30 settembre 2011

Se avessimo le ali

Se avessimo le ali
per fuggire la memoria
molti volerebbero.
Abituati a esseri più lento
gli uccelli con sgomento
scruterebbero la folla
di persone in fuga
dalla mente dell'uomo.
Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o allevierò una pena
O aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
Non avrò vissuto invano.
Conosco vite della cui mancanza
non soffrirei affatto
di altre invece ogni attimo di assenza
mi sembrerebbe eterno.
Sono scarse di numero queste ultime
appena due in tutto
le prime molto di piu' di un orizzonte
di moscerini.
Mi incanta il mormorio di un'ape
qualcuno mi chiede perchè
piu' facile è morire che rispondere.
Il rosso sopra il colle annulla la mia volontà
se qualcuno sogghigna stia attento
perchè Dio è qui questo è tutto.
La luce del mattino mi eleva di grado
se qualcuno mi chiede come
risponda l'artista che mi tratteggiò così.
Non avessi mai visto il sole
avrei sopportato l'ombra
ma la luce ha aggiunto al mio deserto
una desolazione inaudita.
Portare la nostra parte di notte,
la nostra parte di mattino.
Di immensa gioia riempire il nostro spazio,
il nostro spazio riempire di disprezzo.
Qui una stella, là un'altra stella.
Qualcuno smarrisce la via!
Qui una nebbia, là un'altra nebbia.
Poi, il giorno!
Tutti hanno diritto al mattino,
alla notte solo alcuni.
Alla luce dell'aurora
pochi eccelsi privilegiati.
Non stimare lontano quello che si può avere
anche se in mezzo si stende il tramonto
né stimare vicino ciò che standoti a fianco
è più lontano del sole.
Emily Dichinson

29 settembre 2011

Guido, io vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per magia
e messi su una navicella, che ad ogni soffio di vento
andasse per mare secondo il vostro e mio desiderio;
sicché tempesta o altro cattivo tempo
non ci potesse causare ostacoli,
anzi, vivendo accomunati dalla stessa volontà,
crescesse il desiderio di stare insieme.
E il valente mago (Merlino) ponesse con noi
poi la signora Vanna e la signora Lagia
insieme con quella che è tra le trenta donne più belle (di Firenze)
e qui parlassimo sempre d'amore,
e ognuna di loro fosse contenta,
così come io credo che saremmo noi.
Dante Alighieri

28 settembre 2011

Fbc Unione Venezia: Vittoria a tavolino con il Montebelluna ?

il capitano

Vi ricordate il caso Mirco Conte soprannominato "gettone" per via dei capelli rossi e della riga in mezzo ? Campionato 1993-94 serie B, 1 giornata, Venezia-Acireale vinta sul campo poi persa a tavolino perchè lo stesso Conte era stato schierato in campo nonostante avesse in pendenza una squalifica non scontata l'anno precedente quando militava nella primavera dell'Inter. Quella sconfitta costò tre punti e al Venezia di Zamparini la serie A. Ora, domenica scorsa al Penzo, il Montebelluna ha schierato il giovane Matteo Vigo che era stato squalificato per la partita del campionato Beretti quando giocava nel Bassano. Ma non soltanto domenica scorsa Vigo era regolarmente in campo anche tutte le precedenti partite del Monte senza aver così scontato la squalifica. Quindi, logica conseguenza, il Venezia ha inoltrato reclamo per la posizione irregolare del giocatore chiedendo, come previsto per casi di tale tipo, la vittoria a tavolino per 3-0. Ed allora se questo caso odierno ci fà tornare indietro con la memoria ci auguriamo che come non fù allora la giustizia sportiva ci sia favorevole. Decisione del giudice sportivo mercoledì della settimana prossima
FONTE: Quotidiani locali

A Napoli

Troppa folla, troppo disordine, troppo rumore. Non pioveva, ma le strade erano bagnate e umide peggio che in campagna, e dappertutto bucce e cartacce, semi di zucca, scheletrini di pesci, valve di cozze, banchi di pizzaiuoli di paste cresciute esposte alla polvere in un acre fetor d'olio fritto.
Domenico Rea

27 settembre 2011

Ogni giornata è la destinazione

Sono passati 50 anni. 50 lunghi anni… da quando ho fatto questo. Guardando ora quello che ho detto, tutti questi anni fa…tutte le speranze e i sogni che avevo. Sono arrivato alla conclusione che… se le cose si realizzano nel modo in cui volevi farle… è la misura per avere una vita di successo. Allora, alcuni diranno che sono un macello. La cosa più importante… è non amareggiarsi per le delusioni della vita. Imparare a lasciarsi il passato alle spalle. Riconosco che non tutti i giorni…saranno assolati. Ma quando ti troverai perduto nell'oscurità e nella disperazione… Ricordati… È solamente nell'oscurità della notte, che possiamo vedere le stelle. E nessuna stella… ti porterà a casa. Quindi non aver paura di commettere errori. O di inciampare e cadere. Perché la maggior parte delle volte... i premi migliori, vengono quando si fa quello di cui si ha più paura. Forse riuscirai in tutto ciò che desideri. Forse, riuscirai più di quanto avresti mai immaginato. Chissà dove ti porterà la vita? La strada è lunga. E alla fine... ogni giornata è la destinazione.
Haley James Scott

