Quando piove a Venezia

Quando piove a Venezia, ci si bagna. Venezia con la pioggia è dunque una esperienza tutta veneziana, dato che l’acqua, quando piove , è acqua più acqua che in nelle altre parti del mondo: è un’apoteosi di umidore. Non viene dal cielo, ma da qualunque parte: da sotto, da sopra, da destra e da sinistra.

Cade dall’alto, da cieli di nuvole spesse che diventano grigie come il metallo e poi nere, e impietriscono in un attimo l’aria, ingoiandosi i raggi di luce come Scilla ingoiava i naufraghi incauti; risale dalle massicciate delle fondamenta, che trasudano fanghiglia sporca fra un interstizio e l’altro; gorgoglia nei canali con il plonf plonf delle gocce che piombano sferzanti, e poi sudano acqua gli intonaci e i muri, e il loro sudore rivola via nei campi trasformati in pozzanghere e per le calli.

Non è pioggia, è un assedio. La città sembra sciogliersi in quell’elemento che le dà vita, le guglie gotiche dilavano via, paiono scomparire e sfarsi, come i pinnacoli dei castelli di sabbia sulla spiaggia, il legno con cui e su cui è costruita si gonfia, le bricole, i pontili, le altane si enfiano e non si sa quale incantesimo impedisca loro di scoppiare come palloncini troppo pieni.


Le leggi della fisica lo prevederebbero, forse, ma Venezia è una città che sfida tutte le leggi, le regole e i principi, compreso quello della capillarità, per cui l’acqua inzuppa tutto e tutti, ma con il magnifico equilibrio di chi conosce il punto di non ritorno, ci si spinge vicino vicino, lo lambisce, ma non lo supera mai. E quindi quando finisce la pioggia, l’acqua non scompare, ma si ritira, torna al suo posto come una mano che si è spinta in una carezza un po’ forzata, e lascia la città intatta, e i Veneziani bagnati.

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