Arrivare a Campo Mulo era come entrare in una città improvvisata tra i boschi.
Nessuno,
vedendola da lontano avrebbe potuto immaginare che un posto così
verdeggiante potesse diventare un alveare di guerra. Strade sterrate
, sentieri, radure: ogni spazio era occupato da uomini, animali e
macchine. Camion militari arrancavano nel fango, sbandando tra le
radici e le buche; colonne di muli scendevano e salivano senza sosta,
carichi di casse di munizioni e sacchi di viveri. Attorno, un
brulicare di soldati: chi sistemava baracche, chi scavava trincee,
chi accendeva fuochi per scaldarsi o cuocere un caffè nero e amaro
come la notte. Erano stati creati centinaia di chilometri di strade,
ogni cima era collegata da una strada, il genio aveva scavato rifugi
in pietra, usando l’esplosivo e i martelli pneumatici, si vedevano
grotte o cavità ovunque, così da poter ripararsi dal tiro
dell’artiglieria.
Ogni
tanto un colpo secco di ascia rompeva il brusio continuo, o il
nitrire nervoso di un cavallo faceva voltare qualche soldato. Lungo
la strada principale di fango e ghiaccio, passavano carretti
stracarichi di assi e sacchi di sabbia; i conducenti urlavano per
farsi largo, bestemmiando contro i soldati che non si scansavano in
tempo. Giovanni camminava a capo chino, la schiena curva sotto lo
zaino. A ogni passo il fango cercava di strappargli gli scarponi dai
piedi. Un caporale con la voce roca passò gridando ordini: “Avanti!
Spostatevi a destra! Questa strada dev’essere libera per
l’artiglieria. […]
[…]
Il fragore dell’artiglieria non cessava mai. Cannoni da montagna e
pezzi da campagna erano ovunque, nascosti dietro cumuli di terra o
reti mimetiche improvvisate con rami d’abete. Sparavano a
intervalli irregolari, facendo vibrare il terreno sotto gli scarponi
e scuotendo l’aria. L’esercito aveva dato fondo a magazzini e
scorte per quell’offensiva: si diceva che mai, in montagna, si
fosse vista una simile concentrazione di uomini e ferro. Tra i
soldati correva una cifra, quasi, un sussurro che diventava leggenda:
cinquecento colpi di fucile e trenta bombe a mano per ogni soldato.
Nessuno sapeva se fosse vero o inventato per darsi coraggio, ma il
senso era chiaro: si sarebbero giocati tutto in un mare di fuoco e di
ferro.
L’artiglieria
aveva parlato prima degli uomini, e parlava già da giorni. Le
cannonate salivano dal fondovalle come tuoni d’estate, ma più
secchi, più vicini, più famelici. Ogni colpo lasciava nell’aria
una puzza di zolfo e polvere che si mischiava al respiro freddo della
montagna.
[…]
Giovanni avanzava con il suo plotone lungo un sentiero ingombro di
casse e travi. Ovunque vedeva file di proiettili d’artiglieria
ordinati per tipologia, mucchi di filo spinato, sacchi di sabbia
ammucchiati accanto alle baracche del Genio. Sembrava impossibile che
tanta preparazione potesse servire solo per conquistare un pezzo di
roccia. L’eco dei colpi rimbalzava tra le montagne. Giovanni si
chiese, per la prima volta con un brivido lungo la schiena, se tutto
quel tuono servisse davvero a vincere, o solo a preparare il cimitero
chi li aspettava più su. Il sentiero si fece sempre più stretto,
scavato nella neve e nel ghiaccio come un solco bianco. Dai rami
degli abeti cadevano fiocchi gelati al minimo urto. […]
Liberamente
tratto dal libro La guerra di Giovanni di Tiziano Berto

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