
Sto finendo di leggere il libro. Quando era un giovane prigioniero di guerra, Avey ha realizzato un0impresa impossibile: entrare di nascosto nel campo di concentramento di Auschwitz, rischiando di farsi ammazzare seduta stante, pur di capire come agivano gli uomini che stavano perpetrando il peggior crimine della storia. A sessantasei anni dalla liberazione del peggior campo di concentramento nazista, e ora che i testimoni sopravvissuti agli orrori stanno morendo e le file dei negazionisti si ingrossano ogni giorno di più, Denis Avey è arrivato proprio al momento giusto per raccontare la sua vicenda. Ve ne consiglio la lettura. Per me è un libro di capitale importanza, perchè ci riporta subito alla mente i pericoli che incombono sulla società quando intolleranza e razzismo riescono a mettere radici.
"A Buna-Werke levavano a ogni prigioniero fino all'ultima goccia di vita e di energia, e quand'era esausto lo mandavano a morire. A quel tempo il nome della loro destinazione non era ancora noto. Venivano mandati verso ovest, nell'originario campo in muratura, Auschwitz 1, o nella vasta distesa di nuove baracche di legno, Auschwitz-Birkenau. Là morivano anche più in fretta, alcuni direttamente all'arrivo. Dietro l'intera organizzazione c'erano le SS e gli stessi dirigenti della IG Farben. La mia rabbia si concentrava sui kapò, prigionieri messi a guardia dei loro compagni. Erano uomini malvagi, e molti portavano il triangolo verde dei criminali incalliti. La loro sopravvivenza dipendeva dalla disciplina che riuscivano a imporre agli altri detenuti. Se perdevano il loro status privilegiato, non avevano nessuno a cui appellarsi, e non campavano a lungo.
Si sente spesso parlare di quanto sia disumano l'uomo verso i suoi simili, ma là non si trattava nemmeno più di questo: era bestiale e basta. L'amore e l'odio non avevano alcun significato. Il sentimento dominante era l'indifferenza. A ogni omicidio gratuito al quale assistevo mi sentivo sempre più impotente. Vivevo una vitta terribile.
Per i prigionieri ebrei qualunque oggetto di scambio o commestibile aveva un valore inestimabile. Poteva significare campare un giorno in più. Dovevano tutti trovarsi una via di salvezza, un modo di garantirsi qualche caloria extra ogni giorno, o erano spacciati. I rischi che correvano erano incalcolabili.Eravamo circondati da continue atrocità. Un giorno, accanto all'edificio della mensa nel cantiere della IG Farben, vidi un prigioniero ebreo che frugava in un bidone dell'immondizia, in cerca di qualcosa da mangiare o da scambiare, magari un avanzo di verdura ammuffito, un mozzicone di sigaretta o un pezzo di fil di ferro. Si muoveva lentamente. La fame e lo sfinimento gli avevano offuscato i sensi, e lo guidava solo l'istinto a nutrirsi per non morire.
Non ci fu il tempo per avvertirlo. Non si accorse della guardia, una delle poche donne kapò sul posto, finchè lei non gli arrivò alle spalle. Lo scaraventò per terra con un pugno, e gli si mise cavalcioni. Non ci volle molto. Afferrò una grossa pietra nelle mani guantate, se la sollevò sopra la testa, e gli sfondò il cranio"...
Auschwitz ero il numero 220543
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