26 settembre 2011

Fbc Unione Venezia : Il Venezia si inceppa

Venezia-Montebelluna 1-1 Campionato Nazionale Serie D Giorne C - IV
Giornata -
Una rete su rigore, una traversa e quattro gol annullati per il Venezia, ma la schiena del portiere Amadori corregge in gol la traversa colpita su punizione dal Montebelluna e l'ennesimo derby finisce pari. Uno a uno al Penzo con primi due punti persi per la formazione di Sassarini che non ha saputo proporsi con la necessaria continuità, regalando complessivamente quasi un tempo alla squadra ospite che si è difesa bene e ha saputo colpire. Un piccolo passo indietro.Una gara utile ai lagunari per capire che è necessaria una dose maggiore di cattiveria per avere ragione degli avversari, ribadendo la necessità di "chiudere" le partite per tempo, ma anche un match che ha evidenziato qualche difficoltà di troppo nel trovare alternative alla costruzione di un gioco che non può passare esclusivamente per vie esterne. Il Montebelluna ha chiamato Amadori a una sola parata (nel primo tempo) dopodichè ha calciato la punizione mentre gli arancioneroverdi comunque hanno avuto tante occasioni, gli sono stati annullati alcuni gol, non so se sempre correttamente, e all'inizio dei minuti di recupero hanno colpito una traversa. Questo per dire che la squadra ha fatto di tutto per vincere, soprattutto nella prima mezzora e nell'ultimo quarto d'ora. A fare la differenza sarà la maggiore determinazione rispetto a chi avremo dinnanzi domenica dopo domenica. I colpi di tacco, le veroniche dobbiamo lasciarli agli altri, il Venezia deve essere meno lezioso e più concreto. Perchè è chiaro che dispiace pareggiare 1-1 un match che avremmo putoto vincere con un punteggio anche largo.

Venezia-Montebelluna 1-1-
Arbitro: Sig. Lazzeri di Arezzo
Reti: pt.24' Zubin (UV) (rig) - st. 14' Amadori (UV) (autorete)

25 settembre 2011

L’animale uomo

È molto singolare che tutta la natura, tutti i pianeti, debbano obbedire a leggi eterne e che possa esserci un piccolo animale, alto cinque piedi, che a dispetto di queste leggi possa agire a suo piacimento, seguendo solo il suo capriccio.
Voltaire

24 settembre 2011

La fine del tempo

Se non accadesse nulla, se nulla cambiasse, il tempo si fermerebbe. Perchè il tempo non è altro che cambiamento, ed è appunto il cambiamento che noi percepiamo, non il tempo. Di fatto il tempo non esiste.
Julian Barbour

23 settembre 2011

Fbc Unione Venezia: Venice Green Stadium

Facendo gli scongiuri dovrebbe essere pronto per il 2014.
Il Venice Green Stadium il nuovo stadio del Fbc Unione Venezia. La sua costruzione sarà collocata nell’area del quadrante di Tessera e il modello da imitare, naturalmente se possibile con ulteriori migliorie, sarà lo Juventus Arena. Non facciamoci prendere dagli entusiasmi già nel 1961 l’allora sindaco di Venezia Favaretto Fisca ne annunciava la prossima nascita. La bellezza di cinquanta anni fa.
Trentamila posti interamente coperti, copertura interamente in pannelli fotovoltaici capaci di produrre 6 megawatt di energia.
Lo stadio costerà 60 milioni di euro , la copertura tecnologica altri 36 milioni, il resto dei 150 milioni di euro messi a disposizione dai dirigenti della società arancioneroverde serviranno al completamento della cittadella dello sport.
Ora la palla passa alle procedure burocratiche e proseguiranno con le gare di evidenza pubblica. Tutto ciò richiederà almeno un anno mentre la vera e propria realizzazione dello stadio altri due anni.
Quindi se son rose fioriranno…nel 2014. Auguriamocelo perché i primi tre precedenti (Fiat,Zamparini,Nield) sono andati a finire, come ben sappiamo, nella spazzatura.
Fonte: Quotidiani locali area veneziana

La casta ha salvato Milanese

Per sette voti di scarto il Parlamento salva Milanese. Tra Pdl e Lega ci sono 7 disobbedienti.
Daniela Santachè: “Dov’è Giulio ? Assenza vergognosa” …il nostro ministro dell’economia
Berlusconi: Irritato…”Solo 7 voti ?”
Paniz: “Parlamentari vittime sacrificali” “Attenti o la piazza esigerà sempre di più”
Milanese: “Ce l’ho fatta per il rotto della cuffia”
Cicchitto: “Nessun franco tiratore, solo assenti”
I Parlamentari tutti: “Come è fuori ? Quanti sono ? Tirano o no le famose monetine ?
Bossi: “Andiamo avanti giorno per giorno”
Milanese…sfilano a baciarlo Melania Rizzoli, più alta di lui, la biondina Manuela Repetti, Iole Santelli, Donato Bruno, Donato Bruno, Guido Corsetto.
Finche il nano resterà al potere i delinquenti resteranno liberi, fedele complice la lega nord dei suoi corrotti dirigenti non della sua base. Su Papa si sono distratti, mentre su Milanese la lega ha voluto salvare il compagno di merende Tremonti.

