Perché ha scelto la Resistenza?

Sostanzialmente perché senza libertà è proprio noioso vivere. A me piace molto vivere, però libera. Perché altrimenti in gabbia non resisterei, mi intristisco. Perciò vedevo nella possibilità di “resistere” al nazi-fascismo la strada, il pertugio seppure difficile e complicato per raggiungere la libertà. Nel mio libro pubblicato da Manni che si intitola “Io partigiana, la mia resistenza” parlo lungamente della mia scelta di vita. Sono ex profe, ex tante altre cose, ma non ex partigiana, perché essere partigiani è una scelta di vita.

Ho il brevetto di “partigiana combattente con il grado di sottotenente”. Se dicessi “Attenti” dovrebbero scattare tutti! Però io non ho mai portato armi, non mi sono arruolata. Inizialmente non portavo armi perché avevo paura di farmi male da sola: in casa mia non avevo mai visto né fucili, né doppiette, né altro, mio padre non era nemmeno cacciatore. Metti che tenendo una rivoltella alla cintola mi sparavo sul piede! Poi ho visto cosa facevano le armi e quando mi chiesero se volessi essere addestrata, risposi «Non voglio imparare a sparare alla pace di nessuno».

Così è cominciata la mia azione non violenta. Una tale presa di posizione non avviene mai di botto. Avviene a partire dalla consapevolezza della propria connotazione sociale. Bisogna avere consapevolezza, altrimenti ci si lascia vivere, non si vive. Vivere significa prendere coscienza e si tratta di un lungo processo di maturazione.  Per me questa presa di coscienza è anche il tratto caratteristico della Resistenza italiana che io definisco “antieroica”.  Nessuno di noi pensava di “offrire al petto il piombo nemico” sarebbe stata una cosa piuttosto scema, dannunziana e anche un po’ fascista.

Balzare fuori con il petto offerto al piombo nemico” viene consigliato da chi sta seduto bene al caldo, ma sei tu che offri il petto: tu sei in trincea e loro restano a scrivere a casa. Noi volevamo “resistere”.  Dicevo che la consapevolezza si acquista con gradualità. Io appartengo ad una famiglia che era molto politicizzata, si parlava molto di politica, mi sono presto accorta che in famiglia si potevano dire delle cose che a scuola non si potevano dire, meno che mai in società.

Dopo l’8 settembre 1943, dopo che mio padre fu catturato e chiuso in un campo di concentramento come internato militare italiano, la prima volta che ho incontrato dei ragazzi non in divisa ma con i moschetti modello 91 a tracolla che mi hanno chiesto «Ma tu da che parte stai?» io ho risposto «Contro quelli che hanno portato via mio padre». Non ho dato una risposta ideologica o di teoria politica, ma una risposta che veniva dalla mia storia.
Lidia Menapace

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