Collezione di figuracce e ritiro punitivo

Non bastava la collezione di figuracce, è arrivato anche il ritiro punitivo. Come se sabato sera dal sottopasso di San Siro potessero poi uscire Thiago Silva e Nesta, Seedorf e Inzaghi, Ibrahimovic e Pirlo. Usciranno sempre gli stessi, invece, quelli sono e quelli rimangono anche in ritiro. Giovani promesse scomparse, vecchi leoni spelacchiati e controfigure scarse. Per 2 anni lo scempio si è consumato nel mercato estivo, il 3° miracoloso illusorio posto dell’ultima stagione ha illuso troppa gente che la base ci fosse. Nel frattempo, le altre si sono rinforzate e il Milan no, la conseguenza ovvia e naturale è che il podio è lontanissimo e con esso anche i posti immediatamente sotto i gradini.
Il ritiro punitivo, palliativo cui ricorrono storicamente Zamparini e Spinelli, è una via inedita per il club rossonero che sembra non voler cocciutamente prendere atto che per uscire da una crisi annunciata, servirebbero le attenzioni del Silvio Berlusconi di una volta, un mercato credibile e un allenatore saldo. Allegri non lo è: con tutte le sue colpe, l’estate scorsa è stato sottoposto a un trattamento farsesco da parte della Presidenza che non ha mai nascosto il suo ostracismo, non gli ha messo a disposizione una rosa competitiva nonostante il colpevole spaccio di droghe mediatiche (“Siamo da scudetto”, “Siamo a posto così”), ha finito per screditarlo davanti a uno spogliatoio fragile, senza carattere, personalità, carisma in cui l’unica ricchezza – che ne certifica la confusione - sono i capitani e le rispettive fasce scambiate sul braccio come figurine. Allegri non è stato supportato in alcun modo da Berlusconi, inchiodato alla panchina solo da fattori meramente legati al goloso risparmio di una liquidazione e di un nuovo ingaggio. Con tutte le sue colpe, che nel caos tecnico e tattico si stanno moltiplicando partita dopo partita, Allegri non meritava di essere trattato in quel modo. La sua inquietudine ha finito per minare l’ambiente interno e immediatamente periferico, con spaccature in piccoli clan e infimi cabotaggi che minano la serenità di uno spogliatoio. Senza nemmeno dover approfondire le questioni del gioco, del carattere, dell’organizzazione in campo di una squadra che non ha nessuno di questi requisiti per risollevarsi da sola.
Ci verrebbe quasi il pudore di non calcare la mano sul fattore del mercato (e quindi finanziario) in questa epoca di crisi quotidiana al dettaglio, ma gli storici sostengono che nei momenti di grande depressione l’interesse dei popoli verso i fenomeni ludici e di aggregazione lievitano. Lo confermano i dati di abbonamenti e presenze negli stadi (a parte la San Siro rossonera, ai minimi storici) in questi primi 2 mesi di campionato. Dunque sarebbe giusto offrire alla gente, che per questo sport paga allo stadio o in tv o con il cuore o con il fegato, uno spettacolo decoroso e un’informazione corretta su programmi e strategie. Se esistono. I ritiri punitivi servono come mandare a letto presto il cane perché ha fatto la pipì sul tappeto. Non serve nemmeno se hai un cane di razza e addestrato.
I soldi della qualificazione alla Champions hanno rinforzato il bilancio, l’unica cosa da scudetto rimasta, per il resto restano solo comprimari. Punirli equivale a punire se stessi per la scelta, ma certamente non aiuta a battere né l’Udinese né tanto meno il Barcellona. Per vincere o almeno fare una figura decente in queste prossime partite servono la crescita di Montolivo, il miglior Kakà, un po’ di ferocia, l’affetto della gente che è l’unica cosa su cui si può ancora puntare con certezza.  
Luca Serafini

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