... Il varco a quota 2105

Avanti, porca troia! Avanti o restiamo qui! Intorno, il fumo sembrava latte sporco. Le mitragliatrici austriache continuavano a falciare uomini. Tac-tac-tac. Tac-tac-tac. Schegge fischiavano ovunque. Il terreno saltava come un animale sotto colpi invisibili. Sporchi, feriti, ma ancora in piedi, superarono il retiolato, il crinale, la soglia del mondo, infine entrarono nelle linee principali austriache. O almeno in quel che ne restava. Trincee sventrate. Parapetti crollati. Buchi. Macerie. Sangue. Dentro, dentro. Gli uomini calarono giù uno dopo l’altro, rotolando nel fango. La trincea puzzava di polvere, di carne bruciata, di piscio.
Urla, spari. Fumo, sagome nere, macchie di sangue. E, per un attimo, fu euforia. Poi, la vendetta. Gli austriaci non si erano arresi. Si erano solo spostati. Da un contrafforte nascosto, aprirono il fuoco incrociato. Le Schwarzlose ricominciarono a cantare, piazzate sopra e sotto la cresta. Una pioggia di bombe a mano cadde dall’alto. Una esplose vicino a tre alpini, scaraventandoli via come foglie. Sangue e pietre spruzzarono addosso agli altri soldati. “A terra!” urlò un sergente. Ma non c’era posto dove andare. La cresta era stretta. Trincee basse, parapetti di appena un metro. Tutto il resto, esposto. Si dovettero spostare appena sotto la cresta.
Un gruppo cercò di avanzare verso nord. Verso il Portule. Non fecero dieci metri. Le mitragliatrici li falciarono. Caddero uno sopra l’altro, come birilli spazzati via dal vento, uno fu colpito mentre lanciava una bomba. Gli esplose in mano. Un altro, senza un braccio, continuava a camminare, barcollante, finché le gambe gli cedettero. Non sapeva ancora di essere morto e, finalmente venne la sera, a fermare il mattatoio sull’Ortigara. I colpi si spensero uno dopo l’altro, come candele soffiate dal vento. Quello che scese non era pace, ma la tregua amara della guerra: un respiro concesso a uomini esausti.
Liberamente tratto dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto

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