Ortigara, giugno 1917
Dopo
un’ultima salita, la montagna apparve. L’Ortigara. Una muraglia
di roccia, scavata dalle esplosioni, avvolta da pennacchi di fumo che
si sollevano lenti come spettri.
Le trincee italiane di prima
linea si stendevano di fronte alla montagna come ferite aperte. I
parapetti erano ammassi di sacchi di sabbia ghiacciati e tavole di
legno sorche di fango; tra le buche, soldati infreddoliti stavano
accovacciati, i fucili in grembo, gli occhi persi verso il vuoto o
inchiodati alle proprie scarpe, come se guardare il mondo fosse
diventato troppo impegnativo. Sopra di loro, il cielo era chiaro,
qualche nuvola bassa formava banchi di nebbia fredda, quasi volesse
schiacciarli insieme alla montagna.
Un
colpo di cannone esplose in lontananza, e il terreno vibrò come una
corda tesa. L’eco rimbalzò tra le valli e scivolò fin dentro lo
stomaco, un presagio muto che non lasciava scampo. Giovanni si
strinse nel cappotto, sentendo il gelo mordergli le mani. Lì
davanti, la montagna della morte li stava aspettando. E a lui sembrò
che la neve stessa li fissasse, pronta a inghiottirli senza fare
rumore. […]
Nella
notte tra il 7 e l’8 giugno, l’artiglieria nemica cominciò a
martellare le posizioni italiane. Il cielo tremava, acceso a
intermittenza da bagliori rossi e arancio. La dorsale di Cima
Caldiera fu investita da una grandinata di fuoco. I rifugi vibravano
come tamburi battenti. Le pareti si sbriciolavano, e la polvere
cadeva come neve grigia sulle teste dei soldati accovacciati, le
esplosioni erano così fitte che non c’era tregua tra una e l’altra
sembrava irreale, quasi più terrificante dello scoppio stesso. Si
udivano urla improvvise, spezzate, crolli di pietre, rantoli di
uomini colpiti. I primi morti arrivarono prima dell’assalto. Corpi
strappati via come fuscelli, volti sepolti sotto cumuli di neve e
detriti.
Giovanni,
con le mani sporche di fango, neve e sangue rappreso, aiutava i
barellieri a trasportare un ferito su una coperta usata come barella.
Il corpo tremava e lasciava una scia scura sul lenzuolo chiazzato.
[…] Lo adagiarono sulla coperta e lo sollevarono, iniziando la
discesa verso il posto di medicazione. Passarono tra uomini
accovacciati, fra urla soffocate e pezzi di terra alzati dagli
scoppi. Sparirono presto tra fumo e detriti, inghiottiti da un
turbine di neve e polvere. […]
Il
giorno dopo, 8 giugno, il battaglione venne radunato per l’ultima
disposizione. Il maggiore in persona salì fino al comando di
settore.
Liberamente
tratto dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto

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