Federico, quasi un anno dopo

Penso che ogni ente preposto a seguire persone con disabilità acquisita, dovuta da incidenti, Ictus, TCE, ect, dovrebbe avere come obiettivo principale il potenziamento della qualità della vita, attraverso l’aumento delle competenze sociali e dell’autodeterminazione per il raggiungimento di una vita autonoma che non finisca necessariamente all’interno di una struttura (RSA). Risulta fondamentale, pertanto, “creare condizioni attraverso le quali la persona possa sperimentare il normale rispetto al quale ha diritto.
D’altro canto “ogni persona, in qualunque momento della sua vita può trovarsi in condizioni di salute che, in un ambiente negativo, divengono disabilità”
Da quel 9 gennaio 2013, quando ho deciso di lasciare il mio posto di lavoro per seguire direttamente mio figlio, disabile acquisito, dopo un incidente stradale, ho cercato, e spero di esserci riuscito, di crearli spazi di vita in cui abbia avuto la possibilità di confrontarsi, socializzare e sperimentare un percorso di “vita autonoma” nell’ambito di gruppi guidati da operatori e inseriti in un ambiente in cui ruotano figure altre quali volontari, tirocinanti, riabilitatori psichiatrici, facilitatori sociali della salute mentale, soggetti in fase di riabilitazione e riabilitati.
Il contesto che ho trovato, in una associazione della provincia veneta, mi è sembrato un ambiente stimolante, ricco e denso di lavoro continuo di trasformazioni relazionali e comportamentali, caratterizzanti la cultura dell’auto-aiuto e del protagonismo degli utenti nel loro percorso di emancipazione.
Mio malgrado, ho dovuto uscire dalla zona della provincia di appartenenza, in quanto nell’ambito della disabilità acquisita, non esistono esperienze di competenza della mia Ulss dedicate a percorsi di vita autonoma e a percorsi di formazione, non soddisfando il bisogno presente nel territorio.
Il metodo di lavoro in cui, dopo varie ricerche, sono riuscito ad inserire mio figlio Federico presenta aspetti innovativi e specifici per la tipologia dei soggetti destinatari: per il carattere formativo di accompagnamento determinato e rispondente alle aspettative di tutte le parti coinvolte, per la metodologia di costruzione progettuale seguita per e insieme con i servizi e le persone destinatarie.
Una metodologia di lavoro, quindi,  che mette in evidenza e affronta la necessità assoluta che gli operatori impegnati in progetti di questo tipo siano adeguatamente qualificati, motivati e coordinati. Questa necessità più o meno cogente in ogni tipo di cura, assume un significato ed un profilo particolari nell’ambito della cura educativa e dell’approccio centrato sulla persona che caratterizzano peculiarmente la relazione di aiuto alle persone con disabilità : “Nel riconoscere all’altro la dignità di persona, la relazione educativa – diversamente da quella clinica – individua nell’interlocutore non la debolezza di essere bisognoso di aiuto ma la forza che ogni persona reca in sé, sempre e comunque, delle risorse intellettive, volitive e morali per affrontare il cambiamento.”
A questo concetto sono ispirate le cure praticate nel percorso abilitativo sostenuto da interventi multidisciplinari e monitorato con rigore di ricerca scientifica; i buoni risultati conseguiti dai diretti assistiti sono anche attribuibili alle cure parallele dell’auto-aiuto che hanno sostenuto i loro familiari.
Forse, dico forse, perché non esiste mai sicurezza con persone come mio figlio Federico, tra non molto potrò ritornare alla mia vita lavorativa di una volta. Certo, ci sarà sempre la necessità che qualcuno, durante la giornata, stia con mio figlio ma, sarà tutto probabilmente più facile e gestibile con Federico più vicino al cambiamento che si è sempre, famigliarmente cercato di arrivare.  

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