guidarci. Ci dicono che ci sono camminamenti
crollati, reticolati franati. Se conosce un sentiero sicuro, meglio”.
L’alpino si chinò sulla mappa.
Puntò il dito su un tracciato sottile. “Questa è la mulattiera
vecchia degli alpini. Passa sotto il Vallone dell’Agnelizza. Ma ci
sono crateri grossi come case. E zone dove i mortai austriaci battono
sempre” Il capitano annuì. “Siamo la Regina, alpino. E la Regina
deve salire”.
“In colonna per uno. Zaini
leggeri. Baionette pronte”.
“Alpino, guida tu. Noi
seguiamo. Se c’è da piegare a destra o sinistra, dillo piano. Non
vogliamo finire in bocca alle mitragliatrici”.
“Fermi. Qui davanti c’è il
Vallone dell’Agnelizza. Gli austriaci lo battono con i mortai e le
mitragliatrici. Dobbiamo correre uno alla volta” disse l’alpino.
L’alpino scattò fuori dal
riparo e la Brigata dietro. Un colpo di mortaio esplose poco più
avanti, gettando schegge e zolle d’erba in aria. Arrivò dall’altra
parte e si voltò. “Via! Uno alla volta”!
I sardi partirono uno dopo
l’altro. Salirono lungo un ripido sentiero. Quando arrivarono sotto
la cresta, trovarono il reticolato quasi scomparso. Le granate lo
avevano divelto, scagliando metri di filo spinato in brandelli
arrugginiti. Ovunque, frammenti di filo, pale spezzate, resti di
elmetti sfondati. Vennero distribuite bombe a mano SIPE e
proseguirono per occupare i ricoveri più avanzati. Svelti, uno
dietro l’altro. Arrivarono nel punto più avanzato pochi minuti
prima che l’alba fosse piena. Fumo, rombo d’artiglieria, occhi
gonfi di veglie senza sonno. Ovunque, crateri come tombe aperte. Era
una cima da conquistare. Il cielo sopra quota 2105 si aprì in uno
squarcio d’azzurro. Nell’avamposto gli uomini della Brigata
Regina restarono fermi, quasi temessero di spezzare quella fragile
tregua. Il rombo dell’artiglieria si era allontanato, come se anche
i cannoni avessero deciso di prendere fiato.
Per un momento, non ci fu che il
vento. Portava odore di zolfo e di resina, mescolati come due nemici
che non si separano mai. L’artiglieria austriaca ricominciò a
sparare, a ritmo lento, come se provasse la mira. Una raffica di
mitragliatrice Schawarzlose crepitò sul crinale. I fanti si
abbassarono all’unisono, come un branco di animali.
“Ecco è finita la pace”.
Liberamente tratto e adattato
dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto

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