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Io non c'entro niente con questa politica

Io non c’entro niente con questa politica.
E’ un rumore di fondo noioso, una nuvola di zanzare in una giornata umida d’estate. Ho dismesso i traduttori, abbandonato i vocabolari: capire cosa dice non è di mio interesse, e quel poco che è strillato nei titoli di un giornale è solo il lunghissimo deja-vù di decenni di già detti.
Per le strade o sulla propria scrivania, in qualunque discorso in cui ci si impiglia, anche dove si parlava di calcio o di vacanze, c’è solo la paura della crisi, e non c’è nessuno che non abbia un amico o un parente, talvolta se stesso, alla ricerca disperata di un lavoro che non c’è.
Da lontano, da quello spazio oltre il vetro ottuso, arrivano idiomi che parlano di presidenzialismo, e i nuovi dell’altra parte che gridano alla primazia della legge elettorale: in fondo, facendo il solo mestiere di dovere difendere il proprio culo, perché l’uno necessita di un salvacondotto e l’altro della strada per la propria subitanea elezione, prima che passi di moda.
Al posto del cambiamento, l’autoconservazione dei gruppi dirigenti.
Che tristezza vedere questa massa informe di signore e signori onorevoli alle prese con il nulla, e l’astensionismo al 50% è solo il contrito cappello iniziale di un entusiasta discorso sulla vittoria, mentre folle oceaniche di persone si volgono all’indifferenza, avendo perso anche il vigore del disgusto.
Che nauseabonda tenerezza fanno i rappresentanti della destra, accoccolati dietro l’ombra del populista, incapaci di pensare alla grande conservazione cui sarebbero chiamati. Quanta responsabilità hanno nei confronti di generazioni cresciute dentro la apoteosi della loro vittoria, trentenni forgiati nella esaltazione dell’individualismo e dell’egoismo sociale, gli operai o i diritti civili come figurine capitate per caso da una vecchia raccolta sbagliata.
Che sfibrante esercizio tassonomico è classificare la ripetizione stantìa delle parole sempre uguali a sé stesse di quella che fu la sinistra, erede del grande assalto al cielo, del maestoso tentativo di cambiare il mondo e ora perso nella conquista di una presidenza di commissione o nel cicaleccio fastidioso dei bambini mentre i grandi hanno da fare.
Quante volte il grande salto nel vuoto della trasformazione si è presentato, e si trattava di involarsi senza reti, di mischiarsi senza ritegni, di contaminarsi tra estranei sorpresi a parlare la stessa lingua. Non è forse la purezza e la paura del diverso una qualità della destra?
E la vita non è, invece, esattamente fatta di sguardi sconosciuti da incrociare, dell’odore forte della pelle dell’altro, del contagio di virus e batteri inzuppati nelle salive, di coppie di cromosomi che si inseguono in tube fradicie di umori, del trionfo del nuovo che viene alla luce, figlio della audacia di un istante di urlante ebbrezza?
A noi che abbiamo sognato rimane il ricordo di quel profumo, e la speranza mai doma che l’amore, prima o poi, rinascerà.
http://andreacamorrino.wordpress.com

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