22 settembre 2011

Lottare

Ed è giunto nuovamente il momento. Lo chiamerò il ritorno voluto, cercato, bramato e finalmente arrivato. Federico è ritornato a Trieste ospite dell’Istituto Rittmayer per non vedenti.
Sono passati nove lunghi mesi da quando è ritornato a casa dall’ultimo centro di riabilitazione di Verona. Un periodo di enorme piacere con lui vicino ma anche di tanti enormi problemi e soprattutto di LOTTA con le istituzioni.
“Essere disabile”, tre anni fa per noi voleva dire una cosa “lontana” ora, che ci battiamo in prima persona è sulla nostra pelle , solo ora riusciamo a capire cosa si debba subire ogni giorno.
Problemi che quotidianamente si incontrano soprattutto quelli burocratici dove si perde veramente la pazienza già così precaria.
Di fronte ad un impianto legislativo nazionale volto a tutelare le necessità delle persone disabili, vi è un risvolto completamente diverso nella vita di tutti i giorni che spesso è fatto di pregiudizi, incomprensioni, barriere fisiche e relazionali difficili da scalfire.
In questi tre anni abbiamo imparato, gioito, sofferto, organizzato, amato, ingoiati bocconi amari, nella considerazione che, tutto quello che era successo facesse parte di una “vita diversa”, così come la società pensa.
Senza nessuno che ci consigliasse, aiutasse, ci sostenesse nelle scelte, negli ostacoli quotidiani, nelle opportunità. Abbiamo imparato anche, specie attraverso la “rete”, a confrontarci, a informarci maggiormente, a interloquire con i media on-line, con genitori con gli stessi nostri problemi , con siti dedicati al confronto, abbiamo imparato a LOTTARE.
Quello che certe persone hanno cercato e stanno cercando di impedirci. Una vita vissuta realmente in prima persona, priva di fronzoli, etichette, cose di secondaria importanza, che ci ha permesso di imparare, conoscere, valutare, pensare, creare ogni giorno quel cammino, quell’impegno che debba far crescere il rispetto dei desideri e delle speranze che persone protagoniste di queste vite “da marziano” hanno,spiegano, esprimono senza trovare, purtroppo l’attenzione che meritano.
Troppo facile “per loro” chiudere la porta, loro che non credono ai miracoli, loro che i libri di medicina dicono cosi’, loro che non vogliono avere "disagi", loro che si “ammalano”… loro.
LOTTARE, questo abbiamo fatto e continueremo a fare. Con l’inesperienza iniziale, con una vita normale alle spalle ,con un tetto sotto a cui vivere insieme e tante buone prospettive per il futuro.
Non conoscevamo la disabilità se non per sentito dire e certamente non avremo mai immaginato di entrare a far parte di questa schiera di cittadini a cui tutti guardavamo con ignoranza, con disagio, pietà, e sospetto.
Poi il destino, la sorte, la volontà “divina”, ognuno pensi quello che vuole, ci ha catapultato in questo deserto sociale, dove non si è mai pronti a essere buoni genitori, dove non esiste scuola che ti insegni, dove il dolore, lo sgomento, l’incredulità hanno toccato i nostri sentimenti più profondi rischiando di farci travolgere dai pensieri più oscuri.
Abbiamo conosciuto centinaia di famiglie in modo virtuale ci siamo scambiati informazioni, consigli, aiuti vari constatando che tra le varie negatività presenti nella nostre vite di “famiglie disabili” ve ne è una che consideriamo di primaria importanza, anzi fondamentale, l’impreparazione dei medici, dei funzionari e degli enti preposti a darti una mano.
In Italia di fatto la riabilitazione quasi non esiste, in troppi pensano e credono che quando la disabilità è complessa a causa di malattie genetiche, metaboliche, traumatiche ect, non sia il caso di predisporre una piano riabilitativo efficiente, perché “tanto non serve”.
I casi più gravi vengono considerati pesi costosi e improduttivi, quindi perché impegnare denaro, tempo e professionalità per recuperare quel poco che per molti significa solo riuscire a tenere un bicchiere in mano per bene, oppure riuscire a fare qualche passo sul deambulatore, per altri ancora emettere un suono per dire che desiderano qualcosa.
Poche cose insignificanti per la maggior parte delle persone, ma importantissimi per quei genitori e per i loro figli. Ogni piccolo passo, ogni piccolo progresso che li possa aiutare a sentirsi partecipi della società per noi è una pietra miliare, al contrario per l’economia, la sanità e la politica sono solo soldi sprecati penalizzandoli ulteriormente nella loro qualità di vita.
Per “non perdere il treno” noi, come tanti altri genitori abbiamo deciso di LOTTARE perché la vita dei nostri figli diventi partecipazione e perche’ il “dopo di noi” sia adeguato.
LOTTARE per far risvegliare l’attenzione di chi vive questa realtà, LOTTARE per far risvegliare il senso di condivisione di chi non conosce questo argomento, LOTTARE per riuscire a far capire che non è l’integrità fisica o mentale a fare una “persona” un essere umano.
LOTTARE per coinvolgere Comuni, ULSS, Enti, la stessa società civile perché se è vero, come a detto Neruda, che la speranza ha due figli lo sdegno e il coraggio noi li facciamo nostri, lo sdegno per come vanno le cose, il coraggio per cambiarle.
FONTE: esperienze vissute

21 settembre 2011

La prima lettera! I Bunga bunga sono solo affari suoi ?

