Arrivo a Malga Fossetta

Li accolsero come si accolgono i fantasmi. Un caporale senza cappello lì mandò verso una baracca coperta da un telo cerato, mentre il vento scuoteva le assi come lamenti. Dentro, li avvolse una penombra fredda e densa. Pagliericci umidi sparsi sul pavimento, un secchio d’acqua stagnante nell’angolo, qualche coperta ruvida buttata sopra una cassa. E quel sentore...un sentore di uomini vivi per miracolo, ma già troppo vicini alla morte per rendersene conto. Nessuno parlava. Uno si lasciò cadere sul pavimento con tutto l’equipaggiamento addosso, lasciando un tonfo sordo. Un altro russava già, con il fucile tra le mani, come se temesse che qualcuno potesse portarglielo via anche nei sogni.
I medici passavano, con gli occhi scavati, bendavano i più gravi, tagliavano fasciature marce, dosavano morfina come fosse oro liquido. Alcuni uomini furono mandati a valle, trascinati via su barelle di legno, tra urla di dolore e silenzi ancora più terribili. Altri restarono. Perchè dovevano. Nessuna decorazione. Nessun discorso. Solo lo sguardo basso di chi sapeva che la guerra, lassù, non era ancora finita. Ogni tanto arrivavano anche nuove reclute, ragazzi dai volti puliti, col mento ancora liscio e le divise inamidate, che entravano nella baracca come in chiesa, gli occhi spalancati di paura. Ci guardavano come se fossimo tornati dall’inferno, e in fondo era vero. Nell’aria si sentiva il crepitio lontano dell’artiglieria, come un ronzio costante sotto la pelle. Poi, come un dono arrivato da un altro mondo. Un soldato frugò nella bisaccia e tirò fuori qualcosa. Lo tenne in mano un momento, come fosse sacro, prima di mostrarglielo agli altri.
E’ arrivato ieri. Da casa. Me l’ha mandato ma madre”.
Era un salame, avvolto nella carta oleata, con la cera ancora intatta sul nodo. Un profumo familiare, potente, si sparse nella baracca come un richiamo d’estate.
Giuro che sa di casa...io piango” disse un altro soldato. Lo aprirono piano, tagliandolo con un coltello a serramanico. Il profumo che ne uscì era di stalla, di fumo, di cucina vera, profumo di vita. Ne tagliarono fette sottili, e ognuno ne ebbe una. Piccola, ma bastava. Chiusero gli occhi mentre masticavano. La fetta era sapida, grassa, vera. Dentro c’erano i ciliegi, il grano, i fienili, le mani callose delle madri. Era come lo facevano i loro padri.
Cristo santo...Questa è l’Italia che vorrei” Risero. Ma fu una risata breve, quasi rubata, perché sapevano che il giorno dopo sarebbero saliti di nuovo. Dopo lo scontro, l’assenza di suoni pesava più delle esplosioni stesse. Perchè non aveva un suono definito. Era un vuoto, una tensione sottile che vibrava nell’aria come il filo di un violino sul punto di spezzarsi. Ogni fruscio sembrava un colpo. Ogni battito di ciglia riportava alla mente un volto, una voce, un’esplosione.
Arrivarono nuove regole a rimpolpare i ranghi. Ragazzi con le facce lisce, ancora gonfie dal sonno di caserma. Avevano a malapena imparato a caricare il ‘91 senza piantarsi l’otturatore in faccia. Al fronte: serviva carne fresca, non c’era tempo per lezioni. Il tenente li fece schierare.
Ascoltate bene, signorine. Quello che vi dico vi può tenere la pelle attaccata alle ossa” Fischio lungo, un suono che tagliava l’aria ancora fredda. “Quando sentite questo vi buttate a terra. Subito. Non un secondo dopo. Se esitate, vi troverete a guardare le vostra budella sparse in giro come salsicce di maiale. Fischiò un suono stridulo, più acuto, che fece voltare anche un mulo lì vicino. “E questo vuol dire: riparo coperto. No n basta una buca nel terreno, il proietto esplode in aria, vi taglia a pezzi comunque. Se non c’è un ricovero in caverna, una copertura con i sacchi, correte, più veloce che potete verso il riparo più vicino e pregate di arrivare interi”
Se arrivate al corpo a corpo, buttate il fucile. Serve solo a impicciarvi. Pugnale, vanghetta, elmetto… qualunque cosa che possa spaccare o infilare. E colpite per primi. Sempre. Chi vi sta davanti non avrà pietà. Voi non dovete averne”
Il Tenente li richiamò. Era ora di muoversi. Le reclute si allinearono goffe, impacciate. I veterani, dietro di loro, si scambiarono un’occhiata breve: sapevano che, tra un paio d’ore, metà di quei volti sarebbe sparita per sempre.
Liberamente tratto e adattato dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto


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