La giornata più lunga
L’alba
del 11 giugno non portò speranza. Portò soltanto più luce per
vedere meglio i morti, distesi ovunque come rottami abbandonati
sotto un cielo grigio, mentre le granate cadevano senza sosta,
scuotendo la montagna fin nelle viscere. Cima 10 sparava a pieno
ritmo, colpi cadenzati come martellate su un’incudine, e le
postazioni italiane, nude e aperte, erano diventate bersagli
perfetti. Chiunque fosse all’aperto veniva spazzato via in un
attimo, come paglia sotto la falce.
Alle
dieci in punto arrivò il contrattacco austriaco. Prima le bombarde
da 240mm, che spaccavano la terra in una pioggia di schegge di
pietra, poi ondate ungheresi e tirolesi, che salivano urlando con le
baionette avanti, gli occhi fuori dalle orbite, pronti a morire pur
di riprendersi la cima. Urla, bombe a mano, schizzi di pietre e
sangue, puzza di alcol, il fragore delle schegge che sibilavano come
vespe impazzite. E poi il corpo a corpo, feroce, bestiale, senza
regole né pietà.
Alle
13, l’artiglieria italiana tentò di aiutarli, ma sparava alla
cieca, con la furia disperata di chi non sa più dove sia il fronte.
Un colpo corto centrò un mulo, lo fece esplodere in un’esplosione
rossa e puzzolente. I resti finirono addosso a tre alpini ancora
vivi, che si ritrovarono coperti di carne, sangue e brandelli di
bisacce. Uno rimase a fissarsi le mani, come se non capisse se fosse
ancora intero. E intorno, la montagna continuava a urlare.
Nel
pomeriggio, arrivarono sette uomini delle 145°, avanzavano come
ombre sotto il cielo grigio, con le divise strappate, i volti coperti
di polvere e gli occhi arrossati dl fumo e dalla mancanza di sonno.
Si trascinavano più che camminare, come se ogni passo fosse un atto
di volontà, e parevano reduci da un altro mondo. Tutti gli altri
erano morti lungo il percorso, lasciati dietro tra i crateri neri e i
mucchi di cadaveri, persi tra i reticolati che ancora trattenevano
brandelli di carne come fiori marci appesi ai fili spinati. Portavano
solo una cassa di munizioni e una bottiglia di grappa, stretta come
se fosse un tesoro, come se fosse l’ultima reliquia di un esercito
che non esisteva più. Bevettero con avidità, uno dopo l’altro, e
ogni sorso bruciava dentro come fuoco, ma era il miglior sorso della
loro vità, perché per un attimo cancellava il gusto del sangue e
del ferro che si portavano in bocca da ore. La grappa scendeva giù
dritta nello stomaco vuoto, scatenando calore e nausea allo stesso
tempo, ma nessuno si fermava. Era l’unica cosa viva lì sopra.
Verso
le sedici, apparve un ufficiale medico con la divisa intrisa di fango
e di macchie scure. Portava con sé una borsa leggera, troppo leggera
per quel posto, e dentro c’erano solo poche bende, qualche ampolla
di morfina, e uno sguardo stremato. Si chinò sui feriti più gravi,
lavorando rapido ma delicato, controllava i polsi, tamponava squarci
di carne con mani veloci, senza perdere un secondo, ma a volte si
limitava a tirare su una coperta sopra un uomo, come un prete che
chiude gli occhi ai morti. L’acqua era finita, e le borracce
restavano vuote appese alle cinture come gusci morti. Alcuni uomini,
con lo sguardo perso, succhiavano neve raccolta tra le crepe dei
sassi, altri si masticavano le labbra, come se potessero ingannare la
sete masticando l’aria, mentre un alpino della 145°, giovane come
un ragazzino, continuava a chiamare il nome della madre, in un
sussurro monotono, come una preghiera. L’unica sorgente d’acqua
si trovava giù nel vallone, ai piedi della quota. Lontana, esposta
maledettamente irraggiungibile.
