Itai Doshin

Spesso tradotto come “principio di unità”, il concetto di itai doshin – la cui versione letterale giapponese suona come “diversi corpi, un’unica mente” – riassume in sé il nucleo dell’insegnamento buddista.
Itai doshin si può intuire. Una parabola del Sutra del Loto racconta della pioggia dall’unico aroma che irrora boschi, alberi, cespugli, prati ed erbe mediche e, nutrendo ciascuna pianta secondo le sue necessità, consente a ogni seme di germogliare e svilupparsi, rivelando la sua straordinaria particolarità. Ogni pianta è diversa, ma tutte condividono lo stesso suolo e si nutrono della stessa pioggia.
Cosa significa itai?
Si traduce “diversi (i) corpi (tai)” e riguarda l’esistenza individuale e il caleidoscopico mondo in cui viviamo, e che viviamo diversamente uno dall’altro. Non esistono due individui, due emozioni, due esperienze, due amori o due morti che siano identici. La differenza caratterizza l’universo dei fenomeni, e rende ogni particolare unico e prezioso.
L’esistenza individuale si manifesta sul piano fenomenico. A proposito delle differenze individuali, così scrive Daisaku Ikeda: «Per il Buddismo la personalità, o natura, è immutabile nella sua essenza. Ogni persona ha una sua individualità, ben distinta da quella degli altri. La società è un insieme di persone differenti: nel Buddismo, infatti, società significa anche “differenza”.
Nelle varie lingue ci sono molti modi per definire il carattere delle persone, ad esempio l’inglese dispone di ben 18.000 termini; c’è poi chi studia i comportamenti dell’essere umano classificandoli in gruppi differenti: nella molteplicità delle qualità umane si può riconoscere il principio buddista dei “fiori di ciliegio, di pruno, di pesco e di albicocco”.
Proprio come ogni fiore ha una sua bellezza, così ogni persona ha le sue particolari qualità. Essere introversi non fa di noi degli incapaci, proprio come l’impazienza di per sé non ci squalifica.
L’importante è vivere in accordo con la natura innata che è dentro di noi: lo scopo del Buddismo è realizzare questa potenzialità» (I protagonisti del XXI secolo, p. 99).
Qual è, invece, il significato di doshin?
Doshin, “l’unica (do) mente (shin)” è nel Buddismo la determinazione del Budda di condurre tutte le persone all’illuminazione, ossia il desiderio di realizzare quella che noi chiamiamo kosen-rufu, la «pioggia di un solo aroma che bagna i fiori umani in modo che ciascuno possa dare il suo frutto» (Il Sutra del Loto, cap. 5). Quando un individuo si sforza, attraverso la pratica quotidiana, di manifestare il mondo di Buddità, l’irrompere del potere della Legge mistica agisce come la pioggia della parabola delle erbe medicinali, facendo germogliare e sviluppare le proprie qualità uniche e irripetibili e di coloro che gli sono accanto. «Ciascuno di noi – spiega Ikeda – ha una missione. Ogni persona ha un immenso potenziale. Nel momento in cui una persona porta avanti la propria rivoluzione umana, trasmette agli altri coraggio e speranza e questo infonde fiducia. A incoraggiamento risponde ulteriore incoraggiamento, scatenando una reazione a catena che genera un’enorme energia la quale porta al cambiamento» (Il mondo del Gosho, settima parte, in via di pubblicazione sul Nuovo Rinascimento).
Una fede basata sul principio di “diversi corpi, unica mente” è la chiave per risvegliare il Budda che dorme dentro di noi e far sì che kosen-rufu diventi realtà. Questo è il significato del famoso brano del Gosho L’eredità della Legge fondamentale della vita che afferma: «Tutti i discepoli di Nichiren, sia preti che laici, dovrebbero recitare Nam-myoho-renge-kyo uniti nello spirito (itai doshin), superando tutte le differenze che esistono tra di loro per divenire inseparabili come i pesci e l’acqua in cui nuotano. Questo legame spirituale è la base per la trasmissione universale della Legge fondamentale di vita e morte. Questo è il vero scopo della propagazione di Nichiren. Quando siete così uniti, anche il grande desiderio di kosen-rufu può essere realizzato senza alcun dubbio» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 224).
