Scegliere di parlare, di donare, come l'esempio di Shakyamuni e Nicheren
Ma
perché dobbiamo dialogare con chi riteniamo
aggressivo, limitato, arrogante o
semplicemente un pò stupido? Chi
ce lo fa fare?
Dialogare
non è una cosa semplice.
È
più facile parlare e dire agli altri in cosa stanno sbagliando, cosa
dovrebbero fare. Giudicare
e puntare il dito su errori e difetti. Più
facile astenersi dal dire e aderire tacitamente.
Seguire
le indicazioni di una persona di cui magari mi fido “ciecamente”,
o che temo, e mettere via il mio io, il mio pensiero, le ricchezze
della mia esperienza umana, lasciandomi passivamente convincere dalle
sue convinzioni.
In
genere, quando si discute, qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto.
Qualcuno vince e qualcuno perde, e non sempre per la giustezza di ciò
che si dice. Spesso vince il fatto di alzare la voce, e a perdere è
la paura, silenziosa silenziosa, di esistere, di perdere la stima di
altri e altre.
La
paura delle conseguenze. Si può vincere grazie a prepotenza e
cocciutaggine, e perdere per pigrizia, per la non voglia di tirare
fuori da sé l’energia necessaria a una discussione.
Ma
questo non è dialogo. Non è dialogare.
È
usare le parole o scegliere di non usarle, all’interno di giochi di
potere, calcolando tornaconti personali. E
non c’è sempre malafede. Ma abitudini malate sì.Come
l’abitudine a pensarsi soli e sole.O
superiori.O
inferiori a chi ci sta di fronte. O
incomprensibili al mondo. Incapaci di emergere dal silenzio, dalla
mancanza di coraggio, quello che serve per mettere e mettersi in
discussione.
Per
dialogare non bastano le parole. Non
sempre chi parla, o ragiona bene, è in grado di far nascere un
dialogo vero tra le persone.
Serve
altro. Serve qualcosa che viene prima delle parole. Qualcosa in grado
di guidarle verso la costruzione della felicità.
Serve
un desiderio aperto, pulito, potente, autorevole – non autoritario.
Un
desiderio che inchiodi, che costringa la voglia di sopraffare a
tacere, e la paura di dire a esporsi.
Può
essere il desiderio di affrontare una sofferenza, o quello di
trasformare un rapporto pieno di rancori in una relazione preziosa
per continuare a crescere, a qualsiasi età, in qualsiasi posizione.
Comunque
sia è un percorso faticoso.
Obbliga
a mettersi veramente in gioco, a superare la paura di cambiare, di
essere giudicati e giudicate, di perdere potere.
Ma
ogni volta che si fa, ogni volta che si prova, può succedere
qualcosa di straordinario.
Può
succedere di incontrare parti di sé, capacità nascoste a cui non
abbiamo mai dato modo di venire alla luce e, soprattutto, può
accadere di incontrare veramente e profondamente un’altra e altre
vite, diverse da sé.
Toccare
i loro sentimenti, accorgersi del perché di tanti loro comportamenti
ai nostri occhi prima incomprensibili. Accade di incontrare quello
stato d’animo meraviglioso che è la compassione, la forza di
guardare per bene la natura della propria e dell’altrui sofferenza
e iniziare ad agire per cambiarla, per creare la felicità che nasce
dal sentirsi in relazione, dal percepire la danza di tutti i fili che
alla terra, al cielo, all’universo, alla vita tutta, di ognuno e
ognuna.
Non
è una favola.
È
quello che accade ogni giorno quando “si fa la pace”. Accade in
ogni casa, ogni cucina o camera da letto. Accade anzi, più che ogni
giorno, tra una madre e un figlio, una figlia. Tra
due persone amanti. C’è
qualcosa che non va, c’è una parola di troppo, un gesto di troppo,
magari uno schiaffo, una parolaccia, una bugia.
C’è
un dolore che prende alla gola, e la violenza di non sentirsi capiti,
di non essere riusciti a spiegarsi.
C’è
un tradimento, qualcosa di sbagliato che fa fare silenzio, che fa
uscire le parole come dall’imbuto della rabbia.
E
tutto rimane lì, fermo al punto di quel confliggere, di
quell’attaccare e di quel ritrarsi.
Per
lunghi attimi, a volte per giorni, a volte per anni.
Una
mappa in automatico si innesca nella testa e i pensieri non trovano
strade, non uscite, soltanto amarezza e divieti.
Almeno
fino al momento in cui uno o una dei due non si muove. E decide di
ascoltare altro: amo mio figlio. Amo mia madre.
Amo
il tuo essere umano o umana.
Amo
la preziosità della tua esistenza, anche perché ho compreso che mi
è necessaria.
Amo
il potere che la nostra relazione può generare.
Il
potere di creare nuova realtà, senza divieti.
