Non diventerò mai vecchio…quel tempo con Federico

Ma dove cazzo sei?
Ti chiamavo almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suonava a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lasciava intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione: e non  so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo
Per non dire della mia ansia quando non ti trovavo, cioè quasi sempre. Avevo imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo era meno greve da sopportare.
Ogni sirena di ambulanza, ogni riverbero luttuoso dei notiziari scoperchiava la scatola delle mie paura. Vedovo motorini  schiantati, risse sanguinose, overdose fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale.
Leggevo con avidità masochistica le cronache esiziali del tuo branco, quelli schiacciati nella calca di un rave party, quelli fulminati dagli intrugli chimici, quelli sgozzati in una rissa notturna in qualche anonimo parcheggio di discoteca, quelli pestati a morte da gendarmi indegni della loro divisa.
Mi rendevo conto di sommare una fragilità materna ad un aplomb virile. La smania protettiva della madre, le pretese rettitudini del padre. Mi vedevo soccorrerti e contemporaneamente sgridarti, caricatura schizofrenica dell’autorità.
Autorità…quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo.
Quando dormivi nel tuo assetto classico, sul divano, in mutande, davanti la tv accesa. La spegnevo e guardavo il tuo profilo, ormai al valico dell’età adulta, mi sembrava esitante, come se il bambino che eri stato lo reclamasse ancora per sé. Lo stravacco scomposto del tuo corpo perdeva evidenza rispetto al tuo viso intatto, ai suoi tratti puliti. Il respiro era leggero, la fronte sgombera, le palpebre lisce e integre come un libro mai aperto.
Ho avuto la netta sensazione che quel momento, esattamente quello, sia stato l’ultimo istante della tua infanzia.
Poi…ne più infanzia, ne più età adulta, scomparsa senza mai più riapparire dopo quel tragico giorno. Ma in quel momento il tuo volto addormentato aveva una tale purezza di lineamenti da sembrare mai più eguagliabile, e dunque definitiva. Conteneva il tuo addio agli anni (pochi) dell’innocenza.
E’ stato facile amarti da piccolo. A quanto è stato difficile continuare a farlo dopo che le nostre stature erano appaiate, la tua voce somigliava alla mia e dunque reclamava gli stessi toni e volumi, gli ingombre dei corpi erano gli stessi.
Non era certamente un merito l’amore naturale che ti portavo quando eri bambino, e anni dopo, quando ti eri quasi trasformato in un uomo, è allora che amarti richiedeva le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cercava di continuare a vivere. Virtù che onestamente non ho mai avuto o forse non ho mai voluto far mie. E me ne dispiaccio ora che non diventerò mai vecchio perché non ho avuto il tempo di diventare un vero padre.
Liberamente tratto dal libro Gli sdraiati di Michele Serra – in corsivo parole mie

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