In base al principio della “vera entità di tutti i fenomeni” (shoho jisso), itai riguarda l’ambito di “tutti i fenomeni”, mentre doshin si riferisce alla dimensione della “vera entità”. Dato che «tutti i fenomeni rivelano la vera entità» (Il Sutra del Loto, cap. 2) e «nessuna cosa che riguardi la vita o il lavoro è in qualche modo diversa dalla realtà fondamentale» (Il Sutra del Loto, cap. 6), la rivoluzione propugnata dal Buddismo opera per stabilire e diffondere l’unica mente della Buddità a livello individuale e sociale, affinché essa si manifesti a livello fenomenico consentendo a ciascuno di scoprire e rivelare le proprie potenzialità. Ciò riguarda non soltanto gli esseri umani, ma tutti gli esseri viventi e persino i loro ambienti; al tempo di kosen-rufu, sostiene Nichiren ne La pratica dell’insegnamento del Budda, «poiché tutte le persone reciteranno Nam-myoho-renge-kyo, il vento non spezzerà i rami o le fronde, né la pioggia cadrà così forte da rompere una zolla» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 12).
Analizzando la storia dell’umanità dal punto di vista di itai doshin si può comprendere perché molti tentativi di riforma non siano riusciti a stabilire la pace e la giustizia. Essi hanno tentato di modificare il mondo fenomenico, rappresentato dagli individui, attraverso nuove leggi e nuove regole, senza preoccuparsi della dimensione della “vera entità”, cioè senza diffondere l’unica mente. Tali cambiamenti sono stati spesso imposti con la forza e la violenza, nutrendo in tal modo negli individui sentimenti come l’odio, il rancore e la disperazione che, invece di valorizzare le differenze individuali, promuovono l’egoismo, l’integralismo e il conformismo. Questo è ciò che Nichiren chiama dotai ishin (stesso corpo, diversa mente): «Quando le persone sono in itai doshin (diverso corpo, stesso spirito) queste realizzeranno tutti i loro scopi, mentre in dotai ishin (stesso corpo, diverso spirito) non possono ottenere niente di notevole» (Itai doshin, Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 267).
Il Mahatma Gandhi si sforzò pazientemente di diffondere nel popolo indiano l’unica mente della nonviolenza e del miglioramento di se stessi, rispettando e incoraggiando lo sviluppo dell’individualità di ciascuno. Per questo vinse le sue battaglie e, fatto assai più importante, con il suo esempio diede linfa ai movimenti pacifisti del presente e del futuro, proprio come la pioggia dall’unico aroma che nutre ogni tipo di pianta.
Se si vuole realizzare itai doshin, un errore da non commettere è confondere l’ambito di “tutti i fenomeni” con quello della “vera entità”. Realizzare l’unità a livello fenomenico corrisponde a dotai, significa cioè ignorare o eliminare le differenze, che invece costituiscono la ricchezza fondamentale dell’individuo e della società. Daisaku Ikeda spiega che «un movimento o un’organizzazione non funzioneranno e non sopravvivranno a lungo se sono tenuti insieme soltanto da ordinamenti, regole e imposizioni. Solo rispettando le nostre diversità, condividendo le gioie e i dolori e ispirandoci coraggio e speranza l’un l’altro possiamo costruire una reale solidarietà» (La saggezza del Sutra del Loto, vol. 1, p. 226).
Il punto di partenza è l’unica mente, che appartiene alla dimensione della “vera entità” ed è chiamata da Ikeda «unità della fede». Ciò implica prima di tutto un forte impegno per migliorare se stessi. «La nostra individualità è ciò che forma le basi del nostro carattere. In virtù della nostra individualità abbiamo una strada di vita e una missione che sono solo nostre» (D. Ikeda, I protagonisti del XXI secolo, vol. 2, p. 18). «La vera individualità non fiorisce mai senza un duro lavoro. Perciò commettete un grande errore se pensate che ciò che siete ora rappresenta tutto ciò che siete capaci di essere» (ibid., p. 19).
