Nostri morti che avete messo le scarpe al sole

[…]Abbiamo seppellito i nostri morti ultimi stanotte. Gli abbiamo recati a spalle nelle bare bianche che Zama ha costruito attraverso le stradette tortuose. S’ assiepavano sulla parte degli accantonamenti i soldati, i rancieri s’affacciavano neri d’antri vividi di fumo. Le montagne s’intagliavano sul frugare irrequieto dei riflettori, erano sonore di cannonate. E mentre il cappellano scandiva rapidamente le parole latine del commiato, l’ombrello curioso d’un razzo si aprì, sul cielo nero. Non siete morti ancora, nostri morti che avete messo le scarpe al sole durante la pattuglia, e nemmeno il tempo di dire al compagno che badava ai fatti suoi -Salutame la me vecia – Quando su questa valle allegra rifioriranno le rose e s’avvicenderanno i raccolti e vendemmieranno ragazze bionde le vigne, quando il contadino cingerà di siepi spinose il suo campicello disfacendo i reticolati laboriosi, allora sì, nel camposanto bianco sarete ben morti, così dimenticati da nuovi prepotenti viventi, così lontani dagli altri morti della famiglia.
Tratto da Le scarpe al sole di Paolo Monelli

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