Tutti
guardarono giù. Si decise che qualcuno doveva scendere. Portare con
sé più borracce possibile. Evitare i cecchini, le esplosioni, i
sassi che franavano sotto i piedi come ossa rotte. E poi risalire,
carico come un mulo senz’anima. Ma ancora vivo. Il fante, tirato a
sorte, si tolse la giubba, infilò nella tracolla sei borracce, ne
legò altre due alla cintura. Nessuna protezione, nessuna copertura.
La tracolla gli segava la spalla. Le borracce tintinnavano tra loro
come campane da lutto. Alla fine trovò un rivolo sottile tra due
rocce. La sorgente. Minuscola, chiara, viva. Il soldato sentì il
cuore battere forte che quasi si mise a piangere. Si inginocchiò,
poggiò il viso a terra e bevve. Solo un sorso. Solo uno. Poi con
movimenti rapidi ma precisi cominciò a riempire le borracce. Una,
due, tre. Un fischio. Sibilante. Si buttò a terra. Una fucilata
aveva colpito una roccia sopra di lui. Scaglie roventi gli piovvero
sul collo. Si lasciò schiacciare nel terreno, fingendo di essere un
cadavere come tanti.
Poi
un’altra raffica. Più lontana. Aspettò. Contò i battiti.
Cinquanta. Cento. Poi si alzò, stringendo le borracce piene al petto
come neonati. E cominciò la salita. Le gambe bruciavano, la schiena
era spezzata, le mani insanguinate dalle, la salita era un inferno. A
metà pendio, inciampò. Cadde. Una borraccia rotolò più in basso.
Rimase lì. Non poteva rischiare di scendere a riprenderla. Quando
vide le prime sagome dei compagni, la voce gli morì in gola. Si
trascinò, e solo quando due mani lo afferrarono e lo tirarono su,
lasciò andare il peso. Cadde in ginocchio. Rideva. Piangeva. Gli
tolsero le borracce dalle mani. Le aprivano come reliquie. L’acqua
passava di bocca in bocca. Nessuno parlava. Tutti bevevano come se
fosse vino e sangue assieme. Grazie dissero gli altri compagni. Lui
alzò gli occhi. La bocc secca “La prossima volta...ci tiriamo a
sorte di nuovo. Ma che ci pensi Dio…perchè io, non ci torno più”.
Il
tramonto sulla quota maledetta era un sipario rosso. Il fuoco cessò,
ma non perché fosse davvero finita. Si fermò solo perché stava
calando la luce. E i cannoni, dovevano riprendere fiato prima del
buio. Gli austriaci si preparavano per la notte. Gli italiani pure.
Erano rimasti in 20, forse ventidue, ammassati come bestie dietro
parapetti mezzi franati, con gli occhi spenti, la mani fasciate, la
pelle annerita dal fumo e dalla polvere, e le narici che non
distinguevano più il tanfo della morte da quello della terra umida.
La quota 2105 taceva, non per pace, ma per esaurimento. Un soldato
tirò fuori un taccuino e scrisse: “Se domani non torniamo, nessuno
saprà come abbiamo tenuto questa cima. Ma io lo scrivo. Per chi
verrà dopo. Perchè questa pietraia ci ha visti. E non ci
dimenticherà”. Gli austriaci ripreso a martellare gli italiani.
Tutto il fronte era in subbuglio, nessuno riusciva più a capire dove
fosse davvero la prima linea. Anche i battaglioni laterali avevano
subito ingenti perdite: reparti spezzati, compagnie ridotte a poche
decine di uomini. Molti correvano senza ordini precisi, altri
restavano immobili, schiacciati al suolo nel tentativo di non farsi
falciare dalle mitragliatrici.
“Indietro!
Per l’amor di Dio, ci ritiriamo, indietro”.
“L’Ortigara
ci ha preso tutto. E non lo dimenticheremo mai”
Liberamente
tratto dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto

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