L’unica mente implica un atteggiamento di profondo rispetto e gratitudine per gli altri, i quali hanno una missione che nessun altro può compiere al loro posto. «Superare tutte le differenze significa che tra i discepoli del Daishonin non ci deve essere opposizione o rifiuto verso gli altri. “Diventare inseparabili come i pesci e l’acqua in cui nuotano” può essere inteso come l’atteggiamento di apprezzarsi l’un l’altro in quanto individui insostituibili, cercando di mettere in evidenza la parte migliore di ciascuno. In questo modo, “diversi nel corpo, stessa mente” significa unirsi nella fede sostenendosi l’un l’altro» (Il mondo del Gosho, op. cit.).
Dal punto di vista dei “tremila mondi in un singolo istante vitale” (ichinen sanzen) l’unica mente riguarda l’ichinen, la vita individuale nel singolo istante presente, e influenza il modo in cui si manifestano i tremila mondi, o sanzen. Il Buddismo afferma che il singolo istante vitale è l’unica realtà che attiene all’individuo. Il passato non esiste più e il futuro deve ancora venire, ma entrambi esistono nell’istante presente rispettivamente come effetti e come cause. I tremila mondi, le differenti condizioni nelle quali può manifestarsi la vita, sono contenuti in un singolo ichinen: alcune di esse si manifestano mentre altre rimangono allo stato latente. L’ichinen determina la qualità della vita individuale, ma è difficile da afferrare. «Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante, non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. Tuttavia non puoi neanche dire che non esista, poiché pensieri differenti l’attraversano di continuo. La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non-esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia ha le caratteristiche di ambedue. È la mistica entità della Via di mezzo che è la realtà di tutte le cose» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, ne Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4).
A causa della sua inafferrabilità, per trasformare l’ichinen e far emergere il mondo di Buddità tra i tremila possibili non basta lo strumento del pensiero, ma è richiesto un mezzo adeguato come la preghiera. L’unica mente di itai doshin può essere sviluppata a partire da una forte preghiera per kosen-rufu.
Un terzo aspetto è la relazione con gli altri. Ikeda spiega che «la pratica buddista non è qualcosa che possiamo portare avanti per conto nostro. Perché, come dice Nichiren, “i venti della fama e del profitto soffiano violenti e la lampada della pratica buddista si spegne facilmente” (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 246). È vitale incoraggiarci e sostenerci a vicenda mentre progrediamo, è necessario per noi essere “buoni amici” gli uni degli altri» (Il mondo del Gosho, op. cit.). Per stabilire l’unica mente è importante praticare insieme agli altri e incoraggiarsi a vicenda.
Cosa accade quando si stabilisce “l’unica mente”?
L’unica mente per kosen-rufu illuminerà i “tremila mondi” contenuti nell’ichinen, influenzando il modo di manifestarsi dei dieci mondi, il funzionamento dei dieci fattori e la realtà nei tre regni: l’individuo, la società e l’ambiente. Sia la vita individuale che quella universale ne trarranno beneficio. Al contrario, voler modificare la realtà senza una profonda trasformazione dell’ichinen non avrà effetti positivi.
Bisogna comprendere che è grazie a doshin, l’unica mente, che è possibile rivelare l’infinito potenziale individuale di itai, e non viceversa. L’unica mente è la pioggia dall’unico aroma, senza la quale i semi della Buddità non possono svilupparsi. «Miei giovani amici italiani – scriveva Daisaku Ikeda nel poema Suonate la campana del Nuovo Rinascimento – anche se “diversi nel corpo” condividiamo la “stessa mente”. “Diversi corpi” hanno tutti individualità e caratteristiche diverse. Per farle sbocciare come fiori meravigliosi dobbiamo piantare alle radici della nostra vita la “stessa mente”, il pilastro indispensabile per kosen-rufu».
