
Piove come Dio la manda il 24 maggio, anniversario dell'entrata in guerra, ma non è un giorno buono per le celebrazioni. Tra Passo Buole e Coni Zugna gli assediati si difendono con i sassi perchè hanno esaurito le munizioni. " Le nostre truppe più che calare, colona dalla montagna, come torbide acque dopo un uragano ", racconta lo scrittore vicentino Giuseppe De Mori.
La sera del 28 la nebbia avvolge Asiago e gli austriaci che vi entrano. Dalla Vallarsa al Brenta l'intero fronte montano è in fiamme. Si resiste sul Pasubio, l'ultimo velo che separa dalla pianura di Schio. Avverte Cadorna : " Doversi salvare l'onore e la fortuna d'Italia ". Gi austriaci sono fermati a costo di 113.000 tra morti e feriti, su una forza media di un milione e mezzo d'uomini.
La resistenza è spesso eroica, ma non mancano i segni di cedimento al centro dello schieramento. Cadorna ordina le prime decimazioni . il 28 maggio un sottotenente, tre sergenti e otto uomini del 141° reggimento fanteria sono fucilati senza processo.
Quando le difese cedono si tratta spesso di errori tattici, ma Cadorna trova più facile accusare i reparti di essersi fatti prendere dal panico. Vuole fucilazioni " senza processo", non si fida dei tribunali militari.
I soldati fanno testamento. Un fante affida il suo messaggio : " Sento in me la vita che reclama la sua parte, sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma fra cinque ore qui sarà l'inferno...Vi amo, vi amo tutti. Darei un tesoro per potervi rivedere. Ma non posso... "
A Passo Buole il 30 maggio si sacrificano le brigate Taro e Sicilia, chiameranno il posto le " Termopoli d'Italia ": il cappellano cremonese Annibale Carletti riunisce i soldati dispersi e privi di ufficiali e li conduce all'attacco.
Il 2 giugno sul Cengio s'immola la brigata Granatieri di Sardegna al comando del generale Pannella. Ha l'ordine di resistere sino all'ultimo uomo ed è una strage, tra selvaggi corpo a corpo con la baionetta in canna. Avvinghiati al nemico, i granatieri precipitano nel vuoto, il baratro è stato chiamato " il salto dei granatieri ".
Gli austriaci vogliono una vittoria per festeggiare la nascita dell'arciduca Felice. A Vienna l'italiana arciduchessa Zita dei Borboni di Parma, moglie dell'erede al trono, ha dato alla luce il quarto figlio al quale sono stati conferiti anche i titoli di dica di Arsiero e di conte di Asiago, ormai la conquista dell'Altipiano è data per fatta.
Proprio sul Cencio si esaurisce la spinta austriaca. Sulle posizioni di Monte Fior e Castelgomberto la brigata Sassari lascia centinaia di morti. Sul Monte Zebio vengono decorati due fratelli sardi, uno di loro - Raimondo Scintu - diventerà famoso un anno dopo sul Carso. Esce dalla trincea e cattura cinque prigionieri, l'ufficiale ci scherza sopra, lui ribatte : " Sono andato solo e ne ho portati cinque, se mi dà sette uomini, signor maggiore, ne porto cento ". Ed è di parola, mezz'ora dopo rientra nella trincea con cento progionieri. Beltrame gli dedica una famosa copertina sulla " Domenica del Corriere " nell'ottobre 1917.
Sull'Ortigara intere compagnie scompaiono senza lasciare traccia, sorprese dalle valanghe. Saranno ritrovate a primavera, dopo il disgelo, nello stesso ordine di marcia in cui erano state travolte. La lotta sul monte è terribile, per questo l'hanno chiamato il 2 Calvario degli alpini ".
L'Italia ha retto a costo di una carneficina. " L'offensiva nemica nel Trentino è stata arrestata lungo tutta la fronte dell'attacco" , comunica il bollettino delle operazioni.
Conrad chiede truppe dal fronte russo, l'arciduca Eugenio ha fretta di chiudere e ordina di passare alla difensiva sull'intero fronte delle Prealpi vicentine. A Bolzano, nel gran palazzo Gries, l'arciduca spiega ai suoi generali che la Strafexpedition è finita. Il servizio informazioni italiano non ne sa niente, così il comando continua ad ammucchiare truppe mentre gli austriaci si ritirano.
La calma improvvisa spinge Cadorna a giocare, una volta tanto d'anticipo. Pensa di riconquistare le posizioni perdute, ma gli austriaci sono abili nel prevedere le mosse . si ritirano, ma si mettono subito al riparo di una nuova linea preparata in precedenza e ben fortificata.
Tra la Vallarsa e il Pasubio contrattacca la gigantesca 44 divisione che ha più effettivi di un corpo d'armata , la comanda il generale Andrea Graziani, un veronese autoritario che non teme il pericolo. Per lui la vita dei soldati conta pochissimo, la stampa socialista lo raffigura come una belva sanguinaria.
E' anche per colpa di comandati come lui che troppi non tornano a casa. Non c'è municipio che non aggiorni quotidianamente il suo elenco dei caduti.
Il 26 Giugno, lunedi, si ripredne a morire sul Pasubio e a Sette Croci, ancora una volta la fanteria non basta contro posizioni fortificate. Sette Croci è un pezzo di montagna sulla quale sono state piantate sette croci di legno in ricordo di una lite di trecento, forse quattrocento anni prima per una fetta di pascolo tra pastori trentini. Adesso alpini e fanti seppelliscono i loro morti e anche quelli nemici. Moltissimi caduti sono polacchi, nello zaiono conservano un sacchetto con un pugno di terra della loro patria.
A fine giugno gli austriaci si sganciano, in una notte lasciano tutto, gli italiani occupano le trincee e trovano gavette di caffè ancora caldo e fuochi appena spenti. Perdono tempo ad aspettare l'ordine di avanzata, quando si muovono hanno perso il contatto con il nemico.
Si avanza nel deserto, è " il giorno delle ali ai piedi ", come lo definisce lo storico vicentino Gianni Pieropan. Scrive in quelle ore il giornalista veronese Arnaldo Fraccaroli : "Eccoci oltre l'Astico, nel villaggio di Seghe, l'ultimo limite nostro ieri...E sulla via una pietra chilometrica con questa indicazione . da Vicenza km 34. Gli austriaci erano arrivati sin qui ".
(ricerca storica Errebi)