I miei più sinceri complimenti per il post che mi permetto di pubblicare nel mio blog.
Incredibilmente, mi è giunta la prima lettera! Evidentemente internet è davvero il mezzo di comunicazione più potente che ci sia. Appena pochi giorni fa non avevo neanche il computer ed ora non solo splendide persone passano da questa pagina e mi lasciano un loro pensiero, ma addirittura qualcuno mi scrive per davvero in privato. Sono sinceramente stupefatta. Ma non voglio perdermi in chiacchiere. La gentilissima Adele mi ha scritto quanto segue:
Gentile signora Matilde, sono curiosa di conoscere la sua opinione sullo scandalo che sta travolgendo il governo. Mi riferisco al giro di ragazze, forse anche minorenni, che frequentano le case del Presidente Del Consiglio. Non crede anche lei che in fondo sono solo affari suoi?
Gentile Adele, Non sono mai stata una moralista, io credo che un uomo anziano, benestante e divorziato, abbia il diritto di spendere il proprio danaro come meglio crede. Allo stesso modo sono certa che le signorine che accettino di frequentare un anziano decisamente bruttino e sgraziato si siano fatte due conti in tasca ed abbiano trovato conveniente il sacrificio. Però provo dolore nel leggere i giornali stranieri e notare che noi italiani siamo presi in giro perchè abbiamo un presidente che bada più al bunga bunga che al benessere dei propri concittadini. Al dolore subentra rabbia quando penso che dopo aver lavorato per quarant'anni come professoressa ho una pensione da sopravvivenza, mentre le succitate signorine possono, se sono state sufficientemente accorte, godere di stipendi da consiglieri regionali o da parlamentari solo per aver fatto annusare al vecchietto in questione i propri effluvi intimi. Insomma coi soldi delle nostre tasse si pagano i servigi delle puttane del re, e credo che questi privilegi non ci fossero neanche alla corte di Luigi XVI, e sappiamo com'è finita al consorte di Maria Antonietta. Quindi, gentile Adele, non si tratta solo di affari suoi. Semmai è curioso notare come gli affari che ruotano attorno al suo affare siano complessivamente affari nostri. Mi perdoni se sono diventata sboccata, sarà la demenza senile. Le auguro una felice notte.
Fonte: per gentile concessione di webnonna

20 settembre 2011

Addio

Nell'anno '99 di nostra vita
io, Francesco Guccini, eterno studente
perché la materia di studio sarebbe infinita
e soprattutto perché so di non sapere niente,
io, chierico vagante, bandito di strada,
io, non artista, solo piccolo baccelliere,
perché, per colpa d'altri, vada come vada,
a volte mi vergogno di fare il mio mestiere,

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni...

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo "vero"
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l'umiltà...

Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato,
cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia,
io, tirato su a castagne ed ad erba spagna,
io, sempre un momento fa campagnolo inurbato,
due soldi d'elementari ed uno d'università,
ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato
dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia
e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,
a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai
a questo orizzonte di affaristi e d'imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l'unica fede il cui sperare...

Nell'anno '99 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch'io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile...
mio amico...

Francesco Guccini

19 settembre 2011

Il crepuscolo leghista a Venezia…

Bossi : “Se l’Italia va giù la Padania vien su, non c’è santo che tenga”
Bossi : “La soluzione è la secessione. La padania è un popolo di lavoratori (compreso il Trota drammatico esempio di meritocrazia... tra Trote e Minetti hanno pure il coraggio di parlare di secessione) che è stato costretto a mantenere l’Italia, così non si può andare avanti”
Bossi : “Non siamo più in grado di mantenere il centralismo romano. Non possiamo più vivere da chiavi. Abbiamo diritto alla libertà e abbiamo la forza per ottenerla. Alla fine sarà lotta di liberazione della padania, e la vinceremo”
Bossi: “La via referendaria vuol dire dargli la possibilità di fare le cose in modo democratico e pacifico. Se noi, poi ci sono milioni di persone disposte a combattere per la padania”…io NO!!!
Luca Zaia: “Chi ama il tricolore, compri Bot”
Roberto Calderoli: Abbiamo dovuto approvare la manovra economica per via del gigantesco debito pubblico accumulato da qui cornuti della prima repubblica. Se nessuno acquista i titoli di stato italiani, saltano le pensioni – domanda: anche quelle baby e dei parlamentari ??? – saltano gli ospedali”
Roberto Calderoli: “Il nostro è un governo politico, gli altri sono inciuci”
Roberto Maroni: “Per noi essere al governo è un mezzo, non il fine. Da dentro le istituzioni combattiamo la battaglia del federalismo. Stiamo li, resistiamo finchè lo vorrà Bossi”
Roberto Maroni: “Quello che scoraggia è che, mentre noi ci danniamo l’anima per il federalismo e per reggere il Paese in quest’ora difficile, la politica romana si occupa di fango, di complotti, di porcate. Di porcate, di intercettazioni, di case regalate ai politici da anonimi benefattori a loro incompleta insaputa, di mascalzoni romani e milanesi, dei loro sporch traffici per arricchire se stessi e i loro amici. Questo mondo non ci appartiene” Sic, sic, sic
Flavio Tosi: “Sono un legista e accetto le decisioni del partito, condivido l’alleanza con il Pdl ma credo che Berlusconi dovrebbe fare un passo indietro”…i militanti la pensano così anche loro.
Siparietto finale… La famiglia Massarotto e un’incursione patriottica
Si proprio la famiglia Massarotto, non so se la conoscete, quella che espone la bandiera nazionale alla finestra ogni volta la lega viene a Venezia. Bossi aveva appena finito di parlare da pochi minuti e molti dei presenti si erano girati verso la finestra della famiglia Massarotto e, sorpresa nella sorpresa, da una delle finestre è spuntato, oltre al tradizionale Tricolore, anche un mappamondo. A che serviva la sfera planetaria ? Semplice. Girando vorticosamente la palla il figlio della sig.ra Lucia ha urlato più forte che poteva alla truppa leghista sulla Riva: “Dov’è la padania? Dov’è la padania?” Parolacce, minaccie e improperi di ogni genere hanno subissato il figlio della sig.ra Lucia Massarotto. Sembrava poi che tutto stesse per spegnersi quando, sulle note del “Va Pensiero” si sono presentati in mezzo al pubblico leghista un uomo e una donna, indomiti e coraggiosi, con due bandiere italiane con una scritta evidente sul bianco. “I sette martiri erano italiani” , “Siamo qui perché su questa Riva ci sono stati dei martiri uccisi dai nazifascisti. Morendo hanno gridato viva l’Italia”. Poi…tutti a casa con il “popolo padano” pronto a rifocillarsi al chiosco ristoro. Panino e sopressa, una birra. E tanti saluti a Venezia tra bandiere verdi e Tricolori sui balconi.
Fonte: un extraterrestre di sinistra in mezzo alle truppe verdi

