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Lettera a mio figlio pochi mesi prima dell'incidente [Marzo 2008]

Caro Federico,
scrivere una lettera, ha detto non mi ricordo più chi, vuol dire parlare con la speranza di non essere interrotti. Io penso invece che scrivere una lettera significhi soprattutto esprimere ciò che alle volte, per molti motivi, non si riesce a dire guardandosi negli occhi. Perché spesso si comincia parlando e si finisce ridendo oppure alzando la voce, o gridando o, peggio ancora, piangendo. Perché quando genitori e figli si parlano entrano in gioco dinamiche complicate che non permettono quasi mai di essere sinceri fino in fondo. Gli uni e gli altri. Perché alle volte le nostre discussioni - e me ne assumo tutta la responsabilità - diventano più che altro, come vogliamo chiamarli, monologhi, sermoni, prediche?

Allora ti scrivo. Per fare chiarezza soprattutto a me stesso.
Non Ti ho detto tante volte che sto cercando di fare il mio mestiere, quello di padre, meglio che posso. Nessuno me l'ha insegnato. Per diplomarmi ho dovuto faticare sei anni, ho dovuto sostenere un esame di maturità, e ancora adesso, dopo più di trent'anni, periodicamente mi vedo costretto a tenermi aggiornato, per approfondire certi aspetti della mia professione e per essere informato sulle novità che interessano il settore delle telecomunicazioni. Per diventare genitore invece, non è richiesta nessuna preparazione specifica e, se anche qualcuno la desiderasse, dove se l'andrebbe a cercare? Esistono i corsi di preparazione al parto, quelli sì.

Ti insegnano tecniche di rilassamento per affrontare e superare quel preciso momento. Organizzano qualche incontro con un pediatra che ti spiega come cambiare i pannolini al bebè, come affrontare i primi giorni, le prime malattie. Ma poi, una volta a casa col bambino, mamma e papà devono cavarsela da soli. Magari con i consigli di nonni, parenti, amici. Ma alla fine ognuno fa ricorso al proprio buon senso, alla propria esperienza di figlio, solo rovesciata, perché la prospettiva, il punto di vista da cui si devono affrontare tutti i problemi e le difficoltà (ma anche le gioie) sono completamente diversi.
Un famoso psichiatra ha detto che i genitori, con i figli, sbagliano sempre, qualunque cosa facciano. L'importante è che sbaglino in buona fede. L'importante è che, qualunque scelta facciano per e con i propri figli, la facciano con onestà. Io credo che avesse ragione.

Io ti guardavo, Federico, e vedevo un ragazzo ancora alla ricerca della sua identità. Stimavo moltissimo le tue qualità nell'arte del tuo lavoro e credo di saperle riconoscere senza esagerare, complici il mio amore per te e, anche, il mio orgoglio di padre. Conosco bene la sana ambizione che ti porta a cercare di fare sempre tutto al meglio, la curiosità verso il mondo che ti circonda. Mi commuoveva la tua sensibilità, a volte mi sorprendeva la tua etica dell'amicizia. Vedevo anche, però, le difficoltà nascoste dietro a certe tue spavalderie, vedovo i momenti di tristezza e di paura camuffati o addirittura nascosti dall'arroganza tipica dell'adolescenza. Vedevo la tua convinzione di voler farcela da solo, la certezza di non aver bisogno dei miei consigli o di quelli di tua madre, che certi momenti li ha già vissuti e in parte superati.

Bisogna sbagliare da soli. Lo so. Questo è vero. È anche vero però che, da parte mia, sarebbe troppo comodo non suggerirti delle strade, delle soluzioni. Offrirti quello che la mia esperienza mi può suggerire. Poi tu deciderai, naturalmente, nel corso della tua vita, come vorrai. Ma io credo di avere il dovere di esserci, non solo per il fatto di essere qui, con te, nella stessa casa, di fornirti le cose materiali di cui hai bisogno, ma anche di esserci come persona. Io credo di avere anche il diritto di litigare con te se lo ritengo necessario, di scontrarmi contro certi tuoi atteggiamenti. Credo di avere il dovere di fermarti quando sono convinto che stai sbagliando strada, per mostrarti quella che credo giusta.

Poi tu, naturalmente, se vorrai, potrai continuare il tuo percorso, sbagliato che sia, o anche tornare indietro.
Alle volte mi rimproveri e mi porti come esempio altri genitori, certi genitori di tuoi amici. Invidi la loro condiscendenza, invidi la loro cedevolezza su certe questioni che per me, invece, sono fondamentali. Mi rimproveri la nostra diversità, vorresti sentirti più parte del "branco". Lo capisco, sai. Non credere che io non comprenda il tuo desiderio di essere accettato, di omologarti al gruppo, di fare le stesse cose che fanno i tuoi coetanei. Certi tuoi coetanei che ti sembrano più "fighi", più "duri", più "tosti".
Io, invece, la nostra diversità, se così la vogliamo chiamare, la considero un valore, una parte irrinunciabile della nostra identità culturale, addirittura esistenziale, direi.

