Il varco
Un
gruppo di alpini stava tentando di infilarsi tra due segmenti
strappati dal reticolato. Uno ci passò, piegato in due come un
animale. Il secondo si impigliò. Il filo spinato gli si avvolse
attorno al collo e alla giacca, lacerandogli la pelle. Strillava
mentre il sangue gli scendeva sul petto. Il terzo fu colpito alla
gamba e cadde urlando come un cane preso nella tagliola. Si dimenava
nel fango, battendo il fucile contro le pietre. Una bomba esplose li
vicino, sollevando un’onda di rocce, schegge e brandelli di carne.
“Avanti
porca troia! Avanti o vi lascio qui!”
Intorno,
il fumo sembrava latte sporco. Le mitragliatrici austriache
continuavano a falciare uomini. Tac-tac. Tac-tac-tac. Schegge
fischiavano ovunque. Il terreno saltava come un animale sotto colpi
invisibili.
“Andiamo
a prenderci sta fottuta quota!”
Sporchi,
feriti ma ancora in piedi, superarono il reticolato, il crinale, la
soglia del mondo, infine entrarono nelle linee principali austriache.
O almeno in quel che ne restava. Trincee sventrate. Parapetti
crollati. Buchi. Macerie. Sangue. E poi...gli austriaci. Ancora vivi.
Ancora lì. Uno sbucò da dietro un sacco di sabbia, gridava in
tedesco, il pugnale in mano. Un soldato sparò d’istinto. Due
colpi. Il primo mancò, colpì il legno del parapetto, schegge e
polvere. Il secondo lo prese alla spalla. L’austriaco crollò
indietro, ma non morì. Cercava ancora di tirarsi su, mugolndo,
mentre il sangue gli macchiava la giubba grigio-blu.
“Dentro!
Dentro!”
Gli
uomini calarono giù uno dopo l’altro, rotolando nel fango. La
trincea puzzava di polvere, di carne bruciata, di piscio. Più
avanti, due austriaci apparvero, uno cercò di sparare, l’altro
sollevò le mani, gridava qualcosa in tedesco. La trincea si
stringeva in un cunicolo. “Dobbiamo uscire di qui. O ci
seppelliscono vivi!” Un colpo d’artiglieria fece tremare il
terreno. Il cielo si riempì di detriti, di grida, di schegge.
“Andiamo. O la finiamo qui”. E si misero in corsa, piegati, con
il cuore che martellava come un tamburo. Da una trincea laterale, un
austriaco lanciò una bomba. “A terra!” Lo scoppio li investì.
Un boato, una luce bianca, un vento rovente crico di pietre e
schegge.
Un
alpino si mise a urlare, il viso squarciato da una scheggia, l’occhio
penzolante fuori dall’orbita come una pallina rossa. Un altro
cadeva rantolando, con le dita mozzate, il sangue che spruzzava a
ogni battito del cuore. Tentava di raccogliere le falangi staccate
come se fosse possibile riattaccarle. Il cielo stava cambiando. Il
colore si era fatto più cupo, un grigio denso come piombo fuso. Un
rumore diverso. Non il martellare delle mitragliatrici. Non il tuono
secco dei fucili, un sibilo. Lungo. Crescente.
Mortai.
Quando
il boato si placò, tutto era fermo. Per pochi, interminabili
secondi. Poi le grida. Poi la polvere. Poi il sangue.
“Avanti!
Avanti!”, “Li abbiamo!” Poi,il fuoco. Ancora fuoco. Gli
austriaci avevano ripreso a sparare. Raffiche secche, ordigni
lanciati a mano, fucilate sparate quasi a bruciapelo. La cima
sembrava a portata di mano. Un drappello della 145 Compagnia era
riuscito a salire. Urlavano ordini e lanciavano bombe tra le rocce,
mentre figure incurvate avanzavano a fatica, sparando raffiche dietro
muretti sbriciolati. Tutti sporchi, tremanti, ma ancora vivi.
Scattarono su, oltre l’ultimo pendio, tra pietre, sacchi sventrati
e brandelli di uomini. E finalmente misero piede sulla cresta. Quota
2105. Per pochi secondi, ma era nostra.
Fumo,
sagome nere, macchie di sangue. E, per un attimo, fu euforia. Poi, la
vendetta. Gli austriaci non si erano arresi. Si erano solo spostati.
Da un contrafforte nascosto, aprirono il fuoco incrociato. Le
Schwarzlose ricominciarono a cantare, piazzate sopra e sotto la
cresta. Una pioggia di bombe a mano cadde dall’alto. Una esplose
vicino a tre alpini, scaraventandoli via come foglie. Sangue e pietre
spruzzarono. “A terra!” Ma non c’era posto dove andare. La
cresta era stretta. Trincee basse, parapetti di appena un metro.
Tutto il resto esposto. Si dovettero spostare appena sotto la cresta.
“Tenete!
Non ce la fanno a passare! Resisti, 94!” Ma nessuno sapeva più
dove fosse il fronte. Il terreno era devastato. Un gruppo della 145°
cercò di avanzare verso nord, verso il Portule. Non fecero dieci
metri. Le mitragliatrici li falciarono. Caddero uno sopra l’altro,
come birilli spazzati via dal vento, uno fu colpito mentre lanciava
una bomba. Gli esplose in mano. Un altro, senza un braccio,
continuava a camminare, barcollante, finché le gambe gli cedettero.
Non sapeva ancora di essere morto. Ripreso ad avanzare, un passo dopo
l’altro, piegati, col fucile stretto in mano. La trincea puzzava di
polvere da sparo, sangue ed escrementi. I corpi rimanevano li, a metà
fuori dai ripari, rigidi come sacchi di sabbia. Per un’ora andarono
avanti così, metro dopo metro. Poi tornarono indietro.
Nell’aria
galleggiava una puzza di carne bruciata. Poi silenzio. Arrivò un
suono che non avevano mai sentito. La luce, un lampo giallastro al di
là della cresta, e infine il boato. “Un trecentocinque” “Skoda
a occhio. Da passo Vezzena o dal Portule”. La dove c’erano state
due mitragliatrici e una squadra della 145°, ora c’era solo un
vuoto.
“Fuoco
corto. Ora. Tieni giù quella cresta” e il mitragliere eseguì
senza fiatare. La Fiat ruggì e vibrò, sputando fuoco e metallo in
una linea dritta e perfetta verso il vuoto, dove non si vedeva nulla,
ma il mitragliere sapeva esattamente dov’era il nemico, perché
ogni raffica salvava uomini più sotto, tenendo inchiodati gli
austriaci sulle rocce. “Raffica! Cambio canna!” gridò il
mitragliere, mentre i serventi si muovevano attorno alla
mitragliatrice in mezzo a un fumo denso che bruciava gli occhi e la
pelle, mentre la canna rovente sparava ancora vampate di calore che
si sentivano persino a metri di distanza. Poi un clic secco, l’arma
si era inceppata. “Otturatore! E’ la cartuccia!” “Fermi
tutti. La faccio ripartire io”, disse il mitragliere e lo fece
davvero: la mitragliatrice riprese a ruggire, più forte di prima,
come se fosse viva e gridasse a pieni polmoni. “Non passerete!” E
poi, lentamente il fuoco tacque.
I
colpi si spensero uno dopo l’altro, come candele soffiate dal
vento. Finalmente arrivò la sera, a fermare il mattatoio
sull’Ortigara. Quello che scese non era pace, ma la tregua amara
della guerra: un respiro concesso a uomini esausti.
Liberamente
tratto ed adattato dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano
Berto

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