Passa ai contenuti principali

Stralcio da “Voci della Grande Guerra

Un giorno, in uno di questi frequenti spostamenti, ci trovammo ad attraversare la vallata del Piave, in un tratto aperto della pianura. Facciamo conto che sia come qui, dove ci troviamo ora: sulla collina di Fermo ci sono i nostri, a Monturano gli Austriaci. La batteria si spostava con i pezzi in fila indiana, ed io viaggiavo a cavallo della coda del quarto cannone.
Il capitano fermò la batteria e ci avvertì:
Tenetevi forte, perché stiamo per attraversare un tratto pericoloso, tutto allo scoperto”, e così dicendo si portò verso le pariglie di volata. Guardai sulle montagne alla sinistra del fiume e scorsi in cielo tre palloni frenati, issati dal nemico con funzioni di avvistamento.
Il nostro comandante era arrivato all’altezza delle prime pariglie che due granate esplosero davanti ad esse, una a destra e una a sinistra, precise e contemporanee, nemmeno ce le avessero portate a mano. In un attimo fu un putiferio.
Una granata esplose a fianco del terzo cannone: una scheggia colse in piena fronte uno dei nostri soldati che cadde riverso sotto i cavalli. I conducenti sganciarono le bestie e scapparono. In pochi secondi la scena divenne simile a quella di un branco di pecore quando un cane si mette ad abbaiare in mezzo ad esse: un fuggi fuggi verso ogni direzione. Piovevano proiettili fitti come chicchi durante una grandinata. Anch’io scappavo con quanta forza avevo nelle gambe. Una granata esplose tre metri avanti a me, sollevando al cielo sassi e terriccio; questi non erano ancora ricaduti al suolo che io, schizzando con lo slancio delle braccia e delle gambe insieme, ci ero già passato sotto ed ero dall’altra parte.
Avevo già percorso un mezzo chilometro, e mi guardavo attorno alla disperata ricerca di qualcosa, anche solo una pietra dietro cui riparare ma, al di fuori di qualche palo isolato, non si scorgeva altro.
A un tratto, a 50 o 100 metri di distanza vidi sporgere, in mezzo a quella piattitudine assoluta, una sorta di pietrone. Mi gettai come un forsennato in quella direzione e mi acquattai al riparo di quello. Solo allorché mi fui addossato ad esso mi accorsi che non si trattava di una roccia; era, immaginate un po’, un altro soldato, un meridionale che, raggomitolato su se stesso e tenendo la testa avvolta nelle braccia, piangeva disperatamente, ripetendo nel suo dialetto:
Povera famiglia mia, non la rivedrò più!” Nei secondi che rimasi lì, in attesa della granata che prima o poi mi avrebbe spedito al Creatore, l’istinto mi portava — cosa da non credere ora — a trovare il sistema per scavare una buca dove infilare la testa. Le granate che ci scoppiavano attorno facevano cadere su di noi una pioggia di terra.
Mi sovvenni del fatto che il giorno dopo sarebbe stato il primo anniversario della morte di mia madre, e pensai:
“Ecco, è mamma che mi sta chiamando!”

Commenti

Post popolari in questo blog

Sei un fiume forte, non ti perderai

[…] mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, […] e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metteva tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare dritto allo scopo, […] c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, […], prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, […] è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto…

The Libertines