Quando io e la mamma abbiamo deciso di diventare una famiglia e abbiamo voluto Te, sapevamo che questo significava non soltanto darti amore, una casa confortevole, del cibo, degli abiti, e tutto ciò che serve per vivere dignitosamente. Sapevamo anche che avremmo dovuto, e voluto, crescerti ed educarti perché potessi diventare una persona capace di cogliere la vita nella sua complessità. Una persona in grado di scegliere tra le varie opportunità che il mondo offre (e sono tante). Per questo mi sentirei umiliato nel vedere i miei figli trascorrere il loro tempo tra videogiochi, televisione spazzatura, messaggini al cellulare e discoteca. Per questo ho sempre cercato, insieme a mamma, di proporTi delle alternative che Ti permettessero di conoscere quello che c'è di bello, di interessante, di coinvolgente a questo mondo. La musica, per esempio. Una risorsa che ti accompagnerà sempre nella tua vita. Che ti farà trascorrere ore divertenti in compagnia degli amici, ma che potrà aiutarti a superare momenti difficili, che ti sarà vicina nei momenti di solitudine.

Insomma, ti sto ricordando tutte queste cose che sai benissimo, certo, ma che è bene sottolineare, per dire che dietro a certi no, dietro a certe prese di posizione mie e della mamma non c'è il puro arbitrio, come alle volte credi di interpretare, non c'è il sadismo di impedirti chissacché, di negarti i divertimenti a cui hai sacrosanto diritto.
Vai al cinema quando ne hai voglia, vai alle feste dei tuoi compagni, casa nostra è sempre aperta ai tuoi amici e tu lo sai bene, io e mamma siamo sempre stati disponibili a seguirti in tutte le tue avventure sportive, dal calcio al basket, dal rugby al karate. Anche se io sportivo non lo sono stato mai, purtroppo per me.

Allora quale era il problema che ci avvelenava le nostre cene e le nostre domeniche? Era l'adolescenza? Sono i tuoi ventidue anni che devono farsi sentire attraverso musi lunghi, provocazioni e litigate? Era la mia stanchezza, la mia insofferenza verso certi tuoi atteggiamenti, che non mi permettevano di far finta di niente o, meglio, di capire tutto questo come dovevo? Era la mia irruenza che non sempre riuscivo a mantenere la calma nelle discussioni?
Io lo so che non sei un cattivo figlio. Sei educato e rispettoso, soprattutto fuori di casa (così almeno mi dicono), sei sensibile, arguto e intelligente. Ma dicono, come dico io, che non hai un carattere facile. Un famoso aforisma dice: "Aveva, come tutti gli uomini di carattere, un pessimo carattere".

E su questo tu ci giochi, anche, un po'. Hai scritto, una volta: "Ho un carattere di merda". Ti piace fare il bel tenebroso, no? Ti piace anche, alle volte, incaponirti nelle tue testardaggini. Quando, sapendo benissimo di essere in torto, difendi l'indifendibile. Ti arrabbi e piangi per ammettere, alla fine, che avevamo ragione noi. E dopo ore di discussione candidamente dici "Massì, ho fatto un casino assurdo". Poi magari ci ridiamo su, insieme. Ma intanto, che fatica, che stanchezza. Ne usciamo esausti tutti.
Potrei dire, come dicevano i miei genitori: sei un ragazzo fortunato, hai tante opportunità da sfruttare, hai dei genitori che, nel limite delle loro possibilità, cercano di accontentarti. Non lo dirò invece, perché so che sarebbe sbagliato. Che sarebbe controproducente. Perché so anche che in certe cose non ti accontento affatto. Non ti ho mai comprato il telefono cellulare per il quale non ti sei ancora rassegnato, non mi sono mai piegato alla moda delle scarpe e degli abiti "firmati". Sono una bel rompiscatole, so anche questo. Nemmeno io ho un carattere facile, del resto. La pera non casca lontano dall'albero, diceva mia nonna. E infatti. So benissimo di darti, insieme al mio amore e al mio incondizionato sostegno, del filo da torcere. Anzi, guarda, penso che non ti faccia male allenarti un po' con me.

