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C'era una volta...un re...Cosi cominciano le favole

C'era una volta...
...un re
Così cominciano le favole
La nostra no. La nostra non comincia così. Non comincia col re e con la regina ma con la Repubblica e con i partiti che a lungo l'hanno innervata e strutturata.
Dunque, c'erano una volta i partiti; e c'erano i giornali di partito. Che esplicitamente dichiaravano la loro identità e, come Verdone in un suo film, orgogliosamente mostravano il loro "documento".

Sotto al titolo dell'Unità c'era scritto "Organo del Partito Comunista Italiano"; sotto l'Avanti si poteva leggere "Quotidiano del Partito Socialista Italiano. Più prudentemente, solo dal 1994, Il Popolo si dichiarò "Quotidiano politico del Partito Popolare Italiano", ma tutti sapevamo che, riprese le pubblicazioni, dal dopoguerra era il quotidiano della DC.

Era quella una società forse più ingenua ma, sicuramente, meno ipocrita. Chi scriveva si esponeva al giudizio dei più mostrando la sua Carta d'Identità e dichiarava esplicitamente - assumendosene la responsabilità - qual era il pulpito dal quale impartiva la sua omelia. E non mancavano firme colte e autorevoli.
Sull'Unità hanno scritto da Asor Rosa a Bocca, da Pasolini a Calvino, da Cerami a Vittorini a Pavese; ma anche giornalisti tout court: Baduel, Chiesa, Fortebraccio, Mafai, Serra e compagnia cantando.

L'Avanti ha avuto direttori del calibro di Treves, Nenni, Pertini, Ghirelli, Arfè ecc. e collaboratori come Badaloni, Bonomi, Tobagi e tanti altri.
Il Popolo si è avvalso della firma di personcine come Raniero La Valle, Ettore Bernabei, Mario Melloni (Fortebraccio), Piero Pratesi avendo avuto come responsabili personalità della DC di primissimo piano: da Moro a Gonella, da Cabras a Mattarella.

C'erano poi i giornali formalmente indipendenti ma che indipendenti non erano esprimendo abbastanza chiaramente l'opinione di pezzi importanti della società civile: Il Corriere della Sera innanzitutto; e poi La Stampa, il Messaggero, Il Mattino ma anche Paese Sera o l'Ora di Palermo.

Per i giornali di partito la favola è finita. Non ci sono più. E quando ancora ci sono il senso del pudore impedisce loro di dichiarare esplicitamente - ai pochi fedeli che li seguono - la trincea dalla quale combattono la propria battaglia.
Sono rimasti, ancorché vittime di una crisi epocale, i giornali cosiddetti indipendenti. Ma indipendenti da chi e da cosa riesce difficile capirlo; così come difficile capire sono gli interessi che intendono rappresentare.

Fatta salva la pace di qualche firma prestigiosa (poche) si fatica a trovare nei media voci veramente autorevoli e credibili. Cronisti e opinionisti coi quali si può concordare o dissentire ma continuare comunque ad avere per loro stima e considerazione.
La sensazione - amarissima - sulla carta stampata e negli innumerevoli talk è quella di avere a che fare con dei modestissimi scribacchini allenati più all'inchino e alla genuflessione che ad intingere la penna nel calamaio.
E' per questo che sempre più spesso, apri il giornale o guardi la TV, insistente ti torna in mente Rigoletto e i suo accorato e indignato:
"Cortigiani, vil razza dannata,
Per qual prezzo vendeste il mio bene?"
Fonte: Sono stato iscritto al PCI

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