Fbc Unione Venezia: Il Venezia espugna Quinto

Union Quinto-Venezia 1-3 Campionato Nazionale Serie D - Girone C - III Giornata
Il Venezia espugna per 3 a 1 il campo dell'Union Quinto e rimane in testa alla classifica a punteggio pieno insieme al Delta Porto Tolle e al Tamai. Dopo un pareggio e una sconfitta gli arancioneroverdi riescono a portare a casa i tre punti. Di spettacolo non ce n'è stato molto ma l'importante era vincere e in qualche modo i tre punti sono arrivati. Anche la dea bendata ha dato ieri una mano ai veneziani visto che i due gol decisivi sono arrivati grazie ad un mezzo autogol sul tiro di Biagini e ad un rigore procurato con astuzia e realizzato da Zubin. Ma si sa per vincere i campionati serve anche la fortuna e allora per ora va benissimo così. Emil Zubin ha scelto il modo migliore per festeggiare i propri 34 anni segnando il 3-1 su rigore che ha chiuso definitivamente i giochi.Su un campo da battaglia la squadra è stata brava ad adeguarsi in fretta. Ha mollato il fioretto e preso la spada. Su un terreno del genere non si riusciva a fare le consuete giocate, con grosse difficoltà a palleggiare e non si poteva fare altro che adeguarsi. In vantaggio dopo solo 2 minuti quando la difesa dell'Union Quinto sbaglia la tattica del fuorigioco favorendo la fuga sulla sinistra di Oliveira che dal fondo centra rasoterra in area per Essoussi che a due passi dalla porta non ha difficoltà a mettere in rete 0-1. Al quarto d'ora arriva l'improvviso pareggio dei trevigiani. Su corner teso dalla destra la palla filtra in area arrivando a Furlan che da posizione centrale insacca alla sinistra di Amadori 1-1. In arrivo di ripresa cambio nelle file lagunari, esce Essoussi ed entra Biagini e la mossa risulterà vincente. Al 7^ infatti è proprio il nuovo entrato a riportare in vantaggio il Venezia con un tiro da fuori area che, deviato, spiazza il portiere dell'Union Quinto 1-2. L'undici trevigiano subisce il colpo e, poco dopo, subisce il colpo del ko. Al 20 Zubin entra in area sulla destra e salta il portiere che non riesce a togliere la mano toccando l'attaccante: l'arbitro assegna il calcio di rigore ammonendo il portiere 1-3. La partita finisce con i giocatori del Venezia che vanno sotto il settore dei propri tifosi a ricevere i meritati applausi.

Union Quinto-Venezia 1-3
Arbitro: Sig. Rugini di Siena
Reti: pt. 2' Essoussi (UV), 15' Furlan (UQ); st. 7' Biagini (UV), 21ì Zubin (UV) (rig)

18 settembre 2011

Uno scorcio di storia italiana

Erano gli anni della retorica fascista e della devozione bigotta…
…Al catechismo, suor Colomba ha preteso che le bambine imparassero a memoria i dieci comandamenti, i cinque precetti della chiesa e i sette sacramenti. Ha spiegato che si può peccare in pensieri, parole, opere e omissioni, ma nessuna ha capito che cosa siano le omissioni. Ha passato in rassegna uno a uno comandamenti e precetti in modo che ognuna si esercitasse nell’esame di coscienza in preparazione al santo sacramento della Confessione. Le ha ammonite a proposito dell’abito bianco che indosseranno nel giorno della prima comunione, simbolo del candore dell’anima: guai a pavoneggiarsi, a confrontarlo con quello delle compagne, e guardarsi allo specchio, la vanità e l’invidia sono peccati che dispiacciono al Signore in modo particolare. Al sesto comandamento, Cecilia ha notato che la voce della suora ha cambiato tono, si è fatta più acuta, gonfia e palpitante. Le ha esortate con severità a essere modeste e pure, a stare al proprio posto, a non dare confidenza ai ragazzi, a non provocarli con sguardi, gesti, atteggiamenti, abiti: se essi commetteranno peccato, la colpa non sarà loro, ma delle bambine, così come Eva ha la colpa di aver indotto Adamo in tentazione. E’ stata Eva a porgere ad Adamo il frutto proibito dell’albero del bene e del male. Perciò è lei la responsabile della cacciata dal paradiso terrestre, del peccato originale che macchia l’anima di ogni creatura umana dalla nascita, di tutti i mali del mondo, della fatica, della sofferenza, della malattia, della morte. Eva è stata tratta da Dio da una costola di Adamo: significa che la donna è inferiore e perciò deve imparare fin da bambina a essere umile e sottomessa all’uomo, ubbidirlo, onorarlo, servirlo. E soprattutto deve imparare a stare con la bocca chiusa. Quindi, ha concluso, dovranno imparare e starsene quiete in disparte, e mostrarsi modeste e riservate, a camminare con gli occhi bassi, a sedere composte, a non ridere e parlare in modo sguaiato. Se invece si comporteranno male, le conseguenze potranno essere terribili e la loro vita rovinata per sempre.
Tratto da Pimpì Oselì di Elena Gianini Belotti