Nella vita non ti capiterà di incontrare persone che ti danno sempre ragione, che fanno sempre quello che vuoi, che ti accontentano in tutto e per tutto. Dovrai mediare, lottare per difendere i tuoi diritti, affinare la dialettica. Dovrai incazzarti, qualche volta, ma in modo efficace per farti rispettare. Soprattutto dovrai saper desiderare, per poi impegnarti ad ottenere ciò che desideri. Tanto vale che cominci a confrontarti con qualcuno che ti vuole bene, no? Sono tutte cose che io ho già vissuto. Non le ho dimenticate, sai. Anche se sono passati più di trent'anni, ormai, dalla mia adolescenza, me la ricordo bene.Io ti guardo quando sei triste, quando te ne stai in silenzio a pensare a chissà che, quando hai i nervi e non vuoi dirmene il motivo. Quando preferisci parlare con i tuoi amici e non vuoi raccontarmi che cos'è che ti fa soffrire. Provo per te tanta tenerezza, anche quando sono proprio i tuoi "nervi" che magari mi fanno andare in bestia.

C'è una cosa che non ti ho mai detto, credo. Una cosa che vorrei dirti da tanto. Chissà se riuscirò a spiegartela. Ci provo, almeno.
Io sono il tuo papà. Giusto? Una papà che tutto dovrebbe comprendere e perdonare, secondo lo stereotipo classico universalmente accettato. Un papà che tutto dovrebbe sacrificare ai suoi figli. Dovrebbe. Beh, Federico. Io sono una papà un po' diverso. Io so di essere, oltre che una papà, anche un uomo ma anche - e prima di tutto - una persona. Credo sia giusto. Credo che debba essere così. Così è per me, almeno. E come persona credo di avere diritto al rispetto, un rispetto che devo tributarmi io per primo, se voglio che mi rispettino anche gli altri. Per questa ragione non mi sono mai uniformato all'immagine "poetica" del tipico papà. Sacrifici ne ho fatti, altroché, in tutti questi anni, e li ho fatti volentieri.

Sacrifici economici, anche. So di essere stato poco presente, anche se l'immagine di "papà che non è mai a casa" è ormai diventata un po' un tormentone familiare, una macchietta. Sono un una persona che lavora, ma sono anche una persona che vuole coltivare i suoi interessi e che cerca di farlo per rispetto di sé stesso. Tu sei molto importante per me (non saprei immaginare la mia vita senza di Te) ma ci sono anche altri aspetti della vita che sono, per me, importanti. La lettura e la scrittura, ad esempio. Senza libri mi sentieri mutilato. Tu lo sai bene.

Non è facile, credimi, far quadrare tutte queste cose: lavoro, casa, famiglia, interessi. Costa molta fatica. Ci si sente diviso tra spinte che si contrastano una con l'altra e che ti fanno sentire sempre un po' fuori posto, sempre un po' inadeguato. Sei in ufficio e pensi che ti sei dimenticato di salutarti alla mattina; mi siedo alla sera davanti alla TV e non ti ho chiesto come è andata la giornata, ceniamo insieme e non parliamo dei tuoi problemi. Quando tu eri piccolo è stata dura. Ci sono stati periodi in cui non riuscivo a sentirmi me stesso. Non lo dico per fartelo pesare, lo dico per cercare di farti capire che adesso che sei più grande è giusto che anche Tu, per quel poco che puoi, contribuisca alla serenità della famiglia.

Un’altra cosa volevo dirti. Non è stato facile neanche mantenere l’unità familiare, in mezzo a tante vicende. Ogni tanto sorridiamo, noi due, guardandoci attorno e vedendo l’ecatombe che ci circonda. Io e mamma, scherzando, qualche volta diciamo che ci sentiamo dei sopravvissuti dopo 25 anni di vita in comune, se pensiamo a tutte le coppie di amici che si sono separate o divorziate. Andare d’accordo non è tanto semplice, lo vedi anche tu, nel tuo piccolo, considerando i tuoi rapporti con gli amici, o, all’interno della famiglia, con me e la mamma. Ci vuole pazienza, tolleranza, comprensione e anche una buona dose di incoscienza, alle volte, per superare certi ostacoli. Ci vogliono, secondo me, anche gli scontri, le litigate, se servono a chiarirsi e a sfogarsi. Così come succede anche a te e a me, qualche volta. Questo non vuol dire che non ci vogliamo bene, anzi.

Ecco. Questa lettera, forse, mi è cresciuta tra le mani. Potrei, vorrei scrivere ancora tante cose. Potrei, vorrei dirti quanto ti voglio bene e quanto mi piaci. Quanto trovo di me nel tuo viso, nei tuoi modi e nel tuo carattere. Quanta ammirazione ho per le tue capacità e per la tua indipendenza, anche se quest'ultima, purtroppo, ti ha giocato un brutto scherzo.

Ma forse mi sono dilungato troppo.
Chissà che,frà qualche tempo, avrai l'occasione di leggere questa lettera ,e che si abbia occasione di parlare, un po' di tutto.
Un abbraccio forte, forte dal tuo
Papà

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