Certamente, esso può ispirare una convivenza sociale realmente pacifica e nonviolenta nutrita dalla diffusione di “un’unica mente”, cioè di un’etica basata sul rispetto della vita nel cuore degli individui. La diffusione nella società dell’“unica mente” corrisponde alla diffusione della Legge buddista, che non vuol dire necessariamente che tutti debbano iniziare a praticare. «Ciò che conta è che lo spirito della grande filosofia di pace che il sutra espone quando spiega che tutte le persone sono Budda sia pienamente applicato alla società nel suo complesso. A livello sociale, “adottare la dottrina corretta” significa far sì che il fondamento e la forza propulsiva della società siano i concetti di dignità umana e di santità della vita» (D. Ikeda, Il nuovo Rinascimento, n. 263, p. 18).
Nell’ultima Proposta di pace presentata quest’anno alle Nazioni Unite (Buddismo e società, n. 93), Daisaku Ikeda espone i contenuti dell’unica mente spiegando l’umanesimo della Via di mezzo. Il primo punto riguarda la comprensione della realtà fenomenica. Ikeda sostiene che le ideologie, comportando una visione “astratta” della realtà, implicano sempre un certo grado di rigida categorizzazione, che impone agli individui vincoli e restrizioni nell’ambito “fenomenico” delle “differenze”, costringendo la società in schemi prefissati considerati ideali. L’umanesimo proposto da Ikeda e sul quale si basa la Soka Gakkai parte invece dalla realtà stessa, senza costringerla in alcuno schema ideologico. Esso si basa sul principio buddista dell’impermanenza, secondo il quale sia la vita individuale che i fenomeni sociali sono in continua trasformazione. Fermare questo flusso vitale in uno schema ideologico dicotomico, che fornisca regole per distinguere bene e male, è impossibile. L’unico modo di comprenderlo è immergervisi.
Questo ci porta a parlare del secondo punto: la padronanza di sé basata sulla comprensione della realtà, intesa come «capacità di essere protagonisti della propria vita, mantenendo un’autentica indipendenza e conservando la propria direzione in mezzo alle caleidoscopiche evoluzioni della realtà fenomenica. […] Attraverso la padronanza di sé abbiamo il compito di costruire un mondo interiore solido e adamantino, alla luce del quale sia possibile sperimentare senza maschere la vera natura di tutte le cose e gli eventi. In base a questa comprensione concreta delle varie realtà della vita dobbiamo decidere come si dovrebbe vivere e che tipo di mondo desideriamo creare».
Il terzo punto riguarda la relazione con gli altri. La filosofia del Sutra del Loto secondo cui ciascuno possiede la Buddità implica che, al di là delle differenze individuali, dobbiamo coltivare la certezza che esistano qualità umane positive in tutte le persone. Per questo l’umanesimo descritto da Ikeda «non rifiuta nessuno e abbraccia tutte le persone, per il semplice fatto che sono umane». Questo approccio, basato sull’uguaglianza e sull’assenza di discriminazioni, «non giudica mai le persone e non le costringe in categorie prestabilite in base a fattori quali razza, religione, classe, nazionalità, ideologia o genere». Da ciò deriva la capacità di abbracciare entità contraddittorie rivelando il potenziale positivo inerente a esse, senza chiedere a nessuno di effettuare scelte dicotomiche tipo “o questo o quello”, ma impegnandosi a fondo nell’esercizio del dialogo, «la capacità di trascendere le differenze e condividere i sentimenti più intimi di qualsiasi persona».
di Giulio Mario Rampelli tratto da Buddismo e societa n 94 - 2002  settembre/ottobre


Commenti

Post popolari in questo blog

S.Osvaldo – 6 aprile 1916 la fine della compagnia della morte

Tutto inizia la sera nella notte del 14 maggio 1916: sta per scatenarsi la Strafexpetion austriaca…

Castagnevizza (Kostanjevica na Krasu), Slovenia il giugno 1917, in mezzo ai cadaveri