17 settembre 2011

I ragazzi del '99

…è arrivata questa guerra mondiale. Noi però non ci siamo entrati in guerra, siamo rimasti neutrali, e mentre quelli si scannavano già da mesi, in Italia c’era tutto un casino tra chi voleva entrare e chi no ( un casino per modo di dire naturalmente, ossia una cosa solo tra quei quattro signori intellettuali che leggevano i giornali e si occupavano di politica, mentre la maggioranza del popolo faceva la fame e basta) Com’è come non è., mentre i socialisti e le sinistre contestavano la guerra e volevano la pace, i sindacalisti rivoluzionari più arrabbiati – il Rossoni dall’America, il De Ambris, il Corridoni e il Mussolini che era diventato direttore dell’Avanti – sono saltati fuori all’improvviso che bisognava intervenire ed entrare in guerra pure noi; però dalla parte della triplice Intesa, Francia-Russia-Inghilterra, contro Austria e Germania che erano invece gli alleati nostri con cui avevamo tanti trattati. Ma che cosa vuole che sia la parola alleato o trattato in Italia? E allora hanno ricominciato a prendersi per i capelli con i riformisti che invece non volevano: “Il socialismo è pace, noi aborriamo la guerra”. Per noi doveva essere una guerra sociale, ma per convincere la gente ad andarci hanno cominciato a suonare i tamburi e le grancasse della Patria, di Trento e di Trieste. Ora si sa che a furia di parlare la gente si convince, e alla fine ci siamo convinti anche noi di questa patria, anzi prima non sapevamo neanche cosa fosse – mai sentita nominare – adesso ci sembrava d’averla sempre conosciuta. Tanta altra gente però non ci voleva andare in guerra, non gli fregava niente né della patria e né delle fanfare: “Trento e Trieste? E chi le conosce?” e ci sono stati un sacco di disertori, che poi però quando gli pigliavano li mettevano al muro. Poi c’è stata Caporetto come lei saprà, coi tedeschi che hanno rotto il fronte e tutti noi a scappare davanti a loro che avanzavano: chi buttava i fucili, chi abbandonava i cannoni e chi sparava addosso ai propri ufficiali che cercavano di trattenerli. Solo alcuni però degli ufficiali. Alcuni altri si suicidarono, per il disonore. Ma la maggior parte sono scappati per primi, gli alti gradi degli stati maggiori e gli ufficiali di truppa, poi alla fine – quando è stata la fine – la colpa era solo dei soldati, e gli ufficiali si sono salvati tutti, più belli e più tronfi di prima e hanno fatto pure carriera come Badoglio, che fu tra i primi responsabili di Caporetto. I soldati che erano scappati, invece, li hanno ripresi e fucilati tutti. O meglio, tutti no. I reparti che s’erano dati alla fuga – i plotoni, le compagnie, i battaglioni – i carabinieri li mettevano in fila e poi contavano “Uno, due, tre, quattro, cinque: tocca a te”, e quello era fatto: “Al muro!” Agli altri era andata bene. Decimazione si chiamava. Dopo tre anni che si stava in guerra, l’Italia era ridotta allo stremo. E non solo per la fame, i viveri e tutto quanto. Oramai non c’era quasi più gente da mandare in battaglia. E allora, per tirarsi su da Caporetto, hanno dovuto chiamare alle armi anche i ragazzini, le ultime classi, il 1899, la classe di mio zio Pericle, diciotto anni: “Un putino” diceva mia nonna, “un tosateo”. Gli è toccato partire anche lui. E a mio nonno gli si è stretto il cuore: “Và in malora alla guerra e a mì che l’ho voluta”. E’ partito contento, allegro – o almeno pareva – coi fratelli e le sorelle ad accompagnarlo fino in fondo allo stradone, fino alla strada grande. E quando alla fine sulla strada grande è passato uno dei carri che ogni giorno andavano verso Adria e poi Rovigo, avanti e indietro coi bidoni del latte, zio Pericle ha fatto un segno con la mano e il conducente ha detto: “Salta su” “Torna casa figlio, torna sano e salvo” così la nonna lo salutò con la voce incrinata, non piangeva, però la voce era incrinata, ne aveva due alla guerra adesso e non sapeva più se le preghiere potessero bastare… “Non state a preoccuparvi mamma vado la, vinco la guerra e torno” e rideva, le abbracciato e rideva. Ma forse faceva solo finta di ridere. Poi ha abbracciato il nonno per ultimo, mentre il carrettiere insisteva: 2Salta su, che il cavallo mi perde il passo”, e non si sono detti una parola padre e figlio, solo stretti forte, evitando anche di guardarsi negli occhi, tutti e due sapendo già cosa ci fosse scritto. E poi, con un balzo, a cassetta e il carro è partito e lui ha ristrillato alla madre: “Non sti a preocuparve mama, l’erba cativa n’al more mai. Mi al torno vinsitor” E infatti è tornato vincitore. Sono andati lui e quelli come lui – i ragazzi del ’99 – e hanno vinto la guerra. Si lo so che non l’hanno vinta solo loro, c’erano anche gli altri, ma allora si diceva così: “L’hanno vinta i ragazzi del ‘99”. Ragazzini di diciotto anni schierati sul Piave e poi all’assalto, sotto le bombe, gli shrnapel, i gas. E si son fatti grandi così.
Tratto dal libro – Canale Mussolini – di Antonio Pennacchi

1916

Avevo 16 anni quando andai alla guerra,
A combattere per una terra adatta agli eroi,
Con Dio dalla mia parte e un fucile in mano,
Cercando di arrivare fino all’ultimo giorno
E ho marciato e combattuto e sanguinato
E sono morto e non sono più cresciuto
Ma ho saputo allora
Che un anno al fronte
Era una vita lunga quanto basta per un soldato.

