Il peso del ritorno

E si misero in cammino, lenti, spezzati, verso la linea italiana.
La ritirata era una corsa cieca nella polvere. Gente che urtava gente. Urla strozzate. Corpi trascinati per i baveri. Uno urlava di lasciarlo lì. Un altro, senza più la mano, gridava il nome di sua madre. Dopo tre giorni lassù, non erano più uomini. La montagna li aveva spolpati con lentezza feroce, un morso alla volta, e l’Ortigara aveva preso tutto: il fiato, gli amici, la paura, la fede: Avevano lasciato su quella cresta pezzi di carne, pezzi d’anima, e qualcosa che nessuno di loro sapeva nominare. Eppure, i piedi si muovevano ancora.
Scendere significava essere ancora vivi, ma significava anche dover ricordare chi non ce l’aveva fatta, e ogni metro guadagnato verso il basso era come un filo che si spezzava, lasciando cadere dietro di loro, un nome, un volto, un grido. Il rumore delle scarpe sul ghiaino, un ticchettio monotono, sembrava l’unico suono rimasto al mondo. Il sentiero scendeva tra spuntoni rocciosi e mucchi di filo spinato accartocciato. In basso, la linea italiana si intravedeva appena, una macchia scura tra la foschia e il fumo che ancora saliva dalla battaglia. Ogni passo raschiava le suole sul ghiaino. Un suono secco, ritmico, come il ticchettio di un orologio che li contava uno a uno, come a dire chi sarebbe arrivato e chi si sarebbe fermato lì per sempre.
I sopravvissuti dei battaglioni maciullati marciavano in ordine sparso, un fiume di corpi e di anime ferite che scendeva lentamente lungo le mulattiere sconnesse, tra pareti di roccia annerite dalle esplosioni. Non c’era più differenza tra ufficiali e soldati: tutti sembravano uguali, ridotti a uomini scalcinati, tenuti in piedi da fili invisibili fatti di puro istinto di sopravvivenza. Gli elmetti, dove c’erano ancora, penzolavano storti, sfondati o crepati da schegge. Le uniformi, lacere, erano strisce di tessuto intrise di sangue, sudore, terra e fango. Alcuni avevano i piedi avvolti in stracci. Camminavano curvi, schivando le buche piene d’acqua rossastra, i crateri delle granate, i resti sparsi di uomini e animali.
Sotto le ruote dei carretti circolanti, si sentiva di tanto in tanto uno scricchiolio sinistro: ossa frantumate, teschi semisepolti. Ma nessuno si fermava più a guardare. Lungo il sentiero, ogni tanto, compariva una fila di uomini seduti per terra, con lo sguardo fisso davanti a sé. Non parlavano. Respiravano appena. I feriti si contavano a centinaia, e non c’era un metro di strada dove non si vedesse qualcuno barcollare, grondante di sangue. Carretti trinati da muli scendevano lentamente, carichi di corpi. Alcuni morti, altri ancora vivi ma coperti di coperte insanguinate, con lamenti fievoli che si levavano come preghiere nell’aria calda e immobile. Più avanti, su una piccola radura, si intravedeva un ospedale da campo, costruito alla meglio con tavole di legno e teli da tenda. Davanti, una fila interminabile di barelle, uomini distesi e immobili che gemevano piano. Gli infermieri correvano da un ferito all’altro, le mani e i grembiuli grondanti di sangue, stracci imbevuti di cloroformio agitati sotto il naso dei soldati che si contorcevano.
Ma il numeri di feriti superava di gran lunga quello di chi poteva curarli. Per ogni uomo bendato, ce n’erano dieci sdraiati a terra che aspettavano il loro turno, o la morte. Durante l’attacco accadde qualcosa di atroce. Mentre gli alpini italiani cadevano a decine sopra i reticolati, trafitti dal filo spinato e falciati dalle mitragliatrici, dalle trincee nemiche si alzavano grida di scherno. Gli austriaci, protetti dai loro parapetti, urlavano insulti e ridevano dei corpi impigliati nel filo. Alcuni imitavano il belato delle pecore, altri gridavano: “Avanti, italiani! Venite a farvi sbranare! La vostra patria vi aspetta qui, sotto le pietre”. Quelle voci, più taglienti dei proiettili, cadevano addosso agli uomini come sassi.
Liberamente tratto e adattato dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto


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