Estratto da : Passare Attraverso di Gianna Mazzini

Da quando pratico la mia cura è non trascurare mai Daimoku e Gongyo.
Perché una cosa ho imparato subito: che puoi sapere tutto della dottrina buddista, condividere tutto l'impianto teorico, la legge di causa ed effetto, il karma, i dieci mondi, le teorie più fascinose e sorprendenti, ichinen sanzen e tutta la meraviglia della dottrina; puoi saperne parlare con dovizia e passione, ma se alla base della giornata non ci sono Daimoku e Gongyo il resto è accessorio.
Come l'aria condizionata per una macchina che non s'accende.
La preghiera è il cuore e il senso della giornata.
È il ritmo, la protezione, la musica.
Tutta la mia vita dovrebbe essere lì in quel momento, nella posizione che assumo, nella cura per le offerte al Gohonzon, acqua e frutta, nella direzione della mia mente e del mio cuore mentre suono la campana. Nella voce che va insieme alla mia schiena dritta e al pensiero.
Tutto insieme e io compatta e unita.
Ecco, la negligenza è la mancanza di questa compattezza.
È la sciatteria e l'indolenza.
È quando prende il sopravvento altro, in genere le urgenze, le preoccupazioni o i pensieri, e allora sono quelli a dettare il ritmo della giornata, diventano loro la musica.
Negligenza è quando dico: «Devo fare Gongyo».
E in quel momento un possibile, autentico, dialogo con l'universo si riduce al secco adempimento di un compito.
Succede una cosa strana in questo modo: che un diritto diventa un dovere, che una gioia diventa un'abitudine.
Si avvia un processo di impoverimento sottile che, quasi senza accorgersene, può svuotare di senso anche i gesti più importanti.
È un vizio molto presente nella nostra cultura: separare la forma dalla sostanza. Vederle quasi opposte.
E se proprio si tratta di scegliere, prevale la forma.
Sparisce il "desidero" e resta il "devo".
Resta la regola sparisce il senso.
Il Buddismo non separa mai forma e sostanza. L'atteggiamento fisico, la postura non sono fattori estranei all'atteggiamento interiore, anzi lo rappresentano.
Pregare o no, nel Buddismo, è una questione di sostanza strettamente legata alla forma.
Non basta che io preghi. Corpo, mente e cuore devono essere tutti lì, insieme. Compatti.
La mia attenzione e lo sguardo, il tono della voce. Ma anche l'attenzione a non disturbare la preghiera degli altri. È un momento solenne. Anche quando sono sola.
Il modo in cui tratto il luogo della preghiera, l'ordine e la pulizia, così come la disposizione del butsudan rappresentano anche la posizione che do alla fede nella mia vita.
Tratto da : Buddismo e Società n°147


Commenti

Post popolari in questo blog

S.Osvaldo – 6 aprile 1916 la fine della compagnia della morte

Tutto inizia la sera nella notte del 14 maggio 1916: sta per scatenarsi la Strafexpetion austriaca…

Castagnevizza (Kostanjevica na Krasu), Slovenia il giugno 1917, in mezzo ai cadaveri