Eravamo tutti volontari,
E ci siamo arruolati coi nostri nomi,
E abbiamo aumentato di due anni la nostra età,
Ansiosi di vivere e in vantaggio nel gioco,
Pronti per le pagine di storia.

E abbiamo lottato e abbiamo combattuto
E siamo andati a donne finché ci siamo riusciti,
In diecimila fianco a fianco,
Assetati di crucchi,
Eravamo cibo per i fucili ed è questo
Che eravate quando eravate soldati.

Ho sentito l’amico gridare,
E lui è caduto in ginocchio, sputando sangue
Mentre strillava il nome di sua madre
E io sono crollato al suo fianco,
E questo è il modo in cui siamo morti,
Stretti come bimbi l’uno all’altro.

E mi sono steso nel fango
Nelle budella e nel sangue,
Ho pianto mentre il suo corpo diventava freddo,
Ho supplicato l’aiuto di mia madre
Ma lei non è venuta,
Sebbene non fosse colpa mia
E io non fossi colpevole,
Il giorno non è arrivato neanche a metà
E diecimila ne ammazzarono e ora
Non c’è nessuno che ricordi i loro nomi

Questa è la vita per un soldato

16 settembre 2011

Una giornata di saperi e sapori

Meglio un'insalatina di orto appena tagliata o un triste cespo verde incellofanato? Un pane caldo da poco sfornato o uno confezionato, magari anche un po' gommoso? Costa di più, costa di meno, non c'è tempo per fare la spesa quotidianamente... tanti sono i motivi che ci portano a scegliere il peggio e non il meglio.Ma perché allora non provare almeno per un giorno, un giorno intero, a gustare sapori dimenticati o trascurati, a scoprire quanti saperi e abilità si celano dentro ai cibi anche più semplici. E insieme fermarsi a pensare, a capire che cosa si mangia e di quante cose buone abitualmente ci priviamo. Da tutti questi interrogativi e dalla voglia di non rassegnarsi alla standardizzazione del cibo, oltre che delle nostre vite e dei nostri pensieri, è nata l'idea di costruire a Mestre una giornata all'insegna dei sapori e dei saperi, per portare in primo piano Il gusto della cultura. Se prendiamo il vocabolario scopriamo infatti che non c'è differenza nel significato originario di queste due parole, perché mettono insieme la capacità di comprendere e quella di apprezzare, un libro come un piatto, stando insieme e divertendosi. È quello che succederà il 30 settembre. Perché il cibo ha a che fare con la convivialità e con la cultura, per averne conferma potremmo scomodare il nostro grande padre Dante e la sua opera Convivio, ma anche tutti gli antropologi che ci hanno insegnato ad osservare la cultura materiale che passa attraverso il modo di cucinare e condividere il desco. Ricordiamo il compianto Mario Rigoni Stern, quando ci diceva che il senso della vita è mettere insieme gli amici intorno a un piatto di polenta fumante - sottintendendo cotta nel paiolo di rame per un'ora e preparata con farina naturale. Si possono mettere insieme intere biblioteche con i libri che intrecciano letteratura e cibo, dai banchetti romani alla produzione maccheronica che da Padova si è irraggiata in Europa, per suggestionare Rabelais e il suo capolavoro Gargantua e Pantagruele, all'attivazione della memoria di Proust con le amatissime madeleine, passando per lo gnocco di San Michele con cui Giacomo Casanova è fuggito dai Piombi di Venezia. E anche le nostre menti hanno bisogno di essere nutrite, perché non solo la cultura nutre, ma dà anche lavoro. Mangiare è un piacere, ma per provarlo dobbiamo imparare ad apprezzarlo, capire meglio quello che mangiamo, ritrovare un rapporto più equilibrato con il cibo, in un tempo nel quale si muore di fame o si soffre di obesità e diabete. Guardare al cibo e alla cultura come divertimento e come opportunità con molteplici spettacoli, assaggi, dimostrazioni, esposizioni in piazza e nelle piazzette adiacenti, questo è Il gusto della cultura. Una giornata di sapori e saperi. Sarà possibile degustare la sintesi migliore della nostra civiltà, con iniziative pensate per tutte le età". Il programma all'indirizzo

15 settembre 2011

Quando la fredda logica dei numeri calpesta la dignita' dell'uomo (lettera al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dr. Gianni Letta.

