Il primo salto nel fuoco

Nelle trincee adiacenti a i varchi, sotto la cima Caldiera, la 94 Compagnia era schierata. Non c’erano fanfare. Non c’erano discorsi, solo uomini. Fermi, sudati, con gli occhi vuoti e le mani tremanti, qualcuno stringeva il fucile come fosse un rosario. Le dita erano bianche sulle calciature di legno, madide di sudore, altri avevano il cordiale ancora sulle labbra. Il veleno buono. Grappa, Cognac, qualunque cosa servisse a fermare il tremito delle mani. Solo il tuono costante dell’artiglieria, come il battito di un cuore malato, da ore, i nostri cannoni martellavano le posizioni austriache. Mille bocche da fuoco sputavano morte sulle linee nemiche. Il terreno tremav sotto i piedi, sollevando nuvole di polvere, pietre, schegge. I colpi dei cannoni da 149, cupi e profondi, si mischiavano alle detonazioni più secche dei pezzi da 75
Alcuni uomini si toccavano la fronter, tiravano indietro il copricapo per prendere aria. Ma bastava un secondo, e il caldo ti tagliava la pelle come un coltello. Un fischio acuto annunciò un colpo in arrivo. Un proiettele da 305 austriaco esplose sulla cresta, proiettando una nuvola di roccia e fiamme. Pezzi di uomini, terra e zolle povviero sulla spianata. Un corpo senza testa cade a pochi passi con ancora il moschetto stretto tra le dita. La Villar Perosa cominciò a cantare. Un ruggito metallico, un alveare incazzato. Sputava fuoco e bossoli incandescenti che rimbalzavano sui sassi, tintinnando come pioggia d’ottone. Troppo lontano per centrare qualcosa, ma il suono bastava a far credere che si stesse mangiando il mondo.
Davanti uomini cadevano: alcuni rotolavano nel fango, altri si piegavano a metà, le mani sul ventre o sul petto, come si qualcuno li avesse spezzati in due. Un alpino prese un colpo in piena guancia: la testa gli girò di lato, sangue e denti volarono via in una nuvola rossa. Il fragore era totale. Fumo, polvere, urla e il suono sordo dei corpi che cadevano. Il terreno era un mare di crateri, pietre e sangue. La Compagnia correva, scavalcando sassi e buche. “Savoia! Savoia!” gridavano, la voce rotta, più per farsi coraggio che per vera fede. Un soldato fu centrato da un colpo secco alla spalla. Il corpo si piegò all’indietro come un manico di scopa spezzato. Un infermiere si chinò su di lui, cercando di tamponare il sangue che scrosciava, il soldato aveva perso i sensi, non si seppe più nulla di lui. Nella corsa alcuni soldati scivolavano. Sentivano qualcosa di molle sotto gli scarponi. Un braccio. Ancora nella manica grigioverde. Tronco pulito, come tagliato da un macellaio ubriaco. Dovevano rialzarsi. Rialzasi o restarci. Il vomito saliva in gola, ma lo ricacciavano giù.
Cadaveri dappertutto. Alcuni contorti come rami contorti, le braccia piegate in angoli innaturali, il fucile ancora in pugno. Altri sdraiati, fermi, come addormentati...ma con gli occhi spalancati verso il cielo bianco. Un cielo che non dava risposte a nessuno. Il tanfo era un pugno nello stomaco: sangue, viscere, escrementi, sudore. Dalle rocce sotto quota 2105 si levò il canto della morte. Le mitragliatrici austriache cominciarono a falciare uomini come erba alta. Raffiche precise, fredde, come cuciture fatte a macchina. Uomini che si aprivano come sacchi di sabbia. Centrati al ventre, cadevano in ginocchio, urlando, cercando di tenersi dentro gli intestini con le mani. Il sangue che colava sulle dita, scuro come il mosto. Un altro, colpito alla spalla, si girò su se’ stesso, la faccia deformata dallo schiocco dell’osso spezzato.
Altri furono falciati in piedi, altri mentre correvano, altri mentre si voltavano a urlare qualcosa. I colpi delle Schwarzlose coprivano tutto. Tac-tac-tac. Quel suono entrava nel cervello come un trapano. Un soldato fu colpito alla gola. Cadde in ginocchio con le mani strette al collo, il sangue che usciva a zampilli tra le dita. Si accasciò come un sacco vuoto. Senza un suono. Era il terzo in fila. Il secondo era già stato centrato alla testa: il proiettile aveva aperto un buco netto sopra l’orecchio, spruzzando cervello e capelli sul masso dietro di lui. Il primo non aveva più una gamba. Si trascinava sulle mani, urlando, finché una seconda raffica lo stese per sempre.
Alle 15 si trovavano sotto la trincea di quota 2105. La salita era cominciata. Ma sembrava la fine. Non era nemmeno salita, a dire il vero. Era uno strisciare sudato tra massi, crateri e resti umani. Ogni metro un girone. Ogni sasso un tiro incrociato. Il fumo dell’artiglieria bruciava gli occhi. Le esplosioni sollevavano polvere rossa e nera. Sembrava di essere dentro un forno. Poi, eccoli. I reticolati, ancora lì, intatti. I fili di ferro erano contorti come viscere, acuminati, incrostati di fango e sangue. Alcuni tratti bruciati, altri ancora solidi come spine. Le prime ondate avevano aperto dei varchi , ma piccoli irregolari. Ci si passava in uno o due. Non bastava. Uomini che si spingevano, bestemmiavano, urlavano e morivano. Un soldato, disperato, si lanciò in avanti e comnciò a strappare il filo spinato a mani nude, incurante delle schegge che gli aprivano la pelle. Continuava disperato, strappando e recidendo, aprendo un passaggio per i compagni. Un attimo dopo, la mitragliatrice lo trovò. Il corpo fu scosso da una raffica, il sangue si sparse sul filo spinto come un drappo rosso. Cadde in ginocchio, ma prima di crollare ebbe la forza di voltarsi verso i compagni, di alzare un braccio e gridare con un filo di voce: “Avanti! Il varco è aperto!” Poi la terra lo accolse.
Liberamente tratto dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto


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