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Un Dio personale, antitetico alle religioni istituzionalizzate e libero da odio o vendetta

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Certo il Dio in cui io spero non  rassomiglia affatto a quello dei cattolici, né a quello dei  musulmani, e neppure a quello  degli ebrei.  Il Dio in cui io nutro  speranza non ha mai suggerito ai  suoi seguaci i sentimenti della  calunnia, dell’odio, della vendetta,  sfociati in orribili guerre, in  devastanti persecuzioni, in  spaventose varietà di tormenti fisici  e morali.  Il Dio in cui nonostante  tutto continuo a sperare è un’entità  al di sopra della parti, delle fazioni,  delle ipocrite preci collettive, un Dio  che dovrebbe sostituirsi alla  cosiddetta giustizia umana in cui  non nutro alcuna fiducia, alla stessa  maniera in cui non la nutriva Gesù il più grande filosofo dell’amore che donna riuscì mai a mettere al  mondo. Fabrizio DeAndré

I legionari caduti sul campo, che fine facevano?

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Il buddismo e il mistero della sofferenza

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La naturale conseguenza è che nella nostra mente le sfide e problemi vengono inestricabilmente associati ad ansia e preoccupazioni. Il buddismo insegna che la chiave per questa situazione e vedere la situazione per com’è realmente: non è tanto il problema in sé che provoca sofferenza, quanto la nostra relazione ai suoi effetti . Potrebbe sembrare una sottigliezza ma invece molto importante. Tanto importante che una volta compresa, può stravolgere la nostra vita intera. Il buddismo sostiene che il fatto che il problema sia causa di sofferenza o sia fonte di crescita personale dipende essenzialmente dal nostro atteggiamento verso di esso. Tratto da : Il Buddista Riluttante pag 26 - Esperia ed.

Il rancio

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“Spesso il rancio non arrivava puntualmente perché gli addetti che dovevano rifornire le prime linee venivano dalle retrovie dove si trovavano le cucine da campo. Per arrivare fino a noi spesso dovevano correre in campo aperto e venivano quindi presi di mira dai cecchini. Molte volte venivano feriti o peggio rimanevano uccisi. Non si poteva quindi correre il rischio di perdere il rancio e soprattutto il vivandiere addetto. Così si saltava spesso il pasto e non c’era niente da fare. Bisognava soltanto aspettare con pazienza il prossimo turno di rancio e sperare che andasse meglio. Si rischiava di rimanere anche per giorni interi senza mangiare. In guerra dovevamo sempre arrangiarci per sopravvivere. Se non era per le cannonate, era per procurarci qualcosa da mangiare”. Curiosità… Il termine “cecchino”. Il termine nasce proprio durante la Grande guerra per indicare i tiratori scelti austriaci. La parola deriva dal soprannome dato all’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, per gli itali...

I legionari invalidi e disabili: che fine facevano?

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Il tè nel deserto (1949)

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Non sappiamo quando moriremo e quindi pensiamo alla vita come a un pozzo inesauribile. Eppure tutto accade solo un certo numero di volte. Quante volte ricorderemo un certo pomeriggio della nostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di noi che non potremmo nemmeno concepire la nostra vita senza? Forse quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante volte guarderemo sorgere la luna piena? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limiti. Paul Bowles