Guerra nel ‘15

Ad ogni nuovo sibilo che s’avvicina, i copri si raggricciano ancor più, le teste si ritirano dentro le spalle, sotto lo zaino, cercano riparo tra i corpi dei compagni, frugano nel terreno come per entrarvi; vi è una sospensione che toglie il respiro: senza difesa, ogni schiena sente piombarsi addosso la granata. Soltanto dopo lo scoppio è concesso un breve sollievo; si scoprono qua e là facce spaventate, visi stupiti, interroganti. La gioia del pericolo scampato si mesce, nell’attimo seguente, con lo spavento di una visione di sfragello. Un rombo terribile s’abbatte e schianta più in là, alla nostra destra, seguito come da un ronzio; poi un silenzio tetro. Il nostro capitano è sceso: Avanti! e si muove camminando curvo lungo l’argine; lo seguiamo rasentando il riparo e cercando di esserne tutti coperti. Dopo cento passi vedo nella fila, davanti a me, sollevarsi una testa, poi un’altra e così di seguito, come se fosse passata la parola d’ordine, giunti a quel punto, di guardar da quella parte, Guardo anch’io. Nell’argine c’è un’enorme buca, come un bacino, e dentro zaini e fucili e brandelli di stoffa; confusi con questi ci sono anche dei granatieri: uno è disteso bocconi con lo zaino sulla schiena, le braccia allargate, la testa abbandonata sulla terra; un altro giace sul fianco con le mani rattrappite intorno alle ginocchia e la testa rovesciata: sotto la sua faccia terrea spiccano gli alamari candidi orlati di rosso. Come un velo mi si dirada davanti agli occhi: la grande pianura verdeggiante che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola piena di gloria, si restringe in quella buca terrosa piena di cadaveri; lo sguardo abituato alla vaghezza di un’atmosfera di sogno, si fissa acuto in quello strappo livido del terreno. 
Da Giani Stuparich, Guerra del ’15, 1931, Quodlibet, Macerata 2015


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