Carissimo e stimatissimo Presidente,
sinceramente non so da dove cominciare questa mail, ma so per certo che ho il dovere di informarLa della forte indignazione che caratterizza lo stato d'animo delle centinaia di migliaia di ciechi e di ipovedenti che ho l'onore di rappresentare. Essi si sentono abbandonati e traditi da un Governo che aveva acceso in loro la speranza di un futuro migliore, di una migliore qualita' della vita. Il Libro Bianco del ministro Sacconi, la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita' autorizzavano una tale speranza, ma i fatti che sono seguiti alle parole delle dichiarazioni d'intenti hanno rivelato un'altra verita': quella della fredda logica dei numeri che calpesta la dignita' dell'uomo. Per questo essi vorrebbero che io, con un rappresentante del Governo, usassi parole forti almeno quanto la loro indignazione. Ma con Lei non ci riesco, non posso e non voglio dimenticare che Lei ha scritto la prefazione al libro da me curato, "Il sasso nello stagno", lasciandosi coinvolgere dal dramma della pluriminorazione; non posso e non voglio dimenticare che grazie al fondo Letta sono stati recuperati, per il triennio 2010-2012, almeno parzialmente, i tagli effettuati sui contributi destinati al Centro Nazionale del Libro Parlato, alla Biblioteca Italiana per i Ciechi "Regina Margherita", all'Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione I.Ri.Fo.R, alla Sezione Italiana dell'Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecita', al Museo Nazionale Tattile Omero di Ancona, con il risultato che i suddetti enti hanno potuto continuare ad erogare i loro servizi, assolutamente indispensabili alla integrazione sociale dei ciechi e degli ipovedenti.
Per questi motivi, che testimoniano grande sensibilita' e attenzione alle nostre problematiche, non usero' toni forti, ma parole accorate, tese a sollecitare un Suo autorevole intervento per impedire che il peso della drammatica crisi economica cada sulle spalle dei piu' deboli fra i deboli: i ciechi, gli ipovedenti e in genere i disabili gravi, costretti a pagare due volte, prima come cittadini e poi come disabili. La manovra del Governo, gia' approvata dal Senato e ora all'esame della Camera dei Deputati, penalizza fortemente la disabilita' con i tagli lineari al Fondo sociale, alla non autosufficienza, al budget per il Servizio Civile Volontario, al Fondo per l'occupazione dei disabili, etc., ma il Disegno di legge 4566 "Norme per la riqualificazione e il riordino della spesa in materia sociale", contiene principi che, se attuati, farebbero tornare il mondo della disabilita' al Medioevo con il rischio dell'emarginazione e dell'esclusione sociale.
In particolare, si tende sostanzialmente ad azzerare l'indennita' di accompagnamento, erogata dallo Stato al titolo della minorazione, per metterla a carico delle Regioni che la erogherebbero non tanto in base ai bisogni della persona disabile quanto alle disponibilita' economiche, con il risultato che avremmo indennita' di accompagnamento diverse da Regione a Regione: piu' alte nelle Regioni ricche, piu' basse in quelle povere. Tutto questo non e' accettabile, l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti difendera' con le unghie e con i denti l'indennita' di accompagnamento al titolo della minorazione: una delle piu' belle pagine del Parlamento italiano che ha sancito un alto principio di civilta' giuridica che trova il suo fondamento in alcuni articoli della Costituzione: art. 2 (dovere della solidarieta'), art. 3 (pari opportunita' sulla base dell'uguaglianza), art. 32 (diritto delle persone alla salute), art. 38 (diritto all'assistenza dei cittadini inabili al lavoro). Diciamo un si' grande come una casa alla lotta ai falsi invalidi, ci siamo costituiti parte civile nei processi penali ogni volta che ne abbiamo avuto l'occasione; ma diciamo un no grande come una citta' alla esclusione sociale degli invalidi veri.
Carissimo e stimatissimo Presidente, Fand e Fish, le due federazioni che rappresentano la quasi totalita' dei disabili italiani, chiedono che la riforma dell'assistenza venga stralciata dal Disegno di legge in parola e trattata a parte con il concorso dei disabili; chiedono, cioe', che venga istituito un tavolo di confronto fra il Governo e i disabili in omaggio al principio del "niente su di noi senza di noi" contenuto nello spirito e nella lettera della citata Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita'.
La prego vivamente di intervenire, con il peso della Sua autorita', sul ministro Sacconi, affinche' si renda disponibile per il dialogo con il mondo della disabilita' e si trovi una soluzione rispettosa della necessita' del risparmio economico ma anche della dignita' delle persone disabili. Fiducioso come sempre, La saluto cordialmente
Prof. Tommaso Daniele – Unione Italiana Ciechi -

14 settembre 2011

Sono convinto che ogni essere umano è nato per scrivere un libro...

Lo scrittore si accosta alla condizione dell'essere, mediante la parola. A scrivere si può rappresentare la debole luce di una piccola torcia e di rado, grazie al talento, una fiaccola improvvisa nel labirinto sanguinoso ma ricco di esperienza dell'esperienza umana, dell'essere.
Nadine Gordimer, Scrivere ed essere

13 settembre 2011

Lettera da Firenze - a Oriana Fallaci -

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanità , un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finché l'uomo non si metterà di sua volontà all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza". E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, "Libertà duratura". O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c'è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 ocrate a Mozart ). L'autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell'innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure "un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback , contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr ) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico". Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L'occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l'America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'è stata una disperante corsa alla ortodossia. È come se l'America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam? Per i politici - me ne rendo conto - è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore , ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che già studiano l'inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme". Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo più umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No". Ma non possiamo rinunciare alla speranza. "Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "È possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: "Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto". Per difendersi, Oriana, non c'è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'è bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M'è sempre piaciuta nei Jataka , le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? "Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose : una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; è l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. "Dateci qualcosa di più carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania. "Un mondo giusto non è mai NATO", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo "più giusto" è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po' più di moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s'è "globalizzata", perché non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. Tiziano Terzani – Corriere della sera, 8 Ottobre 2001 -