Amo
amare, e scelgo di farlo perché questo mi fa sentire libertà e
vita, mi fa guardare e guidare avanti.
E
tornano le parole, tornano i silenzi, stavolta quelli dell’ascolto,
quelli necessari per lasciare spazio agli altri di dire, di esporsi,
tornano gli occhi che non cercano il torto o la ragione, ma gli occhi
di chi mi sta davanti. Arriva il coraggio di nominare torti subiti,
ingiustizie, la capacità di perdonare gli errori e ricominciare
guardandoli.
Arriva
anche lo sguardo sui propri limiti, sui propri sbagli, e la
naturalezza di chiedere scusa per la cecità, scusa per la mancanza.
Spazio
nuovo, mappa nuova, tutta da disegnare.
Dialogare
è una sfida, ma mai contro qualcuno.
È
una sfida contro la propria resistenza ad aprirsi agli altri, donarsi
senza avarizia o secondi fini, con attenzione, parole, tenacia,
desiderio. Non significa simulare pace né pretendere di essere
ascoltati.
Ma
donare tutto quanto si ha: punti di vista, esperienze, tempo,
ascolto.
Mettere
tutto in circolazione senza tenersi niente per sé, con la fiducia
che ogni cosa viaggerà, anche se non ora, anche se non subito, anche
se le risposte non saranno immediatamente belle o pacifiche, anche se
le risposte possono mettere in crisi le certezze.
Se
Shakyamuni non avesse affrontato e vinto questa sfida con se stesso,
se Nichiren non avesse in ogni momento deciso di non tacere, noi non
saremmo qui a parlare di Buddismo, a sforzarci di tradurlo in gesti
capaci di creare nella nostra vita e in quella di chi ci circonda una
felicità che oltrepassii limiti del tempo.
Il
re dei demoni Mara tentò due volte il Budda Shakyamuni: la prima
volta per impedirgli di raggiungere l’Illuminazione, la seconda
volta per impedirgli di fare dono agli altri esseri umani di quanto
aveva compreso e vissuto.
Fu
la compassione e l’amore disinteressato per gli altri a convincerlo
a esporre la Legge mistica.
Lo
stesso amore disinteressato che spinse Nichiren a subire qualsiasi
conseguenza pur di tramandare correttamente il Sutra del Loto.
«Se
pronuncio una sola parola a riguardo, – scrive ne L’apertura
degli occhi – allora genitori, fratelli e maestri sicuramente mi
criticheranno, e le autorità governative prenderanno provvedimenti
contro di me. D’altronde sono pienamente consapevole che se non
parlo apertamente, manco di compassione».
Sia
Shakyamuni che Nichiren scelsero di parlare, di donare quanto avevano
da donare, e iniziare un dialogo con tutti gli esseri umani fatto di
gioie, dolori, persecuzioni, scontri con le autorità, conflitti con
chi tentava, via via, di fermarli.
Potevano
sembrare nemici da combattere, ma profondamente erano persone da
amare, con cui non smettere mai di tenere aperto lo spazio del
dialogo.
Così,
quando, poco prima di morire, Shakyamuni espresse la sua
preoccupazione per Ajatashatru, che in passato aveva tentato di
ucciderlo, un suo discepolo gli chiese stupito: «Se la compassione
del Budda è rivolta a tutti gli esseri umani in egual misura, perché
allora ti preoccupi solo del re Ajatashatru?». «Prendiamo il caso
di una coppia che ha sette figli – rispose Shakyamuni –
Li
amano tutti allo stesso modo. Ma se uno di questi si ammala, non
credete che i genitori si preoccuperebbero in particolare della sua
sorte?».
Entrambi,
Nichiren e Shakyamuni, hanno scelto di non risparmiarsi, di non
tenere parti di sé nel cassetto dell’egoismo per paura di
confliggere.
Hanno
continuato a guardare con amore anche chi non riusciva a far emergere
da sé la stessa generosità, la stessa apertura.
Hanno
continuato guardando al futuro.
Un
futuro che è qui, tra le nostre mani, e che oggi torna, anzi
continua, a veder nascere guerre, per l’incapacità di mettere in
discussione le logiche stesse che quelle guerre le generano, le
offrono come unica possibile risoluzione di conflitti – ideologici,
religiosi, economici.
Il
futuro è una responsabilità che ci chiama, per nome quasi.
È
la responsabilità che abbiamo di continuare a imparare, e insegnare,
ogni giorno, ognuno e ognuna, a fare un gesto in più di apertura, a
“fare la pace”. Come quando eravamo piccoli e piccole.
Come
quando facevamo pace con nostra madre.
Come
quando la facciamo coi nostri figli. Per amore, per crescere.
Per
scegliere di continuare a fidarsi di sé e degli altri.
Un
gesto semplice, in fondo, niente di più naturale, niente di più
bello. Ricominciare ogni istante a donarsi.
Tratto
da : Buddismo e Società n° 91 - 2002

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