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Storie di cosidetti sani


Oggi essere disabile non è la “disgrazia” più grave, lo diventa nel momento in cui si esce dalle proprie mura e si prende coscienza di quanto sia enormemente grave essere disabili; si percepisce da un semplice sguardo, dall’imbarazzo, dalla sensazione di inadeguatezza, da parte di chi vive intorno a noi.
Ciò che invece accompagna fedelmente la vita di queste persone sono le barriere architettoniche, nonostante la Costituzione Italiana affermi espressamente che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando, di fatto, le libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Mi è difficile e poco comprensibile pensare come, ancora oggi, sia impossibile per un disabile sia fisico sia sensoriale poter prendere un mezzo pubblico  come l’autobus - che paradossalmente presenta la pedana accessibile, ma inutilizzata - o il treno o che non ci sia la possibilità di avere percorsi pedonali personalizzati all’interno della propria città.
Mi è ancor più incomprensibile, però, la superficialità e l’arroganza di chi ha il potere di fare e invece non fa, non perché non vuole fare, bensì per una mancata conoscenza della materia e per la difficoltà di misurarsi con un mondo così particolare e complesso come quello della disabilità.
Ecco che mancando un confronto diretto, si creano quelle barriere che ogni giorno ogni disabile deve affrontare nella vita quotidiana, come l’accesso a edifici pubblici o la semplice “passeggiata” sui pericolanti marciapiedi.
Potrei elencare moltissime altre cose, ma credo sia importante focalizzare l’obiettivo da realizzare e perciò da perseguire in modo perentorio, ossia quello di far capire alla gente come la disabilità sia “a portata di mano”, come essa abbia preso coscienza di se stessa, mettendosi in gioco per far valere i propri diritti, e per far questo ha bisogno di tutti noi, poiché la disabilità è una questione che ci riguarda tutti, prima o poi, e fa parte della vita, della normalità dell’esistenza.
È un processo culturale che richiederà tempo e fatica a tutti noi, e ancor di più a chi ha il potere di fare, e chissà se i “cosiddetti sani”, che hanno portato il mondo sull’orlo della catastrofe, non potranno - un giorno - mettere la persona al centro del mondo, per creare una società il meno discriminante possibile, in modo da far sentire anche il disabile “meno disabile” e parte integrante della nostra civiltà.
Alessandro Pecori

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