Una storia come tante altre

Dio ha dato all'uomo un cervello ed un pisello. Nessuno può smentire questa affermazione. Quello che si può confutare è se viene usato più il cervello o il pisello. Ecco nella nostra esperienza di genitori di un ragazzo con disabilità acquisita possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che in questo caso si è ragionato certamente più con il pisello.

Eppure quella volta eravamo entrati pieni di speranza in quello stabile del piccolo centro cittadino che lo ospitava dove, pensavamo, di ottenere indicazioni positive rivolte a quell'universo minisconosciuto in cui eravamo entrati. Fino a quel momento eravamo venuti a sapere dagli organi di stampa o dai media in genere degli incidenti che si verificavano e delle vittime dei medesimi.

Quella volta ne eravamo coinvolti, attraverso nostro figlio, in prima persona e non ci saremo mai immaginato che colui, che porta su di se i segni permanenti dell'evento che si era verificato, diventasse il protagonista di un mondo sommerso, noto solo agli addetti ai lavori, un mondo dove nel quale si deve fare i conti con la dura realtà di una vita da ricostruire ex-novo, spesso condizionata dalla modifica permanente delle proprie condizioni di salute e fisiche.

Non ci saremmo mai immaginati del cosa accade “dopo”. Cioè, ben conoscendo le condizioni di vita di chi si è salvato e di come si è salvato pensavamo che il cervello fosse l'organo che doveva essere utilizzato dai “professionisti” con cui dovevamo interloquire.

Invece...

Due ciofeche, maschio e femmina, il primo, per logica conseguenza, se per l'indicazione terapeutica non ha utilizzato il cervello non gli rimaneva altro che utilizzare il pisello, ma la seconda...

Stendiamo un velo pietoso.

Dunque “seguito” dalle due ciofeche che ragionavano con il pisello ci hanno sempre più convinto della completa impreparazione professionale del mondo socio-sanitario alla disabilità acquisita, salvo il primo momento dell'emergenza, rivolto soprattutto ad un lavoro burocratico di contenimento dei costi con sentenze lapidarie e convinte che tendono a scoraggiare il familiare nell'insistere a chiedere quello che di diritto gli spetta.

In conclusione resta solo la famiglia.
Famiglia, nel nostro caso, intesa nelle persona di mia moglie ed io. Tutto attorno si sgretola, da un lato si capiscono i rapporti finti, dall'altro si conoscono persone da cui non ti saresti mai aspettato un aiuto, arrivi a conoscere chi ti è vero amico e, dall'altro lato, prendi di quelle botte da chi meno te lo saresti aspettato.

L'unione fa la forza. Ecco mia moglie ed io questo abbiamo avuto e continuiamo ad avere. La determinazione, la volontà, diciamo anche la sfrontatezza di dire: “DOMANI E' UN ALTRO GIORNO”. Non c'è mai stata rassegnazione, consci dei problemi di nostro figlio ma, senza mai abbandonare la speranza, guardare un passo più in la con la tenacia di una mamma e di un papà.

Certo tante ferite ancora aperte hanno attraversato il percorso mio, di mia moglie e di nostro figlio, altre ce ne saranno ancora ma, niente e nessuno ci fermerà nell'andare avanti per dare a nostro figlio la speranza di un domani migliore, di una vita dignitosa pur nella sua disabilità.

Solo quando il nostro tempo sarà finito e saremo arrivati all'ultima stazione , con la certezza di aver fatto tutto il possibile e l'impossibile per nostro figlio, solo allora ci fermeremo abbracciandolo con immenso amore.

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